Don Domenico Saginario è partito per il cielo: un ricordo della comunità guanelliana
Lettera del Superiore alla notizia dell’11 luglio scorso (2011) dell’improvvisa dipartita del nostro confratello don Domenico Saginario, il Superiore generale ha voluto immeditamente comunicare lo stato d’animo suo e della Congregazione.
Carissimi confratelli, da Manila ci è giunta improvvisa la notizia della morte del carissimo confratello don Domenico Saginario, don Mimì come tutti lo chiamavamo, avvenuta nel pomeriggio del giorno 11 luglio. Un improvviso malore cardiaco lo ha colpito e i suoi confratelli lo hanno trovato accasciato al suolo nella sua camera. Inutile fu il suo ricovero in ospedale. Due giorni prima aveva terminato, con i confratelli della Comunità, gli Esercizi spirituali nella località montagnosa di Tagaytay, fuori Manila, come se il Signore l’avesse chiamato a preparare la sua ultima scalata al Cielo.
Niente lasciava presagire tale crisi mortale. Anche nell’ultima mia visita a quella Comunità l’avevo trovato pieno di entusiasmo e di vigore, contento di poter partecipare presto alla canonizzazione del Fondatore.
Con la sua morte, don Mimì porta davanti al Signore, oltre ai meriti della sua vita virtuosa, un parte considerevole della storia della nostra Congregazione, che ha affidato a lui importanti responsabilità di animazione e di governo.
Possiamo dire che tutti i confratelli hanno ricevuto molto da lui: il suo amore per il Fondatore e per la Congregazione, il suo entusiasmo nel sognare mete sempre più impegnative a vantaggio dei poveri, il suo ardore missionario che ha voluto vivere pianamente fino all’ultimo giorno della sua vita…
Per un omaggio a lui e per averlo particolarmente presente nella nostra preghiera mi servo delle parole con cui il Superiore provinciale della Provincia ‘Divine Providence’ lo saluta nell’apprendere la triste notizia della sua morte.
“Sto viaggiando da Springfield per Manila. Questo è il viaggio più triste della mia vita, per partecipare al funerale di un confratello che mi è stato padre, fratello e amico carissimo. Ciò che mi conforta , in questo momento è la certezza che don Mimi ci sta sorridendo dal cielo, vicino al cuore di Dio. Don Guanella lo ha voluto vicino a sé in Paradiso a ‘suonare l’organo’ e a cantare la lode a Dio nel giorno della sua canonizzazione. Invito tutti ad essere orgogliosi e grati per avere goduto il regalo di questo buon guanelliano, che sempre ha amato con passione Gesù e la sua missione. Don Mimì è il primo confratello della nostra giovane Provincia che ritorna al Padre. Il nostro Fondatore ci diceva che ogni nuova fondazione richiede una Vittima. Noi siamo fiduciosi che la sua scelta missionaria fatta con giovanile generosità, pur in età avanzata, porterà nuova vitalità alla nostra famiglia provinciale e a tutta la Congregazione. Il suo cuore ha cessato di battere, ma continuerà a stimolare i nostri cuori e sarà di ispirazione a tutti noi per crescere in santità e generosità.
Noi ricorderemo sempre Mimi come un prete felice, un entusiasta missionario, un discepolo fedele di don Guanella, un gran sognatore sempre teso a puntare lo sguardo in alto e a stimolarci ad aver coraggio nel futuro, fiduciosi nella Provvidenza e dando il meglio di noi stessi a Dio e ai poveri. Il Signore l’ha chiamato a sé nella festa di S. Benedetto, al cui esempio di ‘ora et labora’ don Mimì ha voluto sempre conformarsi per la crescita del Regno e lo sviluppo della Congregazione. Il Signore l’ha chiamato a sé nel luogo che don Mimì aveva visitato nel lontano 1988, aprendo così la missione filippina della nostra Congregazione. La sua persona sarà sempre ricordata come il propulsore della nostra missione guanellian in Asia. Quanti pensieri ed energie ha avuto per la nascita e la crescita delle nostre comunità in India, Filippine ed il Vietnam! E con quale interesse seguì i nostri confratelli e il loro apostolato negli Stati Uniti! Ci ha lasciato in silenzio, in umiltà e serenità, non volendo disturbare nessuno, e ancora nel pieno svolgimento del suo impegno come formatore dei giovani guanelliani… e con un ultimo sogno ancora da completare: contribuire a dare una casa dignitosa a famiglie povere con bambini disabili che lottano per sopravvivere nei bassifondi di Manila.
Pur non potendo nascondere il nostro dolore, noi ringraziamo il Signore e cantiamo con lui il Magnificat, per la sua vita e per la sua presenza tra noi, perché abbiamo imparato da lui a camminare con tanta fede, speranza ed amore.
Siamo sicuri che lui continuerà a benedirci e ad intercedere per noi dal nostro Fondatore il regalo di un entusiasmo rinnovato per la causa della Nuova Evangelizzazione a cui ci stanno chiamando, con senso di urgenza e con fedeltà creativa, la Chiesa e la Congregazione. Il suo sorriso giovane e la sua preghiera siano di conforto a tutti noi e alle persone che lo hanno avuto caro. Ciao Don Mimi'! Grazie di tutto! Thank you very much! Salamat Po !
Don Luigi De Giambattista Don Domenico Saginario
Domenico nasce il 7 febbraio 1930 da Angelomarino e Filomena, a Pietrelcina (Benevento), 43 anni dopo la nascita, nello stesso paese, di Padre Pio, oggi santo e suo lontano parente. Viene portato al fonte battesimale 10 mesi dopo il 28 dicembre 1930. La famiglia profondamente cattolica e praticante aveva già offerto alla Congregazione due figli, Osvaldo e Oreste, quando anche al piccolo Mimì il Signore inviò la chiamata irresistibile a diventare sacerdote religioso guanelliano. Più tardi anche la sorella Giulietta seguirà le orme dei fratelli divenendo anch’essa religiosa guanelliana tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza. Mimì lascerà la casa a soli 11 anni ed entrerà nel seminario di Fara novarese nel settembre 1941, quando Osvaldo frequentava già la seconda Liceo a Barza d’Ispra e Oreste la terza media nello stesso seminario di Fara. Dopo gli studi ginnasiali, la prima professione, il 12 settembre 1949 a Barza d’Ispra, seguita dalla professione perpetua il 12 settembre 1954 sempre a Barza. Sacerdote il 28 aprile 1957 a Roma, dove stava terminando la laurea in teologia. I primi anni di sacerdozio, come i precedenti di tirocinio e i seguenti, per diversi decenni, lo vedono impegnato nel campo della formazione e dell’insegnamento. Fino al 1964 nel Seminario Minore di Roma, dal 1964 al 1971 nel Seminario teologico di Chiavenna, dal 1971 al 1986 nel seminario teologico di Roma, del quale divenne anche superiore e rettore dal 1974. Nel luglio del 1986 la fiducia dei Superiori lo chiama al servizio di Superiore provinciale, dopo essere stato già dalla nascita delle Province (1972) consigliere e poi anche vicario della provincia Romana. Gli anni del suo governo, oltre al disimpegno delle normali attività di Provincia, videro la sua lungimiranza e la sua passione missionaria: furono gli anni dell’ apertura della Provincia all’India, al Messico, alle Filippine… Presenza, programmazione, scelta dei collaboratori, distinsero questa fase importante della sua vita. Il Capitolo generale del luglio 1993 lo elegge Consigliere e segretario generale.
Terminato il sessennio rientra in provincia e accetta di portare ancora una volta la croce di Superiore Provinciale: siamo nel maggio del 2000. Ma i suoi anni sono avanzati, le difficoltà sono cresciute… non ha più le forze degli anni precedenti e dopo 3 anni chiede di essere esonerato da questo pensante incarico. Dopo un anno nella comunità della Casa S. Giuseppe in Roma, nel settembre del 2004, accetta di svolgere il servizio di padre spirituale nel Seminario teologico Mons Bacciarini di Roma. Sono anni preziosi per i nostri giovani chierici che possono bere dal quelle labbra, da quel cuore e da quella mente le profondità meravigliose del carisma del Fondatore, di cui lui è stato sempre uno studioso appassionato e intelligente. Nel 2006 ricopre la carica di Delegato straordinario dell’India per sorreggere il passaggio verso la nuova Provincia Divine Providence. Poi rientra a Roma.
Nel 2008 una sorpresa per tutti: chiede di poter impegnare tre anni della sua vita di ormai settantottenne in missione, e viene ricevuto con somma gioia dalla Divine Providence Province e assegnato alla Comunità di Quezon City (Manila) dove collabora nella formazione dei seminaristi e ricopre per un anno anche la funzione delicata di Padre Maestro. E’ qui che, alle 18 circa dell’11 luglio, il Signore lo chiama con sé in Paradiso, mentre si accingeva a porgere una conferenza formativa ai confratelli. Da lassù ci guarda e continua la sua presenza tra noi con il suo indimenticabile sorriso.
Così don Nino Minetti...
Subito dopo aver ricevuto la lacerante notizia della morte di don Domenico, ho sentito come un istinto mettermi a scrivere qualcosa su di lui. Forse per illudermi di crederlo ancora vivo. Sicuramente per dovere di personale gratitudine. Con lui siamo stati amici, fratelli, compagni di avventure, collaboratori di innumerevoli fatiche… Ma anche e soprattutto per consegnare a voi, da lui ritenuti sempre carissimi confratelli della Provincia Romana, un suo ricordo a caldo e così aiutarvi a interiorizzare, nel modo che il Signore ispira a ciascuno, il suo prezioso passaggio tra noi, di cui quasi tutti noi siamo stati diretti testimoni.
“I miei occhi hanno visto la tua salvezza”
In questo momento , difficile per me come per tutti voi, sono tanti i registri ai quali si potrebbe fare cenno per un ricordo di don Mimì: il professore? L’uomo della dialettica stringente? L’artista della musica e della parola? Il servo evangelicamente ingenuo capace di perdere il suo tempo coi grandi e coi piccoli della vita? L’asino da lavoro? L’uomo sensibile fino alle lacrime e aperto ai sorrisi più liberi? Il guanelliano amante di don Guanella? Penso tuttavia che per riuscire a dire qualcosa di un uomo così ricco di doti umane e spirituali, occorra partire dalla caratteristica più immediata che si coglieva in lui: vivere la vita con lo stupore del bambino, con la semplicità di chi non vede, non sa cogliere difficoltà o furbizie. Guardo la scena del vecchio Simeone e mi incanta il suo prendere in braccio il Bambino, dicendo: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Onestamente non era poi caduto molto sotto quegli occhi. Si trattava di un bambino come tanti altri. Ma l’attesa orante, la speranza, come attitudini e stile di vita, avevano insegnato all’anziano del Tempio la lezione tra le più difficili del percorso umano, quella di intravvedere e accogliere, lui vecchio, il nuovo che sbocciava. Così voglio ripensarti, don Mimì: come l’anziano eternamente fanciullo carico di esperienze eppure sempre con l’occhio avanti a intravedere la fioritura del ramo, la primavera. Don Guanella si era definito, nelle sue memorie autobiografiche, il ‘puer septuaginta annorum’, cioè un bambino di settant’anni e anche Gesù avrebbe insegnato che certe cose Dio le lascia indovinare solo ai bambini. Quante cose vedevi e invitavi a vedere già realizzate, dove noi annaspavamo. Accadeva quando ci parlavi di terre di missione, di certe aperture del nostro servizio caritativo, pastorale, quando ci parlavi di comunità e di dialogo interculturali. Chi di noi non ha riso di te almeno una volta? Ma riso di sorpresa, di ammirazione, di sconcerto! Bastava accennare al tuo nome e ognuno faceva affiorare aneddoti sui tuoi proverbiali difetti, sì perché volevamo bene anche a quelli, come quando andavi alle ordinazioni dei tuoi formandi dimenticando a casa le lettere dimissorie da consegnare ai Vescovi… L’obbedienza, fino quasi ai tuoi 60 anni, ti aveva lasciato sempre in mezzo ai ragazzi, ai giovani e, pur non giocando mai a fare il ragazzo, ma staccandoti in mezzo a tutti con fermezza e radicalità, è rimasto in te fino alla fine la verve del ragazzo, che progetta, sogna, ricomincia, insegue le sue idee, le cambia. E come capita ai ragazzi, spesso ti mancava il senso della misura, per cui ti sobbarcavi sempre lavori più grandi di te restandone sommerso, mangiavi quando te ne ricordavi, dormivi se c’era tempo, facevi sempre tre cose alla volta, arrivavi spesso all’ultimo istante, perché il tempo ti stava sempre troppo corto. Come è proprio dei ragazzi ti buttavi, nei viaggi, nello studio delle lingue nuove, sui cibi più esotici, nell’apprendere il computer. I tuoi occhi, don Mimì, “hanno visto la salvezza del Signore”.
Avevi la grazia di intuire la novità del Regno in mezzo a noi. Cosa non di tutti. Come non è di tutti accoglierla e mettersi in gioco per realizzarla.
Molti avevano apprezzato la tua ultima partenza per le Filippine, a 76 anni, come un gesto di generosità e di scatto profetico. Io ci ho visto qualcosa di più. Prima di essere un gesto per gli altri era un gesto su di te. Era il no al ripiegamento e alla sclerosi dell’ età. Era il sì al Padrone della vigna, dove si può lavorare fino all’ultima ora.
Servo contento
Molti, spero, continueranno ad approfondire questo profilo di infanzia spirituale di don Mimì. Io vorrei fermarmi su un’altra caratteristica della sua personalità: la contentezza di fondo che era la prova provata della sua genuina spiritualità. Chi è convinto di aver trovato il centuplo, vive da persona abitualmente contenta, non è uno che vive perché deve vivere, che va avanti perché è un dovere non fermarsi, perché l’obbedienza è l’obbedienza e la fedeltà è restare dentro alle cose che si sono scelte. Contentezza è un’altra cosa e per don Mimì non era solo un dato caratteriale, peraltro molto comune anche a don Osvaldo suo fratello e forse eredità familiare. Lui era un razionale, un pensatore, con tutte le malinconie e le tristezze che accompagnano chi è fondamentalmente riflessivo, ma chi gli stava accanto sentiva che lui era felice di stare dove stava, di essere quello che era, uno che si rendeva conto della sua fortuna, convinto che ‘gli era andata bene’ nella vita. Qui vedo la radice di tante sue aperture e anche il piccolo segreto di una vita veramente offerta al Signore, dove qualunque tratto personale è poi perdonabile e simpatico, perché Dio potenzia anche le nostre piccolezze quando ci fidiamo di lui. Contento di parlare e di ascoltare, di studiare e di viaggiare, di incontrare e di stare solo, di pregare e di lavorare, di prendere una decisione e di ripensarci. Una volta mi disse: “Sai Nino cosa dicono di te e di me? Che siamo debolucci e ci lasciamo condizionare dall’ultimo che ci parla… Per quanto mi riguarda, pensano di offendermi. Io lo ritengo un complimento”. Dunque contento pure nella critica. Qui anzi era un buon incassatore. Anche se sulle prime poteva apparire suscettibile ed emotivo, subito dopo prevaleva in lui la ragione e riprendeva la sua calma e giovialità. “Servo contento”: sottolineo servo perché sempre così mi è parso. Pur avendo rivestito ruoli di responsabilità e di governo ai massimi vertici della Congregazione, non aveva cambiato natura. Qualche volta può succedere ed è successo che chi finisce su certe sedie diventi un po’ maneggione, tutto fare. Lui no, sempre distaccato, soprattutto dai soldi e dal benessere, con le sue calze rattoppate e qualche volta anche spaiate, sempre senza un quattrino in tasca e abbastanza esigente su questo punto con tutti i suoi confratelli, perché il Fondatore ci voleva poverissimi.
Doni ricevuti, doni offerti
Vogliamo concederci ora uno spazio brevissimo per contemplare il bello e il buono che la Divina Provvidenza ha tessuto nell’ordito della tua vita. A partire dalla tua eccezionale famiglia, i cui componenti, presi singolarmente, furono i primi anelli della catena di doni da te ricevuti: papà, mamma e, con te, Osvaldo, Oreste sacerdoti guanelliani e Giulietta anch’essa religiosa delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, ora l’unica ancora in vita, perché l’altra sorella sposata fu la prima che Dio colse da questo rigoglioso giardino. Ed ecco di seguito mi si presentano le pagine di storia che Dio, tramite te, hai scritto nella nostra famiglia religiosa. Penso a quanti dei nostri preti, in questi giorni, alzando il calice nella celebrazione non potranno fare a meno di pensarti, perché li hai accompagnati alla Messa, il più intimo dei luoghi dell’anima per un prete. Penso a tutti quelli che hanno preso e prenderanno in mano le Costituzioni, che profumano delle tue notti in bianco. Penso a tutte le volte che si scriverà la storia dell’India, del Messico, della Polonia, delle Filippine, dell’Africa, del Vietnam e…Chi potrà mai farlo senza nominarti? E se mai arriveremo in Cina? Oso pensare che, quasi quasi, anche per rendere un omaggio alla tua memoria, ora si dovrebbe pensare con una ragione in più al paese della Grande Muraglia. Forse potrà farlo la tua ultima Provincia di adozione, con le numerose vocazioni dall’India, dalle Filippine, dal Vietnam. Infine hai guidato per ben due volte la Provincia Romana San Giuseppe, dal 1986 al 1993 e dal 2000 al 2003, in due momenti interessanti della nostra storia provinciale. Questa volta si dovrà parlare anche dei doni che tu hai voluto offrirci. Sono multiformi: aver accettato di farlo, aver obbedito nel ri-accettare, aver lasciato. Forse si è trattato di un dono in crescendo, perché la prima volta, alla fine del mandato di don Tito Credaro, c’era un qualcosa di scontato nell’aria che tu ne divenissi il successore: eri già vicario della Provincia e quindi il più accreditato per quel ruolo. Ma la seconda volta, quando si trattò di succedere a don Umberto che era entrato come Vicario nel Consiglio generale, fu davvero una sfida. Avevi già 70 anni. La Provincia aveva da poco perso don Frantellizzi. Non era mai successo prima e non è più successo dopo che un provinciale tornasse a rimettersi in gioco dopo una pausa.
Tra l’altro la prima volta del tuo mandato hai dovuto mettere a fuoco l’adeguamento delle strutture secondo la nuova legislazione statale, mentre la seconda hai dovuto far fronte ad un campo di missione che era cresciuto (India, Messico…), ma che disponeva di metà delle braccia precedenti. In altre parole, anche se è difficile sintetizzare, la prima volta ti sei dovuto occupare soprattutto del servizio e la seconda volta piuttosto dei servitori. Ritengo che il punto più alto del tuo dono a noi sia stato, nel 2003, quando hai deciso di lasciare, perché non era un gettare la spugna, tanto meno una disobbedienza. Vi erano la consapevolezza dei tuoi limiti e quella delle raggiunte capacità altrui, per cui sapevi di consegnare la Provincia alla custodia di gente all’altezza e quindi si trattava di un dono, di un atto di intelligenza che non è sempre alla portata di tutti, perché l’intelligenza della fede, e solo lei, è capace di dire…’nunc dimittis’.
Voglia di comunione
Il tuo ricordo ci doni coraggio nelle nostre stanchezze a volte trascinate e ci ispiri quel senso di caparbio ottimismo che ha colorato il tuo sacerdozio.
Don Guanella abbracci in te uno dei suoi figli più innamorati e a noi regali non la fierezza mondana di un’appartenenza cameratesca, ma l’umile commosso sorriso di gratitudine che spunta nell’animo di chi ogni giorno si meraviglia di Dio chiedendosi “perché hai chiamato proprio me? Che ti mancava? Che ti posso dare?”.
Un ricordo personalissimo? La quiete dopo la tempesta che subentrava alle nostre furiose discussioni su questioni di dottrina, di metodi, di scelte concrete. La tua voglia di comunione, dopo qualunque discussione, era immediata e convinta: non c’è e non ci deve essere mai una buona ragione per rompere il dono di Dio che è la fraternità. Vada per la grinta del lottatore che difende le sue posizioni, ma subito dopo l’abbraccio del fratello, accompagnato da una risata riconciliatrice. L’ultima volta mi avevi detto: “Ci vediamo alla canonizzazione”. Ci vedremo prima e non era previsto, almeno non da noi e non così, ma tutto porta con sé una parola di Dio e beato chi è capace di credere e di capire.
Grazie, don Mimì. Perdonaci, se serve. Prega per noi.
don Nino Minetti
