Pietro Claver sacerdote

Schiavo degli etiopi «Le anime degli Indiani hanno un valore infinito, perché hanno il valore del sangue di Gesù, mentre le ricchezze delle Indie non valgono niente... Andate nelle Indie, a recuperare tante anime che si perdono». Pietro Claver nato nel 1580 a Verdù, Lerida, segue il consiglio del suo confratello gesuita, il santo portinaio, Alfonso Rodriguez, e sbarca in America Latina. Nel subcontinente, tuttavia, non si prende cura degli indigeni, bensì degli schiavi neri introdotti in Colombia attraverso il porto di Cartagena. La sorte di queste persone gli entra talmente nel cuore che il 3 aprile del 1622 insieme con gli altri voti della sua professione religiosa pronuncia anche il voto di restare «schiavo degli etiopi (così venivano allora chiamati gli africani) per sempre». Da persona timida e insicura diventa un organizzatore caritatevole, ardito e ingegnoso. Ogni mese quando veniva segnalato l'arrivo di nuovi schiavi, usciva in mare con il suo battello portando cibo, soccorso e conforto. Per poter, poi, comunicare con quegli infelici imparò la lingua angolana, quindi mise insieme un gruppo di traduttori per gli altri dialetti. Infine, con l'esempio della sua carità e l'aiuto di strumenti pedagogici come immagini dipinte su grandi fogli di carta e un libro illustrato, si preoccupava non solo di battezzare, ma anche di trasmettere una fede matura e operosa. Questo lavoro intelligente causò a Pietro, accusato di zelo eccessivo e poco illuminato, delle prove difficili. Fedele al suo voto, tuttavia, fino all'ultimo dedicò tutte le sue energie all'evangelizzazione della gente di colore. Morto nel 1654, è «patrono universale delle missioni tra le popolazioni nere».

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