Antifone "O" nella novena di Natale

  • Liturgia

Antifone "O" - 17/23 dicembre

L'ANTIFONA è una frase, solitamente un verso di un salmo, cantata in gregoriano o anche in polifonia, che viene ripetuta in una salmodia durante un servizio religioso, come i vespri o la messa, oppure posta prima di un salmo o di un altro inno per evidenziarne un significato. In italiano è invalso da tempo il modo di dire: "Hai capito l'antifona?", per chiedere a qualcuno se ha compreso il senso di qualcosa, frase o avvenimento o altro. Ciò deriva dal fatto che l'antifona, nella messa, è fissa per ciascuna domenica dell'anno, e che, quindi, chi è particolarmente assiduo a tale pratica religiosa, dall'ascolto dell'antifona può - ove eventualmente non lo sapesse - immediatamente comprendere in quale domenica dell'anno si è. La parola è di origine greca, αντί (opposto) + φωνη (suono).

Un brano musicale eseguito da due cori semi indipendenti che interagiscono fra di loro, cantando alternativamente frasi musicali, viene detto "antifonico".  In particolare, la salmodia antifonale consiste nel cantare un salmo alternativamente da due gruppi. La struttura spesso speculare di molti salmi ebraici rende probabile che il metodo antifonico abbia origine dalla musica degli antichi ebrei.

Secondo lo storico Socrate, la sua introduzione nel culto cristiano risalerebbe ad Ignazio (morto nel 115), che in una visione avrebbe sentito doppi cori di angeli. Questo metodo fu introdotto nella Chiesa latina più di due secoli dopo da Ambrogio, vescovo di Milano, che compose l'antifonario, cioè una raccolta di opere redatte per essere eseguite con questo metodo. L'antifonario impiegato nella Chiesa di Roma fu composto da papa Gregorio Magno nel 590. La forma antifonica è particolarmente diffusa nella tradizione musicale anglicana, con due gruppi di cantori che si dispongono su due lati contrapposti del coro. 

LA MERAVIGLIA DEL NATALE «tutti si stupirono» (Lc 2,18) 

Guarda la luce!

    «Ah, luce!» (= guarda la luce), diceva il piccolo Lorenzo quella sera, vigilia di Natale, con il naso appiccicato al finestrino della macchina e indicando con il dito le varie luci, quella dei pochi lampioni del paese, quella multicolore degli alberi di Natale posti sui poggioli delle case o nei giardini, quella delle varie finestre...

     «Ah, luce!», ripeteva, quasi come una litania, davanti ad ogni luce, piccola o grande, compresa la luce del cruscotto. Cercava ogni luce, godeva  

nel vederla, la indicava con un senso di estasi, la nominava felice: era il tempo in cui cominciava a dare un nome a tutte le cose. Sembrava ci fosse in lui la stessa meraviglia che deve aver provato Adamo quando Dio gli fece passare davanti tutti i viventi, perché desse loro un nome (Gn 2,20). Qualcosa di simile deve aver percepito Isaia quando, guardando lontano verso il futuro, poté dire come se fosse già avvenuto:

«Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). 
La stessa esperienza provarono forse i pastori di Betlemme quando «la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9)

Meravigliarsi
La meraviglia è un sentimento vivo e improvviso di ammirazione che si prova nel vedere, nell'udire, nel conoscere qualcosa o qualcuno che sia o appaia nuovo, straordinario, comunque inaspettato. È un sentimento lieto, piacevole, gradito, bello. Chi è capace di meravigliarsi rende bella la sua vita, ne scopre i lati più felici. Un'esistenza senza meraviglia è come un corpo senza bellezza, un giorno senza sole, un fiore senza profumo, un cielo senza stelle, un cervello privo di fantasia.

La meraviglia sorge da ciò che è sorprendente: un panorama, un'opera d'arte, una persona, un modo di agire, un fatto. Sembra che anche Dio sappia meravigliarsi di fronte all'opera delle sue mani: «E Dio vide che era cosa bella» (Gn 1,21)

Una meraviglia forse più grande la provò quando contemplò un piccolo Bambino nelle mani di Maria SS., colui che era l'uomo nuovo fatto veramente a sua immagine e somiglianza

Dalla meraviglia al canto.

La lode, che nasce nella gioia, ha bisogno del canto per spiegarsi in tutta la sua pienezza. Davanti ad Elisabetta che la saluta madre di Dio, Maria prende coscienza che in lei si sono compiute le attese e le promesse e che Dio ha fatto in lei «grandi cose». Allora Maria canta: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47).

Dopo che Dio ha detto nel silenzio la sua Parola eterna e Gesù è stato deposto su poca paglia «avvolto in fasce» (Lc 2,7), la notte di Betlemme risuona delle voci di una moltitudine di angeli che cantano: «Gloria a Dio nell'alto dei cieli» (Lc 2,14).

ALBA NOVELLA (Le Antifone "O")

Sette antifone per dire la meraviglia.

Avvicinandosi il Natale cresce nella Chiesa l'attesa e la gioia, e si approfondisce la comprensione per l'evento della salvezza. Dal 17 dicembre in poi la preghiera assume una forma insolita. Ai Vespri si cantano le antifone dette «maggiori», perché «contengono tutto il succo della liturgia, sono adorne di un canto armonioso e pieno di gravità» (Guéranger).

 

Incominciano tutte con «O...»  dall'esclamazione iniziale che esprime lo stupore commosso della Chiesa di fronte alla contemplazione del mistero della venuta di Cristo, invocato con titoli desunti dal libro del profeta Isaia: Sapienza, Guida della casa d'Israele, Germoglio di Iesse, Chiave di Davide, Astro che sorgi, Re delle genti, Emmanuele,  e manifestano che in quei giorni viene celebrato per noi qualcosa di meraviglioso e introvabile» (J. M. Hanssens).

           «Chi dice "O...'' sta contemplando con il cuore colmo di stupore. Questi testi esprimono lo stupore commosso della Chiesa nella sua secolare, instancabile contemplazione del Mistero. Attraverso le classiche immagini della Bibbia essi enumerano una serie di titoli del Verbo incarnato. Ognuno di essi è una finestra aperta sul mondo» (M. Magrassi)..

Sette antifone per dire: «Sarò lì domani»

Se si leggono di seguito le iniziali latine dei titoli messianici che accompagnano l'esclamazione «O...», si ottiene un acrostico:

ERO CRAS: sarò lì domani.

L'invocazione contiene già l'esaudimento della preghiera; la nostalgia dei beni perduti diviene gioia del possesso; il desiderio di incontrare il Dio salvatore si fa contemplazione della sua vicinanza:

    «Il "vieni'' che dopo la contemplazione introduce l'invocazione porta su di sé tutto il peso della speranza cristiana» (M. Magrassi).


  © http://www.corogiovaniledisegni.it/ - (Robert Gantoy e Romain Swaeles, benedettini dell'Abbazia di Saint-André de Clerlande, Belgio)