Quirino

Nel 308 il vescovo di Siscia (oggi Sisak, in Croazia) era Quirino. La persecuzione di Diocleziano fu particolarmente pesante in quei luoghi, giacché lo stesso Diocleziano, che era illirico, vi si era ritirato. Quirino, ormai anziano, quando seppe che venivano per arrestarlo fuggì ma fu preso e portato di fronte al magistrato. Questo, di nome Massimo, gli chiese perché stesse scappando, dal momento che gli editti avevano forza dovunque. Quirino rispose che Cristo aveva detto di fuggire in un’altra città se perseguitati nella propria («Mt» 10,23). Il magistrato obiettò che il suo Cristo non l’aveva certo difeso. Poi, stufo di quelle tergiversazioni, gli mostrò l’incenso: eseguisse l’editto e sarebbe stato libero, il rifiuto sarebbe stato punito. Quirino rifiutò e fu sottoposto alle verghe. Di nuovo fu richiesto di offrire l’incenso e di nuovo rifiutò. Massimo non aveva l’autorità di pronunciare sentenze capitali e lo fece portare a Savaria (oggi Szombathely, in Ungheria), dove risiedeva Amanzio, governatore della Pannonia. Questi, letto il resoconto del processo, invitò per l’ultima volta Quirino a obbedire all’editto. Di fronte al diniego non ebbe scelta che condannare. Quirino fu gettato nel fiume Sava con una pietra al collo.
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