La fede non nasce da un nostro sforzo: è un dono di Dio (Marco 3,13-19)

  • Marco

di don Luigi Maria Epicoco

La fede è un gesto di gratuità di Dio stesso che misteriosamente si rivela al cuore di una persona dandogli una profonda esperienza di amore su cui potrà poggiare la sua vita.

Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì. (Marco 3,13-19)

“Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni”. In questi tre versetti che anticipano di poco l’elenco dei dodici apostoli, è condensata la vocazione di ogni cristiano. Innanzitutto la fede è un dono di Dio non una pretesa nostra. E dire che è un dono significa accettare che non nasce da un nostro sforzo o da qualche tecnica ma è un gesto di gratuità di Dio stesso che misteriosamente si rivela al cuore di una persona dandogli una profonda esperienza di amore su cui potrà poggiare la sua vita. Ciò non significa che chi ha ricevuto questo dono non ha più dubbi, crisi, incertezze. Anzi, il male lavora costantemente affinché noi non prestiamo ascolto a questa esperienza di amore, e ci convince di volta in volta che è una nostra illusione, o che non lo meritiamo, o peggio ancora che ne possiamo fare a meno. La seconda caratteristica consiste nel fatto che il dono della fede non è strumentale a qualche piano aziendale del cielo in cui noi diventiamo pedine ed esecutori. Il vero motivo del dono della fede è “stare con Lui” cioè sperimentare di non essere soli. Sentire profondamente che il Signore non ci chiede nulla di eccezionale ma solo di smettere di vivere da soli, perché la solitudine è il vero inferno. Solo la terza caratteristica ha a che fare con l’annuncio, e in fondo ciò rappresenta solamente l’esigenza che una persona ha di condividere ciò che non riesce a contenere totalmente nel proprio cuore. Infatti dovremmo evangelizzare per sovrabbondanza non per semplice dovere.