Adam «Alberto» Chmielowski

Nacque a Igolomia, nella Polonia meridionale, nel 1845. Patriota sfegatato, prese parte all’insurrezione del 1863 contro i russi, insurrezione che, come le altre, finì male per i polacchi. Lui si beccò una brutta ferita che gli costò l’amputazione di un piede. Come molti ex insorti polacchi, prese la via di Parigi, dove si mise a studiare pittura. Si perfezionò a Monaco di Baviera e poi tornò a Varsavia, dove in poco tempo divenne un pittore affermato e un critico d’arte di grande rinomanza. Era all’apice della carriera quando decise di gettare tutto alle ortiche (bruciò perfino gli ultimi quadri) per dedicarsi ai miserabili di Cracovia. Prese il nome di Fratel Alberto e in breve tempo radunò attorno a sé molti seguaci, che la gente prese a chiamare Compagnia dei Frati Albertini. È lui quel «Fratello del nostro Dio» a cui Karol Wojtyla dedicò un dramma (che poi, divenuto papa, vide rappresentare anche al cinema). Beatificato e poi canonizzato da Giovanni Paolo II, al vostro agiografo preferito sta particolarmente simpatico da quando l’ha visto, in una foto, con la sigaretta tra le dita. Ed era già un fondatore. Adam «Alberto» Chmielowski morì nel 1916. Wojtyla scrisse che fu il suo esempio a indurlo al sacerdozio.
© www.rinocammilleri.com

Stampa Email