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Traslazione di S. Antonio da Padova

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Tranquilli, non stiamo proponendo un’ennesima Giornata, né la «lingua» di cui parliamo è da intendersi nel senso di «idioma». No, si tratta proprio di una lingua di carne e sangue. E appartiene a s. Antonio di Padova. Il santo morì un 13 giugno ma il 15 febbraio si ricorda la sua Traslazione, quando si scoprì che la sua lingua era rimasta assolutamente intatta. In effetti di Traslazioni ce ne furono due, una l’8 aprile 1263 a opera di s. Bonaventura, generale dei francescani (s. Antonio era infatti un francescano). Fu allora, in verità, che ci si accorse della lingua incorrotta. Il 15 febbraio 1350, invece, la tomba di s. Antonio trovò la sua sistemazione definitiva nella cappella delle reliquie della basilica padovana. La memoria liturgica in questione è detta anche Festa della Lingua. Perché del corpo del santo è rimasta proprio la lingua? Perché Fernando de Bulhões, portoghese (questo il nome secolare del santo), aveva la favella d’oro. Lo chiamavano Arca della Scrittura per l’erudizione. Antonio, che stava zitto per umiltà, era adibito alla cucina. Durante una disputa tra francescani e domenicani, per dispetto i primi proposero che predicasse il loro cuoco. Il quale aprì bocca per obbedienza. E fu meraviglia.
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