Quello che sei per me (#dalvangelodioggi)
“Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà»”.
Il Vangelo di oggi inizia con una suggestiva immagine di Gesù. Il Paesaggio è essenziale. Non c’è nessuno. C’è solo lui in ricerca di un posto tranquillo dove pregare. I discepoli non riescono a resistere alla tentazione di interrompere quel raccoglimento, quella preghiera, quel rientrare in se stessi per guardare in faccia il Padre.Ma prima delle loro parole, Gesù lì inchioda con una domanda semplice e diretta:«Le folle, chi dicono che io sia?». Qui scatta l’imbarazzo, le consultazioni, gli occhi spalancati, la balbuzie di chi cerca di fare un bilancio dell’audience improvvisando risposte giuste: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». La risposta è semplice: “la gente pensa che tu sia una brava persona, uno che la sà raccontare, uno che ci crede; in pratica nessuno di nuovo, ma solo la copia di qualcuno già visto”. Ma Gesù non si accontatenta di questo bilancio, non si lascia sedurre dai complimenti superficiali del sentito dire. Incalza. Spinge il dito nella piaga: «Ma voi, chi dite che io sia?». Certo, perchè è troppo facile pensare e credere a quello che pensano e credono gli altri. La differenza non è in ciò che la massa pensa ma in ciò che tu pensi. In ciò che tu pensi da solo, con la tua testa, con il tuo cuore, con ciò che sei. Gesù non vuole approssimazioni, non vuole pecore nel senso più brutto del termine, vuole discepoli, ma discepoli con gli occhi aperti, con consapevolezza, con convinzione. Questo è il primo messaggio del Vangelo di oggi: tornare a pensare personalmente. Avere personalmente un’opinione, un giudizio, una decisione e non prendere per proprie le opinioni e i sentito dire degli altri. Si è cristiani quando si smette di vivere massificati e si comincia a vivere personalmente e con convinzione. Ecco perchè il cristianesimo non è una religione di massa ma una religione di ognuno. Ma è Pietro che chiude la consultazione. E’ lui che con questa risposta si acquista il primato di diventare l’ultimo dei primi, il servo dei servi: Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Che tradotto significa: tu sei quello che stavamo cercando. Tu sei quello che da sempre cerchiamo e che ogni mattina ne sentiamo nostalgia. Tu sei quello che non ci fa dormire la notte quando alla fine di una giornata non abbiamo dato il massimo e non abbiamo amato. Tu sei quello che manca a ciò che dovrebbe rendermi felice. Tu sei il senso. Tu sei la luce nella notte. Il sale della terra. Il lievito nella pasta. L’inesprimibile che ci riempie gli occhi di lacrime quando ti incontriamo nelle cose che viviamo e che ci fa disperare quando sei assente, quando tutto è perfetto ma è allo stesso tempo vuoto. Pietro, con tre parole, racconta di aver capito tutto l’essenziale di quell’uomo, di Gesù: Tu sei il Cristo di Dio. Ma Gesù chiosa questa rivelazione con un metodo, con un suggerimento, con una ricetta pratica: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà». Che significa tutto questo? Che cos’è la croce? La croce è la realtà che viviamo, tutta la realtà, sopratutto quella che non ci scegliamo eppure c’è, esiste davanti a noi in ogni istante. La croce non è un’interpretazione della vita, un ragionamento, una cosa sporadica, un singolo episodio. La croce non è una cosa da indossare o da appendere semplicemente a un muro. La croce è la realtà della nostra vita. Tutta la realtà. Seguire Gesù significa caricarsi questa realtà sulle spalle. Vivere senza disertare le cose che ci sono messe davanti ogni giorno. La più grande tentazione è questa: scappare dalla realtà. Vivere dentro la nostra testa. Vivere senza affrontare o sentire la responsabilità delle cose che ci sono dentro la nostra vita. Scappare via con tutti i mezzi e i modi immaginabili: alcol, droga, divertimento sfrenato, sesso, piacere fine a se stesso, immaginazione sfrenata etc. etc. Ognuno di noi elabora vie di fuga per non affrontare la realtà che c’ha davanti. Il cristianesimo è murare le vie di fuga e affrontare la battaglia. Seguire Gesù significa imparare a caricarsi delle cose che ci accadono e portarle finchè è possibile. Seguire Gesù significa perdere la propria vita così, cioè spenderla secondo questa indicazione, senza pensare di salvarla in altro modo, magari scappando dalla realtà. Per questo secondo la logica del vangelo chi perde vince e chi pensa di vincere in realtà perde. Un cristiano senza questa consapevolezza non è un cristiano è solo un simpatizzante… E’ il carattere che dobbiamo cambiare, non il mondo. Solo se cambiamo noi cambia il resto. Gesù ci insegna questo, ci educa a questo e così salva il mondo e la storia.
di don Luigi Maria Epicoco
