(s)provveduti agnelli in mezzo ai lupi #dalvangelodioggi
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Il vangelo di Luca di oggi inizia con questa nuova nomination di Gesù: altri settantadue discepoli. E’ un maniera come un altra per dire che il messaggio che Gesù è venuto a portare non è proprietà dei soli apostoli, ma di tutti i cristiani, di tutti i discepoli. Troppo spesso deleghiamo “ai preti” il nocciolo del cristianesimo, e ci accontentiamo di vivere un pò da spettatori la nostra vita. Gesù non la pensava così, e per questo spreca continuamente il verbo “andare”. Egli sà che non è il mondo che deve andare dai discepoli, ma i discepoli devono andare nel mondo. Tutti i discepoli, non solo alcuni. Non possiamo aspettare che qualcuno si accorga della nostra fede, dobbiamo essere i primi a raccontarla, ad annunciarla, ad attuarla, a renderla credibile al mondo. Il vangelo deve tornare nel suo luogo teologico principale: la strada, il luogo dove la nostra vita scorre, avviene, si realizza. La prima mossa spetta a noi e non al mondo. E sopratutto c’è una grande sproporzione tra quanti siamo e ciò che ci aspetta: “la messe è molta ma gli operai sono pochi. Pregate perchè ne mandi altri”. Non solo c’è sproporzione di numero ma c’è anche urgenza di tempo (“per strada non salutate nessuno”, quasi a dire di non perdere tempo in discussioni inutili, bisogna andare alla sostanza, perchè il tempo è poco), e c’è una sproprozione di mezzi: “come agnelli in mezzo ai lupi”. Gesù sà bene che non è una lotta tra lupi e lupi, ma tra lupi e agnelli. Gli agnelli sono indifesi, deboli, incapaci di far del male, ma allo stesso tempo sono puri, docili, amabili, umili. Tutte qualità, però, che non fermano la forza e la violenza dei lupi. Ma Gesù ci ha insegnato a non temere i lupi, a non diventare come loro. La nostra fedeltà a Cristo passa attraverso la consapevolezza che Egli vuole che ci fidiamo di Lui e non dei lupi. E fidarsi di Lui significa non avere paura dei lupi, non avere paura di essere messi fuori dal coro, di essere emarginati, trattati male, perseguitati e a volte anche uccisi, “mangiati”. Una vita spesa con un senso grande, vale molto più di tanta sopravvivenza vigliacca, fatta di continui compromessi e sottomissioni alle logiche dei lupi. Il problema è che i lupi non sono solo gli altri, a volte questi lupi sono dentro di noi, sono le nostre cattive abitudini, la nostra pigrizia, le nostre frustrazioni, le nostre paure. Essere cristiani significa affrontare e vincere innanzitutto questo branco di lupi che molto spesso ci portiamo dentro, e solo dopo affrontare i lupi che sono fuori di noi. Rimane il fatto che però dobbiamo combattere con la mansuetudine degli agnelli e non con le armi dei lupi. Agnelli coraggiosi, che non scappano. Un cristianesimo violento, in tutte le forme (anche quelle verbali), non è contemplato nell’insegnamento di Gesù.
La conclusione del vangelo è grondante di esaltazione: “I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome»”. Si, perchè una delle notizie più belle del cristianesimo è che ciò che tu pensavi essere non superabile, non sconfingibile, in realtà si sottomette a te quando cominci a vivere così e ad annunciare ciò che ti sforzi di vivere. Il male soccombe sempre sotto l’onda d’urto del binomio fede e nostra libertà. Il problema vero è che non basta vincere una volta, dobbiamo combattere sempre fino all’ultimo istante della nostra vita, quando da copione perderemo, ma acceteremo quella sconfitta sapendo che è stata vinta da Cristo anche per noi.
E oggi Cristo, fissando ciascuno di noi dritto negli occhi pronuncierà ancora una volta questa meravigliosa formula di coraggio che non potrà lasciarci indifferenti: “Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»”. Ricordiamocelo spesso, sopratutto quando la conta dei nostri fallimenti tende ad oscurare la nostra speranza.
di don Luigi Maria Epicoco
