Coren e Abramo

Nell’anno 450 il re persiano Iezdegerd II emanò un decreto che obbligava gli armeni, cristiani, a passare alla religione mazdaica. I nobili e il clero armeni si riunirono in assemblea ad Artasat e, dopo essersi consultati, risposero picche. Alla riunione erano presenti i due preti Coren e Abramo. L’anno seguente, il re passò alle cattive e mandò l’esercito. Gli armeni si difesero e fu guerra. Ma la disparità era eccessiva e finì come doveva finire. Tra i prigionieri c’erano sia Coren e Abramo che i loro maestri, i vescovi Giuseppe, Leonzio e Isacco. Gettati in carcere a Nisapur, i vescovi furono senz’altro giustiziati, mentre ai preti venne offerta la vita in cambio dell’adorazione del sole. Poiché si rifiutarono, il giudice Tamsapur fece loro tagliare le orecchie, poi li mandò ai lavori forzati in Mesopotamia. I due preti finirono per diventare i cappellani degli altri disgraziati armeni condannati come loro. Il primo ad andarsene fu Coren, che morì di insolazione nel 461. Abramo se la cavò, perché due anni dopo venne liberato e rimandato in patria. Qui lo accolsero come martire ma lui si sottrasse agli onori andandosene in eremitaggio. Tuttavia, dovette poi accettare la nomina a vescovo di Bznunik. Morì poco dopo.

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