Cassiano

Faceva da cancelliere nel tribunale militare che condannò a morte il centurione Marcello. L’anno è il 298, il luogo Tingis in Mauretania (oggi Tangeri). La Legione Traiana, ivi stanziata, stava celebrando il genetliaco dell’augusto Massimiano, imperatore occidentale. Costui, col collega Diocleziano, aveva ordinato che tutte le cerimonie implicassero un rito idolatrico, in modo da stanare i cristiani. Marcello, quando toccò a lui di bruciare l’incenso, gettò il suo bastone di comando in terra e, davanti alle aquile, dichiarò che non aveva nessuna intenzione di sacrificare agli dèi. Il prefetto Fortunato lo fece mettere agli arresti; poi, a feste finite, lo deferì al vicario Agricolano. Il fatto era avvenuto agli inizi di agosto ma solo alla fine di ottobre si tenne il processo contro l’ex centurione. Le risposte calme e serene, l’atteggiamento pieno di dignità dell’imputato commossero Cassiano, che redigeva il verbale. Quando il magistrato pronunciò la sentenza di morte, Cassiano non seppe trattenersi ma balzò in piedi e, buttando per terra la tavoletta su cui stava scrivendo, protestò vivamente. Naturalmente, finì arrestato anche lui. Processato a sua volta dallo stesso Agricolano, fu decapitato come Marcello.
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