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Luce e ombra

Un albero, grande, ricco di fiori e frutti, illuminato dal sole splendente è bello a vedersi e da gioia…ma ha un difetto….fa ombra!Quest’immagine è simile ad un uomo, ad ogni uomo che viene nel mondo.Illuminato da Cristo, vera luce e Vita è grande, bello e fecondo di opere buone ma conserva però le sue fragilità….

Luce e ombra

Con la Luce accesa vedremo tutto, anche la nostra vera faccia (Tracce di Parola di Dio del 19.02.2018)

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli", prenderà posto, tutto andrà a finire davanti al "trono della sua gloria" così come il Vangelo di oggi ci racconta. Che tradotto significa che alla fine della storia (e anche della nostra) saremo condotti davanti all'interruttore della luce, e quell'interruttore sarà finalmente accesso. E con la luce accesa si vedrà tutto. Vedremo finalmente la nostra vera faccia. Daremo finalmente un nome a tutti i nodi che ci sono rimasti in gola. Nodi creati dal dolore, dall'indigestione di vita, dalle sbornie anche delle cose belle. Guardare Dio in faccia significherà per noi capire fino in fondo noi stessi, la nostra storia, la gente amata, e riavere tutto nuovamente nelle nostre mani, però in maniera definitiva. Non ci sarà più notte. Non ci saranno più lacrime a filtrare i nostri orizzonti. E respireremo di nuovo a pieni polmoni come ci capitava da bambini quando eravamo nelle braccia di nostra madre o di chiunque c'abbia veramente amato. Sarà bandito l'affanno, e i respiri corti della paura e dell'ansia. E i sorrisi adorneranno di rughe benedette i nostri occhi arricciati di gioia. Perché abbiamo creduto alla "Luce accesa" quando era "buio fitto", cioè quando non potevamo accorgerci che chiunque sfamavamo, accoglievamo, amavano, curavamo, ascoltavamo era Dio stesso mescolato di povertà, di ingiustizia, di dolore, di peccato, persino di noi stessi. Nel Vangelo di oggi Cristo ci fa sbirciare il finale perché possiamo trovare il tempo e il coraggio di cambiare il copione degli eventi consegnati alla nostra vita. Non vuole rovinarci la suspence, ma assicurarsi di procedere secondo rotte sicure, e amare (senza tornaconti) è una rotta sicura anche al buio, quando Dio non lo si riconosce. Anche perché se c’è una cosa che accomuna i “buoni e i cattivi” è la medesima domanda: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti?” #dalvangelodioggi


 

Gesù il nostro correttore! (Tracce di Parola di Dio del 17.02.2018)

Il vangelo di oggi riporta una scena repentina: “Egli uscì e notò un pubblicano, di nome Levi, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, lasciata ogni cosa, si alzò e si mise a seguirlo”. Perché proprio lui? perché questa proposta? Perché questa risposta immediata? Il Vangelo non ci dice nulla rispetto a queste domande. Eppure non sono domande da gossip, sono domande serie che potrebbero gettare luce nuova anche sulla nostra vita. Credo che tutti vorremmo sapere perché tra infinite possibilità siamo nati proprio noi. Perché abbiamo la fede? O perché ci è accaduto qualcosa? Perché è accaduto proprio a noi e non a qualcun altro? Dobbiamo con molta umiltà arrestarci dinanzi a un simile mistero e prenderci ciò che possiamo, e cioè il fatto nella sua nudità più essenziale. Gesù fissa quest’uomo, lo chiama, gli dice di seguirlo e lui si alza, lascia tutto e lo segue. Ma quest’uomo non è un uomo qualunque, è un pubblicano, un peccatore, un collaborazionista dei romani. Magari Gesù lo chiama per tirarlo fuori proprio da una simile contraddizione. Ma allora perché compie l’imprudenza di accettare un invito a pranzo sedendo non solo con lui ma con tutta una combriccola di peccatori? “I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai discepoli di Gesù: Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”. Appunto, perché? Perché Gesù non valorizza la nostra parte migliore invece di venirci a incontrare proprio nella nostra parte peggiore? “Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento»”. Gesù ricollega i fili scollegati dei nostri peccati attraverso una relazione che ci salva. Ci vuole incontrare e vuole entrare in relazione con noi per darci l’opportunità di ripartire. Non è preoccupato che abbiamo sbagliato. È preoccupato che ciò che di male abbiamo fatto può diventare la parola ultima sulla nostra vita, il nostro destino. I moralisti passano con la penna rossa gli errori, Gesù invece li corregge. #dalvangelodioggi

Toccare la concretezza della realtà (Tracce di Parola di Dio del 9.02.2018)

La storia del miracolo raccontata nel Vangelo di oggi non è semplicemente la narrazione di un fatto di cronaca registrato dal Vangelo, ma forse anche un’indicazione importante per la rilettura della nostra vita. L’uomo coinvolto non è solo un uomo afflitto da un problema, ma un uomo afflitto da un problema carico di grande valore simbolico: “Condussero da lui un sordo che parlava a stento; e lo pregarono che gli imponesse le mani”. Il problema di quest’uomo è un problema di comunicazione. Quando si ammala la nostra comunicazione siamo costretti all’isolamento. Uno dei sintomi del male della nostra vita è proprio l'isolamento. Soprattutto l'isolamento dalla realtà e dagli altri. Ci si rinchiude dentro la nostra testa, i nostri ragionamenti, le nostre autopsie celebrali e si confonde la realtà con ciò che invece è solo dentro la nostra testa. La cosa peggiore, poi, è quando non riusciamo nemmeno più a chiedere aiuto, a farci aiutare per venir fuori da questo isolamento. Il Vangelo di oggi parla esattamente di questo. Gesù riapre i sensi. Riapre, cioè, le vie di comunicazione con la realtà. Ci fa tornare con i piedi per terra. Ridà valore alle cose che esistono e non alle nostre elucumbrazioni mentali che sono la prima benzina delle nostre depressioni. Oggi Gesù pronuncia "Effata" cioè "Apriti" su tutte le nostre chiusure e isolamenti. E lo fa con una fisicità estrema: “Egli lo condusse fuori dalla folla, in disparte, gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; poi, alzando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà!» che vuol dire: «Apriti!»”. Dita, saliva, lingua, toccare, sono cose di una concretezza estrema. È il contatto concreto della vita l’occasione che molto spesso il Signore ci dà per guarire. Non i ragionamenti ma il lasciarsi “toccare” concretamente nelle cose, è lì che troviamo anche guarigione. Non basta riordinare le idee a volte abbiamo bisogno dell’incontro/scontro con la concretezza della realtà. #dalvangelodioggi

Il cristianesimo è l’intima certezza che ciò che mi manca esiste (Tracce di Parola di Dio del 5.02.2018)

C’è una constatazione che dobbiamo fare senza troppi giri di parole: ovunque c’è Gesù c’è sempre un’alta concentrazione di malati, poveri, bisognosi. “Come furono sbarcati, subito la gente, riconosciutolo, corse per tutto il paese e cominciarono a portare qua e là i malati sui loro lettucci, dovunque si sentiva dire che egli si trovasse. Dovunque egli giungeva, nei villaggi, nelle città e nelle campagne, portavano gli infermi nelle piazze e lo pregavano che li lasciasse toccare almeno il lembo della sua veste”. Sarebbe troppo riduttivo vedere in questo atteggiamento solo una relazione di tipo taumaturgico. C’è forse una verità più profonda davanti a questo tipo di narrazione così diffusa nel vangelo. Ovunque c’è una situazione strutturalmente di bisogno (materiale, fisico, spirituale), lì c’è anche un’attrazione infinita per Cristo. E questo perché la Grazia che Egli porta può essere incontrata solo nel nostro bisogno. In parole povere è quando “ci manca qualcosa” che ci accorgiamo di non bastare a noi stessi, di non riuscire da soli a darci ciò che conta, di non trovare autonomamente la risposa alla domanda. Un uomo è tale perché è strutturalmente un “vuoto che cerca una pienezza”. È la coscienza di questo vuoto, è la consapevolezza di non bastare a noi stessi che ci dispone ad incontrare Gesù. Sazi, presunti sani, saccenti, superbi, manovratori non riescono quasi mai a incontrare Cristo o per lo meno a capirlo fino in fondo, perché in loro non agisce la loro mancanza, ma l’illusione del non avere bisogno. Viene da sé allora il perché Gesù spesso dice di essere venuto per i malati, e non per i sani. Ma per coloro che si lasciano toccare nella loro mancanza, nel loro bisogno, nella loro malattia, accade allora qualcosa di radicalmente diverso: “E tutti quelli che lo toccavano erano guariti”. Il Vangelo ce lo ricorda affinché nessuno di noi viva con l’idea sbagliata che il cristianesimo è la predica della rassegnazione. Il cristianesimo è l’intima certezza che ciò che mi manca esiste. #dalvangelodioggi