Martiri della Corea

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Il 6 maggio 1984 il papa Giovanni Paolo II (recente Beato) canonizzava 103 martiri coreani a Seul. La Corea è un caso unico di autoevangelizzazione. La Corea, infatti, condivideva col Giappone l’ammirazione per la cultura cinese. Erano i tempi in cui il gesuita Matteo Ricci riscuoteva il plauso della corte di Pechino, sia per le sue conoscenze scientifiche che per la nuova filosofia di cui era portatore. Alcuni diplomatici coreani tornarono nella loro patria con la notizia che il cristianesimo era di gran moda alla corte cinese e cominciarono a studiarlo. Il primo a chiedere il battesimo fu Yi Sung-hun, che nel 1784 assunse il nome di Pietro. Ma trascorsero molti anni prima che l’Europa riuscisse a mandare dei missionari. Il primo, il francese Laurent Imbert delle Missioni Estere di Parigi, trovò una comunità cristiana già avviata. Il primo sacerdote indigeno fu Andrea Kim Tae-gon. Ma in pochi anni la Corea imitò la Cina (e il Giappone) anche nelle persecuzioni contro il credo dei «barbari occidentali». Andrea Kim Tae-gon fu anche il primo martire. In un secolo di persecuzioni più di diecimila cristiani vennero uccisi. Tra loro anche una quindicina di suore indigene, come le sorelle Agnese e Colomba Kim Hyo-ju.
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