Ciro e Giulitta

Giulitta era una patrizia di Iconio e Ciro era suo figlio. I due erano cristiani. Quando fu l’ora degli editti di Diocleziano e Massimiano, a Iconio fu mandato un funzionario anche troppo solerte. Allora Giulitta e il piccolo Ciro, tre anni, accompagnati da due serve cercarono di allontanarsi dalla città. Ma non fecero in tempo. Giulitta fu arrestata e portata davanti al giudice. Questi cominciò l’interrogatorio rituale (nome, condizione, residenza eccetera) ma a ogni domanda Giulitta rispondeva di essere cristiana e di non avere intenzione di sacrificare agli idoli. Il giudice, irritato, ordinò che le togliessero il bambino. Poi la fece fustigare. Intanto il bambino strillava. Il magistrato, che in fondo faceva solo il suo mestiere, cambiò tattica. Si fece portare il bambino e se lo mise sulle ginocchia per vezzeggiarlo. Ma quello si mise a scalciare e a gridare di essere cristiano. Anzi, graffiò la faccia all’uomo. Questi, persa la pazienza, afferrò il piccolo per un piede lo fece volare lontano. Ciro atterrò di testa e morì. La povera madre, sebbene ferita dalle verghe, ringraziò il suo Dio per essersi preso la sua creatura. Il che fece imbufalire il giudice. Giulitta fu bestialmente torturata e infine decapitata. © www.rinocamilleri.com

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