Giovanni Battista

La vita è, per un cristiano, un compito. Dunque, non importa se il compito in questione prevede una vita grama. Prendiamo il santo di cui oggi si ricorda la nascita (non la morte, caso più unico che raro), Giovanni, figlio di Elisabetta e Zaccaria, e detto il Battista. Campò soli trent’anni, viveva nel deserto (sai che spasso), mangiava locuste e si copriva con una (ruvida e pulciosa) pelle di cammello. Finì in una fetida cella, in catene. Il capriccio di una lolita ne provocò la decapitazione, con tanto di dileggio finale del macabro trofeo della sua testa, mostrata su un piatto ai gaudenti di una baldoria. Il suo parente Gesù fece, di lì a poco, una fine anche peggiore. Con questo tipo di «testimonial» c’è da chiedersi che cosa attragga nel cristianesimo. Eppure, sono venti secoli che attrae, eccome. Quantunque non prometta altro che sudore, lacrime e sangue, e continui a mantenere la promessa. Sì, ogni tanto alla lotteria di Lourdes o di Medjugorje qualcuno riceve un’attenuazione di pena. Ma solo per dare una conferma a tutti gli altri che è tutto vero. E incoraggiarli nella salita al Golgota. Con la croce sulla schiena. Spinti in avanti a frustate. Mentre gli astanti sghignazzano e ti dicono: ma chi te lo fa fare?
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