Giovanni Hashimoto & C.

Nel 1619 lo shogun Hidetada, di passaggio a Kyoto, venne a sapere che c’erano dei cristiani ancora vivi e andò in collera. Il daimyo Itakura corse ai ripari e riuscì a rastrellarne cinquantadue, metà dei quali donne; undici erano bambini. Si aspettò il grande raduno dei daimyo e il 6 ottobre i prigionieri vennero fatti sfilare per la città. Di fronte al grande Buddha che si ergeva sul fiume Kamogawa erano state innalzate cinquantadue croci circondate da rami secchi. Giovanni Hashimoto, l’«uomo di preghiera» (colui che dirigeva la comunità cristiana in mancanza di preti), fu legato per primo. Nella croce accanto fu legata sua moglie Tecla, che era incinta e teneva in braccio la piccola Luisa di tre anni. Con le stessa corda furono legati a lei i figlioletti Caterina, di tredici anni, e Pietro, di sei. Lo shogun aspettò il tramonto, perché i roghi facessero spettacolo e fossero di monito a tutti. I cinquantadue cristiani vennero dunque arsi vivi. La scena fu straziante e non pochi tra gli astanti rimasero commossi a sentire Tecla e le altre madri raccomandare a Cristo le anime dei loro figli. Tra i presenti c’era anche un mercante inglese, protestante, tal Cokes, che fu impressionato dalla serenità dei martiri.
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