La “musica sacra” al servizio delle vocazioni sacerdotali

  • Liturgia

mons frisina 12 sett 10di Mons. Marco Frisina

Il ruolo della musica all’interno della vita spirituale dell’uomo è un argomento straordinariamente ampio e complesso perché abbraccia non solo la multiforme realtà della musica in sé, con tutte le sue implicanze culturali ed emotive, ma anche l’importanza dell’arte nella crescita spirituale di un giovane. In questo contributo ho voluto riassumere le mie riflessioni e le mie esperienze “sul campo” riguardo al ruolo della musica e, in modo specifico, della musica sacra per la crescita spirituale e la maturazione vocazionale di un candidato al sacerdozio. Ma anche dell’utilizzo formidabile che la musica può avere per l’evangelizzazione e in modo particolare del servizio di sostegno ed animazione che essa può svolgere nell’attività vocazionale.

Il racconto biblico della creazione Dio parla e tutto esiste. Nella narrazione poetica e ritmica dei “sette giorni” di Gen 1 Dio “canta” le sue dieci parole esprimendo in esse il suo amore e la sua infinita sapienza. L’efficacia di ogni parola è tale che nel momento in cui viene pronunciata ogni parola diviene cosa reale, creatura, splendida e perfetta così come nel cuore del suo Creatore è stata concepita. Come un artista sublime Dio crea il mondo come una meravigliosa opera d’arte in cui le creature, nella loro complessità e insieme semplicità, originalità ed efficienza, unicità e capacità di collaborazione, formano un unico e straordinario cantico d’amore.

La sapienza con cui Dio crea ogni cosa è chiamata in Pro 8,30 col termine ‘amôn (artigiano, artista, Cfr Ct 7,2; Ger 52,15), come una gioiosa danzatrice dinanzi al suo Creatore. Più volte la sapienza è accostata all’abilità artigianale, alla capacità manuale di creare cose belle e “nel cui cuore c’è saggezza” (Cfr Es 36,2ss). Accostarsi all’opera creatrice di Dio significa partecipare in qualche modo alla sua divina sapienza e vivere in una sintonia profonda con il cuore stesso di Dio, capaci di continuare con Lui l’opera della creazione. L’uomo è creato “ad immagine e somiglianza” di Dio, partecipe delle sue caratteristiche intellettuali, spirituali e creative. L’artista vive la sua vocazione umana in modo profondo, ne rimane stupito e spesso travolto, viene quasi preso a sua insaputa nella grandezza sublime del Creatore rimanendo coinvolto in una sottile complicità con la sua attività creatrice. L’arte è capacità di fare, di plasmare, è un’abilità artigianale che viene utilizzata per esprimere il mistero nascosto nel cuore di ogni uomo. L’artista è un esploratore speciale che decide di compiere un viaggio straordinario nel profondo del suo cuore per esplorare i territori nascosti dell’anima per poi portarne un resoconto accurato, realizzato attraverso le loro opere per i fratelli.

Nell’arte l’uomo amplifica l’uso dei propri sensi trasformandoli in agili strumenti dell’anima. La vista acquista nelle arti figurative la possibilità di percepire le immagini nella loro profondità e significanza, al di là della superficie, oltre il sensibile, cogliendone il significato che le anima. Il tatto conquista nelle arti più fisiche come la scultura e la danza una nuova percezione della corporalità; il corpo diviene strumento di espressione fisica, un mezzo tangibile unico capace di esprimere il mistero nascosto che lega l’anima al suo corpo in un rapporto forte e delicato. L’udito trova nella musica lo strumento straordinario per comprendere le armonie, i rapporti, le proporzioni, le emozioni legate alle percezioni sonore. Addirittura l’olfatto e il gusto, attraverso i profumi e le sensazioni olfattive, può donarci una percezione particolare e nuova della realtà, facendoci cogliere attraverso l’arte culinaria e l’arte dei profumi significati che vanno oltre la superficiale percezione. Nella poesia le parole stesse acquistano un’importanza superiore, un significato straordinario capace di penetrare i pensieri più nascosti e dimenticati per farli rivivere vividi e freschi come se fossero espressi oggi e fossero scritti per me.

L’arte vissuta autenticamente apre il cuore dell’uomo alla comprensione di se stesso e del suo Creatore quasi “istintivamente” in quanto lo spinge fortemente a ritrovare la sua dimensione alta. Ma deve essere autentica, libera dagli eccessivi condizionamenti di tipo economico e utilitaristico, come a volte constatiamo anche oggi dove assistiamo troppo spesso ad un arte pilotata e condizionata dal consumismo imperante o dalla moda dilagante. A volte sembra che tutto questo trasformi in mercato l’attività spirituale dell’uomo e ciò rende l’opera artistica falsa e in autentica e quindi inefficace e vuota.

La bellezza che l’arte esprime è la verità dell’uomo e del suo Creatore, è il dolore, la gioia, la speranza che l’anima vive nella sua esistenza e che cerca di esprimere nel modo più perfetto e autentico. La bellezza non è soltanto piacevolezza, consenso, appagamento immediato, ma è contemplazione profonda, duratura, entusiasmante e insieme consolante di quel destino eterno che ci attende e che noi percepiamo, anche solo per un attimo, in un opera autenticamente grande dell’uomo. L’arte vera è l’esercizio pieno della capacità umane di esprimere sé stesso e il suo mistero, un “potere” unico che lo aiuta a ritrovare la sua dimensione interiore e a comprendere meglio la sua vocazione spirituale.

Il linguaggio della creazione

La creazione ha una sua capacità espressiva straordinaria che le deriva dall’intenzione stessa del Creatore. I grandi mistici ne hanno sempre colto la bellezza perché sapevano vedervi il dito del loro Autore e nel rimanevano incantati. Il Cantico di Frate Soledi San Francesco d’Assisi ne è uno dei più belli esempi. Ogni creatura viene vissuta come immagine di Dio, Francesco riesce a vedere in ogni cosa il suo Amato e a coglierne una delle caratteristiche, la forza e la robustezza del fuoco, l’umiltà dell’acqua, la “clarità” delle stelle, la luce del sole. Ascoltiamo il Salmo 19:

I cieli narrano la gloria di Dio,

l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Il giorno al giorno ne affida il racconto

e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,

senza che si oda la loro voce,

per tutta la terra si diffonde il loro annuncio

e ai confini del mondo il loro messaggio. (Sal 19, 2-5)

Il prodigio che il salmista canta stupito è quello dell’eloquenza della creazione, un linguaggio sempre comprensibile, sempre chiaro, da cui nessuno può sottrarsi. Ogni creatura diviene un capolavoro unico del divino Artista in cui egli esprime tutto se stesso. Il linguaggio della Creazione diviene unico nella sua diversità, non ha bisogno di parole e di traduzioni in lingue diverse, non dipende dalle parole umane ma è canto d’amore che si rivela fortemente nella vita stessa delle creature. La loro eloquenza tocca il cuore dell’uomo che vibra immediatamente in sintonia con esse scoprendo in questo la sua vocazione creaturale. In questi momenti l’uomo percepisce la gioia e la letizia di chi si sente amato da Dio attraverso le creature che lo circondano e ne gioisce perché ne sente la straordinaria potenza e dolcezza insieme. Lo struggimento di un tramonto o il fascino di una foresta, l’attrazione per l’animale feroce e l’ammirazione per un variopinto uccello, l’atterrita meraviglia dinanzi ad una poderosa cascata d’acqua e il piacevole “perdersi” dinanzi al mare sterminato, sono tutte sensazioni “estetiche” di una percezione spirituale: quella di essere creatura. Questa sensazione di disparità, di sorpresa squilibrante, di inaspettata rivelazione crea la nostra commozione e quella gioia profonda e inesprimibile che ci fa dire “che bello!”.

La creazione diviene così una sterminata e variopinta tavolozza da cui l’uomo sa trarre i colori e le forme più indicate ad esprimere i suoi contenuti. La conoscenza della realtà creata e la consapevolezza della propria interiorità sviscerata e analizzata con acutezza dal pensiero forma l’uomo-artista e lo rende capace di esprimersi in maniera creativa ed efficace.

L’arte in sé non ha un’immediata utilità, non serve per sfamare popolazioni o per proteggere e difendere, spesso l’artista non riesce a vivere della sua arte o i proventi che ne derivano non sono costanti e possono far sperimentare in pochi anni ricchezza e povertà. Ma è proprio dell’arte la gratuità, per la sua caratteristica tipica di essere al di sopra del calcolo e dell’opportunismo e di nascere dalla libertà del cuore. L’uomo però ha bisogno dell’arte perché ha bisogno di mezzi per esprimere le sue realtà più profonde e toccanti come il dolore, la gioia, l’angoscia, la tenerezza e soprattutto l’amore, la ragione per cui è stato creato, la ragione per cui vive.

È l’amore che rende l’uomo poeta, per amore l’uomo si fa artista, per l’amore egli canta e trasforma in canto la sua vita.

La musica e l’esperienza spirituale dell’uomo La musica ha un significato fondamentale nella storia della civiltà e nella cultura religiosa di ogni popolo. L’arte è capace di riassumere messaggi e significati importantissimi di una civiltà dando voce all’umanità che la produce in modo talmente profondo e alto da far sì che a volte le opere artistiche prodotte in un tempo e in un luogo preciso divengano patrimonio universale dell’umanità di ogni luogo e tempo. L’arte è capace di conoscere e far conoscere le profondità del cuore dell’uomo a ogni uomo e in ogni tempo: è grande il potere dell’arte e in modo speciale della musica che, a differenza delle altre arti, è la più effimera eppure la più profondamente radicata nella vita degli uomini, la più “eterea” eppure la più fisica delle arti.

La musica è fatta di vibrazioni fisiche a cui l’uomo accoppia misteriosamente sensazioni, ricordi, messaggi che derivano spesso dal suo inconscio più profondo o dalle sue esperienze dimenticate. Il “mistero” della musica sta nel fatto che di tutte le arti essa è la meno controllabile, la più istintiva pur avendo una struttura matematica e fisica fortissima. Si direbbe che il mondo delle sensazioni, dei sentimenti, dei ricordi, si unisce al mondo delle armonie, delle strutture, delle simmetrie, delle forme. Il piacere estetico della musica risulta infatti dall’incontro perfetto e armonico di queste due realtà, quella sensibile e quella intelligibile, quella fatta di timbri e sonorità e quella fatta di ritmo, struttura, forma.

La musica entra così a far parte di quell’insieme di realtà simboliche a allusive al Mistero che, articolate tra loro, portano ad un linguaggio capace di comunicare e far comunicare. Come ogni linguaggio viene espresso attraverso una lingua che, per essere comunicativa, deve essere compresa dall’ascoltatore e può venire apprezzata più o meno a secondo della capacità e dall’educazione al linguaggio dell’ascoltatore. Se il linguaggio, ovvero sia la struttura e la coerenza interna della musica, e la lingua, ovvero tutto l’insieme di simbologie e allusioni comprensibili, sono armonicamente congiunti abbiamo la comunicazione musicale e di conseguenza la possibilità che la musica divenga tramite di valori e di pensiero, di poesia e di filosofia, a volte addirittura di politica o di informazione. Il potere della musica non è mai stato ignorato nelle diverse civiltà e il suo uso è stato sempre tenuto in massima considerazione per la capacità che possiede di penetrare nell’intimità umana senza problemi di troppe mediazioni culturali o linguistiche. La musica riassume in sé moltissime cose e le porta con sé esprimendole in modo convincente al cuore di altri uomini, in modo diretto, senza bisogno di traduzioni e commenti.

La musica si è così espressa attraverso la vocalità e gli strumenti musicali. La voce umana è il mezzo principale e immediato della musica, è lo strumento per eccellenza, in quanto è simbolo della comunicazione stessa in cui un uomo canta di sé a un altro uomo. E’ la prima musica che appare in tutte le culture fin dal loro sorgere. Attraverso il canto, l’uomo parla in modo speciale, distingue, attraverso questo mezzo espressivo la comunicazione banale dalla poesia. Il canto è spesso riservato alle cose alte, alla preghiera e al rito, alla festa e alla gioia, all’amore che ha nel canto e nel lirismo la sua più normale espressione. Non bisogna però dimenticare tutto l’uso sociale del canto, dalle acclamazioni dello stadio ai cori politici fino ai canti di guerra e agli inni nazionali. Ma nell’ambito rituale certamente il canto corale occupa un posto particolare, l’unione delle voci diverse ma fuse in un unico evento musicale sono un simbolo chiaro dell’unione del gruppo e del popolo davanti all’evento celebrato. Mentre il canto solistico, individuale, suppone un’autorevolezza, un ruolo specifico, diremmo noi oggi un “ministero” che la comunità accetta e a cui attribuisce un compito specifico. La musica è iscritta nella creazione stessa. Le vibrazioni sonore con i loro timbri e le loro caratteristiche, la risonanza dei suoni armonici che vengono percepiti in modo universale ed oggettivo da ogni creatura, formano il tessuto fondamentale del fatto musicale che l’uomo utilizza per creare con la musica un linguaggio potente e universale. Le creature stesse offrono all’uomo le modalità per esprimersi, ma solo l’uomo è capace di fare musica.

Gli uccelli hanno i loro versi, più o meno piacevoli ed armoniosi, ma rimangono versi legati a funzioni animali, come reazioni alla luce, richiami i accoppiamento o cose del genere. Eppure quando noi ascoltiamo questi versi ne rimaniamo affascinati e li chiamiamo “canto” perché ne interpretiamo il significato alla luce della nostra specifica capacità di umanizzare ciò che ci circonda. Per noi i ruscelli cantano, così come le fronde mosse dal vento, per noi è musica lo stesso silenzio che ci piace “ascoltare” su una vallata alpina. La musica è in noi, è la nostra capacità di cogliere un senso nell’armonia della creazione, e di trovare i suoni giusti che possono illustrare i nostri sentimenti e le nostre idee, che sappiano esprimere la nostra anima. Il Salmo 19 ci ricorda che la creazione “narra la gloria di Dio” e noi ne siamo gli ascoltatori e gli interpreti, gli imitatori e gli elaboratori, siamo uomini capaci di fare dei suoni e delle vibrazioni un canto d’amore. Questo dono della musica apre l’uomo al senso profondo della sua appartenenza alla creazione e alla società, lo rende capace di rapportarsi con gli altri e con le creature. Il senso di appagamento interiore che nasce dall’ascolto della musica culmina soprattutto nel “fare musica”, cioè nell’essere parte attiva e partecipante del fatto musicale.

L’esecutore diviene parte di una realtà più grande, di un canto universale e cosmico che lo coinvolge e nello stesso tempo risveglia in lui pensieri e sentimenti più alti e più nobili. Questi sentimenti gli fanno cogliere l’autore di tutto questo, lo spingono ad attingere alla sorgente stessa della creazione conducendolo a scoprire Colui che è l’autore di tanta armonia e di tanta proporzione, cioè a scoprire Dio stesso. Il nostro essere fatti “ad immagine e somiglianza di Dio” ci rende capaci di intendere il messaggio d’amore che nella creazione risuona. La musica tocca il nostro corpo, attraverso l’organo dell’udito e anche toccando con le sue vibrazioni tutte le nostre membra ma poi arriva all’anima, all’intelletto che riconosce in quei suoni un contenuto e un messaggio, un’informazione nuova e convincente, capace di commuovere e di rallegrare, di rattristare e di far riflettere.

La musica usa gli stessi mezzi della conoscenza ordinaria ma non ha bisogno di parole, di lettere, di libri, è diretta immediata, parla il linguaggio universale dei suoni e delle forme, delle armonie e delle proporzioni utilizzando la vibrazione sonora dei corpi. Nessuna arte è così legata alla materia fisica come la musica, eppure nessuna arte è capace di esprimere cose spirituali come la musica. In lei l’anima si riconcilia con il corpo e ritrova quell’equilibrio superiore che mette in sintonia le sensazioni fisiche con le idee spirituali in un connubio potente e immediato. Gli antichi greci consideravano la musica fondamentale per l’educazione dei giovani e per la loro formazione intellettuale. In realtà il forte legame che intercorre tra struttura matematica della musica e i sentimenti irrazionali che essa suscita ci sorprende. Questa coincidenza tra realtà apparentemente opposte ci meraviglia, eppure è proprio questa la gratificazione specifica generata della musica. In lei la bellezza è proporzione ed equilibrio ed ama associarsi a improvvise impennate, a sorpendenti dissonanze, a squilibri repentini che poi tendono a rappacificarsi in un disegno superiore che tutto unisce, consonanza e dissonanza, forte e piano, dolce e aspro. La bellezza di un brano musicale è dato proprio da questa alternanza armoniosa tra realtà discordanti e nello stesso tempo la loro appartenenza ad una partitura superiore che tutto unisce e concorda.Un’orchestra è formata da strumenti diversi, da timbri diversi, costruiti con materiali diversi; ogni strumento suona una melodia diversa che, ascoltata singolarmente, può sembrare strana e inappropriata.

Eppure quando li ascoltiamo insieme troviamo straordinaria questa mescolanza di diversità e ne possiamo godere l’insieme che l’autore della partitura ha deciso e che ora noi possiamo ascoltare. La diversità si fa unità, l’alternanza di luci ed ombre, dissonanza e consonanze, forte e piano, vuoto e pieno, diviene armonia straordinaria, diviene musica. Se il compositore facesse una partitura composta solo di tutte consonanza o di tutte dissonanze per noi sarebbe una noia mortale, perché non udremmo più un’armonia di cose diverse ma semplicemente un elenco di suoni giustapposti tra loro, che non riescono a parlarci. La nostra anima ha bisogno della diversità perché in essa coglie la complessità del reale e dalla loro comunione comprende l’unità della creazione che il suo Creatore le ha donato.

A mio avviso queste caratteristiche della musica la rendono straordinariamente adatta alla comunicazione delle realtà spirituali. La rendono capace di esprimere e di comprendere la realtà della creazione e di intuire la perfetta serenità di Dio in cui tutte le cose trovano significato e unità. Nella musica possiamo entrare in quella “armonia delle sfere”, per usare un termine caro ai pensatori medievali e a Dante; Colui che “muove il sole e l’altre stelle” è l’Autore sublime di un canto armonioso che ci coinvolge e ci attira.

La musica e la musica sacra

Se è vero tutto questo potremo dire che tutta la musica è sacra? Oppure si deve distinguere una musica sacra da una “profana”?

Innanzitutto occorre comprendere che la complessità delle emozioni provocate dai suoni musicali è grande e sottile. La sua stessa struttura interna diversifica di volta in volta la musica. I quattro elementi fondamentali della musica interagiscono tra loro in modo speciale.

Il ritmo è il metro della musica, la sua scansione temporale, ciò che lega la musica al tempo e la rende evento storico, quantificabile, governabile. Ogni uomo ha un ritmo che caratterizza le sue emozioni, anzi che governa la sua vita: il ritmo del cuore. Il nostro muscolo cardiaco ha un ritmo costante dal concepimento alla morte e, di volta in volta, ci segnala se siamo agitati o calmi, se corriamo o siamo in riposo, felici o tristi. Il cuore è il nostro metronomo che ci indica la musica che stiamo eseguendo. Non è un caso che l’andamento di una composizione venga indicato con termini come: Andante, Allegro, Allegro con brio, Presto, Lento, Adagio etc. In realtà ognuno di questi andamenti corrisponde ad una scansione metronomica e a un ritmo. Quando siamo a riposo il nostro cuore pulsa intorno ai 65-75 battiti al minuto, possiamo far corrispondere questa frequenza cardiaca con un Adagio-Andante. Se ci mettiamo a correre il ritmo sale sempre di più diventando un Allegro (100-120) o un Presto (130-140) ma se ci addormentiamo il nostro metronomo segnerà un bel Lento (40-50).

Questi andamenti musicali noi li colleghiamo immediatamente a sensazioni e sentimenti per cui un brano veloce e molto ritmato ci mette allegria, un brano lento ci fa riflettere e se è troppo lento e monotono… può farci addormentare.

Un ritmo troppo marcato, immaginiamoci una marcia o una danza, ci suggerisce sensazioni fisiche molto accentuate, coinvolgendo il nostro corpo nel movimento suggeritoci dal ritmo. C’è quindi una molteplicità di possibilità ritmiche, ognuna ci porta nella sua direzione.

La melodia ha una caratteristica diversa e straordinaria. La successione delle note e dei suoni, posta in un certo ordine, può suscitare in noi dei pensieri, delle idee, può suscitare delle emozioni e dei sentimenti. La melodia somiglia molto al linguaggio parlato, un bel discorso ci affascina e ci fa pensare, così una melodia ben fatta ci suggerisce concetti ed idee. Anche qui le differenze sono infinite e dipende dal compositore la capacità di scegliere la melodia giusta capace di esprimere l’idea giusta e talmente efficace da essere compresa immediatamente.

L’armonia e l’incontro di più melodie e ha il compito di creare un ambiente sonoro in cui la melodia può vivere ed esprimersi, Così come il timbro che caratterizza i suoni e può essere dolce o aspro, forte o delicato, a secondo di ciò che si vuole esprimere.

L’incontro di questi elementi fa la musica con le sue differenze: la musica che vuole esprimere divertimento e festa, come certe danze e certi ritmi molto accentuati; quella che vuole esprimere sentimenti amorosi, dolce e delicata, che a volte può giungere ad essere addirittura lasciva; quella che serve per incitare alla guerra e all’eroismo, come certe marce militari o come la carica che era suonata dal trombettiere del reggimento negli assalti di un tempo; etc.

Se noi usiamo la musica nell’ambito del sacro essa dovrà avere caratteristiche adeguate al fine che si propone. Quando preghiamo esprimiamo i sentimenti del nostro cuore al Signore in un atteggiamento insieme confidente e umile, nello stesso momento esprimiamo a lui anche la gioia, il dolore, la supplica, la lode, il dolore. Il libro dei Salmi ci offre un’antologia completa e straordinaria di tutti i sentimenti della preghiera a cui deve corrispondere una musica adeguata. Ma ci sono delle costanti che caratterizzano la “musica di Dio”, come il suo utilizzo nella preghiera, in modo particolare per noi cristiani nell’azione liturgica, e il fatto che questa musica unisce i credenti in un’assemblea orante.

Il tradizionale riferimento al canto gregoriano come “canto tipico e normativo” per la musica liturgica ci fa comprendere qual è l’importanza di un criterio oggettivo che ci faccia comprendere le caratteristiche fondamentali che devono essere costantemente nella musica perché essa sia capace di esprimere la preghiera e la lode della Chiesa.

Ci sono delle caratteristiche che devono essere presenti nella composizione sacra e che prescindono dalle epoche e dai linguaggi stilistici. Quelle a cui faccio costantemente riferimento per la mia esperienza personale sono:

  • l’utilizzo eminente del testo biblico e il suo primato sull’invenzione musicale, come il canto gregoriano che utilizza quasi esclusivamente la Sacra Scrittura e i testi liturgici, mentre negli inni la creazione poetica acquista le caratteristiche di una sintesi teologico-spirituale.
  • le forme musicali che devono essere corrispondenti e coerenti alle azioni liturgiche a cui sono legate inscindibilmente, come il canto gregoriano ci mostra: l’antifona, l’inno, il salmo, il responsorio, la litania etc. Tutte forme a servizio della liturgia e non viceversa.
  • il primato della melodia, che diviene il linguaggio comprensibile e comunicativo di ciò che la parola sacra esprime. Nel canto gregoriano non esiste accompagnamento perché non è necessario, la melodia è autosufficiente.
  • l’eseguibilità delle melodie destinate, come nel canto gregoriano, non a professionisti ma a cantori che possano con arte e soprattutto pietà innalzare la loro lode al Signore.
  • il senso profondo di raccoglimento e preghiera che deve essere sempre presente nella musica liturgica e che il canto gregoriano ci suggerisce, orientando il nostro canto verso Dio.

Queste caratteristiche, con altre meno significative, formano quell’insieme di elementi costitutivi del canto gregoriano ma in realtà universali e tipici per ogni musica liturgica e per questo capaci di orientare verso in Dio in modo deciso l’anima orante.

La musica e la catechesi

La musica può avere un forte impatto emozionale, soprattutto nei giovani, e può essere di estrema utilità per convogliare valori e far comprendere in maniera profonda anche ciò che è difficile da spiegare servendosi solamente di concetti teologici o discorsi catechetici complessi. La musica è di per sé immediata e capace di penetrare nel profondo del cuore umano e suggerire, con la sua caratteristica di colpire l’immaginazione e il sentimento, il modo migliore per entrare in sintonia con la verità rivelata. L’utilizzo della musica da parte di San Filippo Neri, di Sant’Alfonso de’ Liguori, di San Giovanni Bosco e di altri grandi santi pastori e catecheti ci fa comprendere la specificità di quest’arte in rapporto alla catechesi e alla spiritualità. Una cosa è raccontare un brano biblico spiegandone i contenuti, un’altra cosa è musicarlo rendendoci contemporanei dell’evento, facendoci entrare, in modo contemplativo, dentro il mistero, facendoci per così dire “toccare con mano” ciò che stiamo ascoltando. Infatti, la musica è capace di “toccare” la nostra percezione e di muovere il nostro cuore verso la direzione che si prefigge facendoci “sentire” la gioia o il dolore, il pentimento e la lode, “con-muovendo” la nostra anima e il nostro corpo.

Per ottenere efficacemente tutto questo bisogna però saper utilizzare la musica facendo particolare attenzione alle sue caratteristiche, perché la musica non è mai neutra, a meno che non sia insulsa e noiosa, essa porta sempre in una direzione, occorre dunque studiarne la verità e l’efficacia; come nel linguaggio parlato in cui bisogna dire cose vere senza annoiare, e cose belle senza distrarre. Il contenuto della nostra comunicazione musicale condiziona le nostre scelte.

Nella mia esperienza, per esempio, l’utilizzo della forma dell’”oratorio” è stato particolarmente efficace operando una rivisitazione della struttura oratoriale classica così come veniva utilizzata da Carissimi e soprattutto da Bach. In quest’ultimo la storia narrata è tratta dalla Sacra Scrittura mentre le arie, che ne interrompono la narrazione, sono interpretazioni poetiche ed edificanti che la rendono vicina a noi e muovono il nostro cuore alla contemplazione. Nella forma da me sperimentata la narrazione biblica rimane l’ossatura portante e fondamentale e le arie sono sostituite da canti o da cori che commentano l’evento narrato a volte con la partecipazione dell’Assemblea che non rimane solamente spettatrice ma si trasforma in attrice, a volte addirittura con un ruolo drammatico ben preciso come la Chiesa, i discepoli, la folla etc. Già nelle Cantate e negli oratori bachiani il musicista inseriva i corali tradizionali luterani affidati al popolo. Al posto di questi ho inserito i canti dell’Assemblea che partecipano così all’evento cantato. In questo modo l’Oratorio diviene un contenitore insieme catechetico e liturgico, ovvero un modo per rivivere in maniera contemplativa un mistero della nostra fede e nello stesso tempo un modo per comprenderlo e farlo proprio. Nello stesso tempo diviene uno strumento utile per preparare alla Liturgia là dove quel mistero meditato viene vissuto e “gustato” attraverso i sacramenti.

In questo modo molti testi cantati divengono anche facilmente memorizzabili. Sappiamo tutti come è più facile ricordare una melodia che un testo, se noi leghiamo un testo biblico ad una melodia efficace e bella questo testo sarà facilmente memorizzato e rimarrà nel cuore di chi ha partecipato all’oratorio insieme all’emozione che la musica ha trasmesso. Questo avviene ancor più facilmente in un canto liturgico ben fatto, cioè capace di coniugare autenticamente Parola di Dio e contenuti musicali in un tutt’uno tale da non poter ascoltare quella Parola senza che dalla nostra memoria non affiori la melodia che abbiamo cantato e che era unita a quel testo.

Un’altra esperienza che ho vissuto in questi anni è stata quella della musica applicata a sceneggiati televisivi o ad opere teatrali. Si tratta di generi particolari e ben definiti che hanno poco a che fare con le forme dell’oratorio e tantomeno con quelle liturgiche ma che hanno in sé una potenzialità catechetica molto forte ed efficace, soprattutto oggi. Anche in questo caso l’utilizzo attento del materiale musicale può favorire la comunicazione della fede e può toccare il cuore degli ascoltatori conducendoli ad una comprensione più profonda e spirituale di ciò che si sta rappresentando.

Si comprende allora perché i grandi santi abbiano sempre utilizzato la musica a questo scopo, basta pensare a Sant’Alfonso che ne fece uno strumento di evangelizzazione primario, capace di far penetrare il Vangelo anche nel cuore degli analfabeti. Canti come “Tu scendi dalle stelle” sono patrimonio spirituale di secoli e sono ancora capaci di farci commuovere e intenerire rammentadoci il mistero dell’incarnazione.

Bisogna però anche precisare che non tutto ciò che è utile nella catechesi può essere usato nella Liturgia. Ciò che può con efficacia servire a far penetrare contenuti e valori catechetici e teologici può non essere appropriato per accompagnare l’azione liturgica che, come dicevamo sopra, ha bisogno di altre accortezze e di altra purezza e qualità.

La musica e la risposta vocazionale

Da quanto detto sopra appare evidente come la musica, accompagnando umanamente e spiritualmente l’uomo nel suo cammino di crescita, divenga anche strumento prezioso nella scoperta della propria vocazione.

La musica in sé ci apre alla nostra vocazione alla vita perché, nella sua fisicità e insieme spiritualità, ci mette in relazione con la creazione in modo sempre nuovo e profondo. I suoni del creato divengono eloquenti e ci aprono a capire come ogni cosa partecipi ad un insieme sinfonico e corale straordinario di cui Dio è l’autore e noi siamo chiamati a farne parte come esecutori provetti. La meravigliosa sensazione di essere parte di questo canto è la gioia prima della musica e ci apre alla comprensione di noi stessi fatti per entrare in dialogo d’amore con il Creatore.

La musica vissuta all’interno dell’umanità ci insegna a vederci capaci di relazione, a sentirci parte con gli altri di un’unica partitura in cui ciascuno esegue una parte differente ma che risponde a un unico insieme che è udibile solo dall’esecuzione comunitaria. Nessuno suona una sinfonia da solo, ha bisogno di tutti gli altri, anche se fosse il solista egli non potrà esaurire la partitura che è fatta da un solista e da un’orchestra che lo sostiene e lo immerge in quel mare multiforme di suoni e colori che fa la bellezza di ogni musica.

Nella fede tutto questo diviene esperienza spirituale profonda, ci fa sentire chiamati ad essere Comunità che loda il suo Creatore, un unico Corpo nella Chiesa che da voce e canto al Corpo glorioso di Cristo. Nella Liturgia questa esperienza tocca il suo vertice e ci rende consapevoli della nostra vocazione cristiana: essere una sola con Cristo per vivere a gloria del Padre nella comunione dello Spirito Santo. Ogni singola vocazione non è altro che la scoperta gioiosa della propria “parte musicale” che deve essere eseguita nell’insieme mirabile della partitura di Dio. Ogni parte è unica e irripetibile, ogni parte è indispensabile all’insieme ma deve essere eseguita con disciplina e precisione per evitare dissonanze non volute e confusione invece di armonia.

Ogni cammino vocazionale deve utilizzare la musica come elemento educativo fondamentale sia facendo eseguire musica sia esercitando nella creazione di nuove musiche. Ciò che la Chiesa ci chiede, ovvero di tenere in considerazione non solo la musica di oggi ma anche il canto gregoriano e la polifonia, acquista un grande valore educativo. Come dicevo sopra i criteri tratti dal canto gregoriano mantengono il loro valore fondamentale per comprendere quale musica è appropriata per la liturgia e quale no. Ma il canto gregoriano aiuta anche a formare un cuore sensibile alla contemplazione di Dio e a vivere la musica come preghiera e non semplicemente come intrattenimento. Inoltre l’arte della polifonia, in cui diverse melodie s’intrecciano e si uniscono in armonie mirabili, ci aiutano a vivere l’incanto di una musica che si forma dall’incontro di tante melodie in un’unità. Il Coro è una delle migliori scuole di vita comunitaria perché insegna la disciplina e l’umiltà, unendo la diversità in un’unità superiore.

Nei Seminari e nelle Scuole di formazione la musica deve essere insegnata non solo per l’utilità del suo utilizzo immediato ma soprattutto per il suo valore educativo e formativo. La nostra vocazione si nutre dei grandi valori dello spirito, ha bisogno dell’arte in quanto linguaggio alto dell’uomo e via per comprendere meglio la verità della creazione. La musica ci insegna ad innamorarci sempre più di Cristo Signore insegnandoci a cantare a lui la nostra lode in modi sempre nuovi e profondi, nella gioia e nel dolore, come i salmi ci insegnano. Infine il canto liturgico apre il nostro cuore alla contemplazione e alla lode di Dio fino a farci fare un’autentica esperienza mistica facendoci percepire un poco di quello che il Signore ci prepara nella lode senza fine del cielo. Come dice la parte finale di ogni prefazio quando siamo invitati a “cantare a una sola voce con gli angeli e tutto il Paradiso il nostro Santo, Santo, Santo”, nel nostro canto liturgico vediamo aprirsi la porta nel cielo di cui ci parla il libro dell’Apocalisse (Ap 4) e siamo chiamati a salire fin lassù.

Siamo qui sulla terra a fare le nostre “prove di canto”, con sofferenza e sacrificio siamo qui ad imparare a lodare Dio e a innalzare a Lui il nostro canto di lode nella maniera più perfetta possibile. Questa preparazione prelude al Paradiso, dove potremo cantare senza fine la sua gloria, dove il nostro cuore ormai divenuto cantore provetto nella carità saprà innalzare a Dio la lode perfetta.

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