Gioacchino Ho-Kai-Che

Era un cristiano dell’Annam, regione orientale dell’Indocina oggi compresa nel Vietnam. Durante la persecuzione scatenata dal re Minh-Manh, Gioacchino Ho-Kai-Che faceva il catechista ma fu arrestato e marchiato a fuoco sulla faccia. Venne cacciato dal Paese e costretto all’esilio in Mongolia. Rimase lontano dalla patria per ben diciotto anni. Quando gli parve che le acque si fossero calmate, rientrò e si stabilì nel villaggio di Kuei-Cheu. Qui fece costruire una specie di oratorio in cui i cristiani locali potevano riunirsi e ascoltare le sue esortazioni. In mancanza di preti (i missionari erano stati tutti cacciati) toccava a lui fare l’«uomo di preghiera» e il battezzatore. Ma nel 1839 la persecuzione si riattizzò e Gioacchino Ho-Kai-Che venne nuovamente arrestato. Questa volta, poiché era recidivo, fu condannato a morte. Nel carcere trovò altri cristiani e ne divenne praticamente l’animatore. Per questo fu ripetutamente torturato. Alla fine venne trascinato al supplizio, in cui morì per strangolamento. Mentre lo portavano al palo, alcuni degli astanti, suoi amici, cercarono di dargli un po’ di vino di canna, al fine di fargli forza. Ma lui dichiarò apertamente che intendeva imitare Cristo sul Calvario.
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