Memorie storiche di don Paolo 7 parte

1923-1924 - Direttore
Don Riccardo NEGRI
Don Filippo BONACINA
Don Paolo TOSCANI
Ch. Enrico CORNEO
Ch. Adelchi MASCETTI,novizio
Marcello CECCARELLI, addetto

Il chierico Tognini, tornato a Roma ci seguiva a longe. Per- fezionò i suoi studi, conseguendo la licenza in teologia all'Angelicum, il baccelleriato in Diritto Canonico alla Gregoriana e nello stesso anno la licenza alla Gregoriana, l'abilitazione all'insegnamento in materie letterarie. Per l'Istituto: fece confezionare una divisa per mettere in- sieme una squadra, ginnastica, più da parata che per partecipare a gare. . li gruppo dei Luigini e dei pagetti. Non mancò il gruppo degli esploratori, associati a un gruppo di Roma: LE FUGHE. Un triste fenomeno, rilevato anche dalle Autorità del paese e dal Ministero degli Interni, dal quale dipendevano la maggior parte degli orfanelli, era quello delle fughe. La meta era Roma. Denunciati i fuggiaschi ai carabinieri la maggior parte venivano riacciuffati a Valmontone. Istigati da un certo Pistilli Giovanni, con un certo Galli Giovanni di Veroli, e Bove Vincenzo di Ceccano - povero N.N. as- sistito dalla Signorina Sindaci - tentai anch'io la fuga. Avvenne così. Accordatici in precedenza, così come eravamo, con il grembiule e scalzi, fmita la ricreazione del pomeriggio, nascosti nel gabinetto, abbiamo atteso che i compagni fossero in chiesa per la visita.

Usciti guardinghi dal portone sgangherato che dava sulla strada del Belvedere, percorso un tratto nascosto alla vista dal muro di cinta, abbiamo preso il volo. Evitando la Casilina, ma con l'intezione di raggiungere Roma, ci siamo avviati verso la Macchia di Anagni. Come viatico una fetta di pane. Primo incidente, una spina al piede. Soccorso ed estratta la spina, abbiamo ripreso la corsa. Avvertito il pericolo che il grembiule potesse identificarci, tolto e arrotolato lo abbiamo nascosto nel fosso al ciglio della strada. Pensandoci oggi, a parte il movente di sottrarci alla disciplina e alla privazione della libertà, il progetto non reggeva. Il mio paese da Ferentino dista 200 chilometri. Bove di Ceccano nel Frusinate e Galli di Veroli, andavano in direzione opposta. A sfocare poi l'ardore della nostra impresa in- tervenne una donna, che avendoci identificati: "Dove andate ragazzi, ci sono i briganti!" Intanto in casa, avvertita la nostra scomparsa e indovinata la direzione della nostra fuga, ci misero alle calcagne due validi artigiani. Fra noi tre moschettieri il più piccolo, Giovanni, incomincia a pi- angere. Fu quindi un misto di timore e di sollievo, nel vederli dall'alto arrivare. Ci siamo arresi senza reagire.

Ci siamo accompagnati. a loro per far ritorno. Strada facendo, senza pensare a quel che ci aspettava, abbiamo trovato tempo e modo per una mangiata di more. Giunti poi al bivio della Casilina e della strada che porta al Belvedere, buoni buoni, senza neppure pensare di approfittare dell'opportunità, abbiamo atteso che i due si dissetassero a una vicina fontanella. Giunti in di- rettura d'arrivo. Erano le sedici circa. Superiori e compagni erano ad aspettarci sulla strada. Eccoli, eccoli! n giudizio fu sommario. Galli scarica la colpa su Pistilli, che sedutastante si è preso un sacco di botte, Bove se l'è passata liscia, al sottoscritto, il chierico Pompili affibbia un mese di "muro". Per chi non lo sapesse, questo castigo comportava la segregazione e la privazione, durante gli orari di ricreazione, di partecipare ai giochi e all'uso dell'altalena e ad altre attività ludiche, organizzate o spontanee. Ebbene, quei trenta giorni li ho trascorsi, masticando rabbia, tutti così.

Classica però, da romanzo, la storia della ripetute fughe di due povere creature: BALDI e CARRARA. Scappati e ripresi più volte, si pensò alla cella. Sicuro alla cella. Baldi, N.N. gracile, esile, diventò presto succube di Carrara: un ragazzone robusto, scuro di pelle, indomabile per temperamento. Dopo l'ultima fuga, ripresi e condotti in Istituto dai carabinieri, ap- prontarono una cella nel reparto sacrestia, in un locale adibito a de- posito di candelieri ed altri arredi sacri. Sottostava alcuni gradini sotto il pavimento, con l'entrata dall'atrio della sacrestia. Prendeva luce ed aria da una finestrella, munita di una robusta grata che dava sul portico. Alta dal pavimento, si vedevano passando arrampicati e aggrappati ai ferri della grata come scimmie allo zoo. Li servivano in cella. Dormivano su materassi stesi a terra. In seguito pensarono con dei cavalletti in ferro e delle tavole di sollevarli dal pavimento.

Quanti giorni trascorsero prima della fuga, non ricordo. Ho saputo che esplorando le pareti, una parete, dove erano addossate le brande, rispondeva a vuoto. Approfittando delle ore più propizie, che loro ritennero fossero quelle durante le funzioni che si svolgevano nelle vicina chiesa: suono dell'harmonium e soprattutto cantò delle litanie, per demolire la parete, pronti ad accostare la branda come arrivasse qualcuno. Fu. così che si calarono nel locale sotto stante del sotterraneo, in una vasca fuori uso dove si stemperava la calce in zolle. Di lì uscire e prendere il largo fu un giuoco. Avvisati i carabinieri, questi li ritrovarono in aperta campagna, acquattati in un fosso, sporchi, laceri, affamati. Il piccolo poi, che non riteneva la tutto sporco e nauseante. Era il 9 maggio del 1924. Ricordo la data perché quel giorno ebbi visita da mia sorella Francesca, da Roma, ove era scesa da Grotte, prima di salire a Torino per dare inizio con il probandato presso la congregazione di S. Anna e della Provvidenza, ancora vestita da collegiale, prolungò il viaggio fino a Ferentino.

Era il primo parente che rivedevo dopo quattro anni di assenza dal paese natio. I parenti a gara le avevano affidato parecchie cosette buone, e un mio cugino falegname confezionato una cassetta munita di serratura. Quando mia sorella vide, come due sacchi di stracci, quei poveri ragazzi, non finiva più di esortarrni di fare il bravo" non imitarli, ecc .. Allontanati, di Baldi non seppi più nulla, di Carrara seppi che morì nel tentativo di evadere da un carcere minorile. Alla sorella si unì suor Maria Ambrosini, una santa suora, tutta dedita al gruppo dei "Buoni Figli". Usciti in paese e saliti per Porta S. Agata in piazza, in un bar abbiamo consumato un buon caffèlatte con una veneziana. Poi insieme dal fotografo, ch'io conoscevo, perché l'anno prima da lui avevo fatto una foto da solo, su richiesta dei miei fratelli. Conservando ancora quelle foto, rimirandole posso dire che il Paoluccio cresceva. Per non mortificare la sorella, piccola di statura - dalla carta d'identità 1,55 mt. - io seduto e lei in piedi siamo quasi alla pari. La compagnia della sorella durò quel giorno. Quanti anni pas- sarono, almeno sette prima di rivederci a Narni, dove, fatto il suo tirocinio era stata trasferita.

I fratelli di Civitavecchia li ho rivisti dopo dieci anni. In talare. Avevo diciotto anni, e dovevo essere un bel giovanotto per sentirmi dire: "Peccato, un bel giovine così, farsi prete". Ripresi la scuola con impegno, anche perché gli esami erano pubblici. Narro ora alcuni episodi che si riallacciano a quelli che potrei chiamare voci interiori che ancor oggi non so spiegare, e alle quali non vorrei dare un'origine soprannaturale. Oltre avere spontaneamente, nel giorno della prima Comunione, non certo indotto da quelle par- ticolari attenzioni, di cui fui oggetto, non provocato, espresso la mia intezione di fanni prete, questa medesima intezione la misi per iscritto in un'altra circostanza. Il chierico Nazareno POMPILI, romagnolo puro sangue, vo- leva che le nostre ricreazioni fossero animate e non sopportava, quando eravamo obbligati per il mal tempo, a trascorrerle nel chiostro, se ci vedeva accoccolati sul pavimento, si levava la cinghia e: "muoversi, muoversi!" e giù cinghiate. Fu lui a rianimare la piccola filodrarnrnatica, erigendo un palco nell'ampio refettorio dei Frati. Ha messo in scena "Sangue romagnolo"; "Satana"; e con l'aiuto di don Lago che suonava l'hannonium: "Gianduiotto in collegio" e qualche farsa. Volle poi mettere insieme un quadro vivente in onore di S. Luigi Gonzaga. San Luigi nella posa tradizionale con il Crocefisso, angeli, incenso. Questo sul palco. Finì male. Volendo rendere più suggestiva la rappresentazione, accesero dei bengala. Apriti o cielo! Presero a fuoco le quinte, le sandaline. Pompili intervenne con una frasca ed evitò il peggio. E tutto non finì lì. Perché la composizione scenica la....

Martedì, 02 Giugno 2015 Posted in Memorie don Paolo Cappelloni