Rosalia vergine

Il profeta più grande

La tradizione biblica ne ha fatto una figura storica e simbolica al pari di Abramo. Il Mosè storico visse tra il XIII e il XII secolo a.C. Nato in Egitto, guidò il popolo di Israele nell'esodo dalla terra dei faraoni. Morì senza poter entrare in quel paese verso il quale aveva guidato il suo popolo. Molto più importante la figura simbolica di Mosè, che l'Antico Testamento definisce «servo del Signore», «il più grande dei profeti». Il racconto del suo salvataggio dal Nilo lo introduce alla corte dei faraoni. Senza saperlo, qui egli si prepara alla sua missione di liberare i suoi fratelli, gli ebrei. Il primo tentativo, preso di sua iniziativa, fallisce miseramente. A Mosè non resta che fuggire in Madian dove trova lavoro e famiglia. Dio tuttavia non gli dà tregua, gli appare al roveto ardente e lo invia ancora in Egitto per preparare l'esodo di Israele. Nel deserto si moltiplicano le difficoltà. A tutte Mosè pone rimedio combattendo per il popolo e guidandolo all'incontro con Dio al Sinai. Riceve i dieci comandamenti e li trasmette al popolo, così come propone il codice dell'alleanza. Muore alla soglia della terra promessa. Di lui dice la Bibbia: «Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia». Poiché prima di morire Mosé aveva detto: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me», i cristiani hanno riconosciuto in Gesù il nuovo Mosè. Come l'antico legislatore, egli proclamerà da un'altura la sua legge, il discorso della montagna, e al momento della trasfigurazione appare agli apostoli in compagnia di Mosè ed Elia. Per questo la guida d'Israele è stato sempre venerato anche nella tradizione cristiana.

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