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Luce e ombra

Un albero, grande, ricco di fiori e frutti, illuminato dal sole splendente è bello a vedersi e da gioia…ma ha un difetto….fa ombra!Quest’immagine è simile ad un uomo, ad ogni uomo che viene nel mondo.Illuminato da Cristo, vera luce e Vita è grande, bello e fecondo di opere buone ma conserva però le sue fragilità….

Luce e ombra

La fatica della gioia - Pasqua 2011

La fatica della gioia - Pasqua 2011

http://www.egioiasia.com/

S

iamo così abituati al finale del Vangelo che forse ne abbiamo perso tutta la portata rivoluzionaria. E’ come se a noi cristiani la resurrezione non cambi effettivamente le carte in tavola. Ci pare che sia più convincente la croce, il venerdì santo. E così viviamo costantemente come cristiani del venerdì santo, smemorati della domenica della Pasqua. Il dolore pare avere più argomenti della gioia. Anzi pare che esso sia totalizzante, concreto, reale, mentre la gioia è solo una pia illusione che scompare subito davanti alla crudezza della realtà.

Non ho conosciuto molta gente disposta a scommettere sulla gioia, mentre ne ho conosciuta tanta che non aveva bisogno di molte argomenti per assumere la smorfia del dolore. Gesù viene a portare nella storia un finale diverso. Non è la promessa di qualcosa che dovrà accadere, ma esattamente l’evidenza di una cosa che è accaduta già e che si espande come un onda d’urto fino alla fine del mondo e della storia, cioè la Sua Resurrezione.

E oggi dov’è quest’onda d’urto? Dove si nasconde? Come fa il mondo a vederla e ad aggrapparsi ad essa? Siamo noi quest’onda d’urto, siamo noi quel moto perpetuo di gioia e senso che Cristo ha innescato. Solo attraverso la nostra vita la resurrezione può toccare la storia. Cristo nascosto dentro la nostra umanità.

Ma ci sorge una domanda: come convivono i nostri venerdì santo con l’imperativo della pasqua? Che fine fanno i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri dolori davanti al mattino di pasqua? Essi sono tutti lì, ma non come una sentenza definitiva ma come un “passaggio” che ci conduce altrove. Cristo non ci salva dai problemi, dalle ansie, dalla paura, dal dolore. Cristo ci salva attraverso i problemi che viviamo, le ansie, le paure che proviamo, i dolore che soffriamo. Cristo non ci salva dalla croce ma attraverso la croce.

Qui risiede la nostra gioia, sapere che tutto ciò che ci mortifica, che ci tormenta, che mette a dura prova la nostra pace, è solo un tempo che passa e che ci conduce su terra sicura.

La gioia dei cristiani non è la gioia ingenua dei cretini, ma la gioia sudata dei credenti, cioè di coloro che hanno il coraggio di vivere la settimana santa fino alla domenica senza fermarsi o arenarsi rassegnati alle pendici di qualche oscuro venerdì santo. E per questo vivono la gioia come una direzione da prendere ogni mattina, rischiando tutto.

Buona Pasqua a tutti.

“Scelse” di essere morto e discese agli inferi

Sabato Santo

“Scelse” di essere morto e discese agli inferi

di don Sergio Reali - © http://www.egioiasia.com

Oggi è un giorno che nella sua  densa simbolicità  ci mette in grande imbarazzo !

Il “verbo-parola del Padre, che rompendo l’eterno silenzio del nulla ha tratto all’esistenza “tutto ciò che esiste” tace. “La morte e la vita che “si sono affrontate in una grande battaglia” e il Signore della vita, appare oggi inesorabilmente sconfitto.

Eppure questo  abisso di silenzio, e di  nascondimento è più eloquente di tante parole. Questo giorno di apparente eclissi di Dio  esprime la fondamentale verità, enunciata nel simbolo della fede, che cioè Cristo è disceso negli inferi per colorarli di cielo, è penetrato nel mistero della morte per sconfiggerla  definitivamente. Questa verità teologica sta alla base della spiritualità e dell’azione pastorale di Nuovi Orizzonti e, pertanto,  è stata più volte approfondita  e meditata in ritiri ed incontri. Senza la pretesa di aggiungere nulla vorrei qui condividere fraternamente  con voi solo  alcune riflessione di carattere teologico e spirituale.

Il fatto che sia  disceso nello shêol, significa anzitutto che il Verbo incarnato  ha condiviso in tutto l’abisso del nostro destino umano fino a fare esperienza della  morte. Il Sabato santo è pertanto la concretizzazione ultima e più alta dell’incarnazione  (cfr Gv 1,14; Fil 2, 6-8), è il momento dell’estrema “debolezza  di Dio” ma anche la premessa della sua definitiva vittoria. In altre parole – come più volte Chiara ci ha ricordato nelle sue meditazioni – nel momento stesso in cui la morte fagocita il Cristo e appare vittoriosa, essa assume il suo veleno e “muore”. Dopo il venerdì santo, dopo la croce, la morte  stessa  viene trasformata: essa non è più l’antitesi dell’esistere o il luogo della non relazione (cfr ad esempio Is 38,11.18) ma il luogo di un abbraccio definitivo, la condizione  che immette nell’eternità. Oltrepassando la soglia della morte, l’uomo incontra sempre e nuovamente colui che è la vita, e che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima. E questo è vero non solo per coloro che  vengono cronologicamente  dopo l’evento Cristo ma anche per coloro che lo hanno preceduto. La discesa agli inferi compie infatti una rivoluzione cosmica, rompe  limiti temporali e inserisce nell’eternità beata le anime dei giusti che attendevano di essere liberate. E’ in questo senso che va intesa l’espressione  “Cristo è il primogenito dei morti” (cfr Ap 1,5).

Gridando sulla croce la sua solitudine e, allo stesso tempo, il suo abbandono al progetto del Padre, Gesù si è fatto partecipe delle nostre angosce  ma  “scendendo agli inferi” ci ha garantito che neanche la morte ci può separare da lui: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (…) Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (cfr Rm 8, 35.38-39)  e che nella morte “la vita non è tolta ma trasformata”.

Lungi dall’essere un giorno vuoto, il sabato santo è la sintesi dialettica di quanto lo precede nel declinarsi del Misero di Cristo; è il silenzio che fa da sfondo al grido vittorioso dell’alleluia pasquale.

Non dobbiamo però dimenticare che l’evento salvifico che si realizza in Cristo  è un evento che rientra  nell’economia trinitaria.  In altre parole tutto ciò  che Gesù compie rientra in un progetto della Unitrinità Santissima e che pertanto Egli agisce come persona divina. Il sabato santo è pertanto (per analogia molto impropria ) il giorno in cui  Dio “si fa” morto  come espressione della sua radicale solidarietà con noi uomini. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. Questo “farsi morto”, questo “mettersi in silenzio” di Dio è, a mio giudizio, un’altra manifestazione altissima di solidarietà. In questo modo infatti Egli si fa solidale con quanti, atei, agnostici, indifferenti vivono in concreto la sua assenza. L’apparente silenzio di Dio è forse il suo modo particolarissimo di comunicare con l’uomo,.

Mi vengono qui in mente le terribili parole  che F. Nietzsche mette sulla bocca dell’uomo folle: …Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! (…). Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?” (Cfr F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).. Dio non è morto ma “ha voluto essere morto”, ma soprattutto non “resta morto”. Le nostre chiese, le nostre assemblee liturgiche non sono “i sepolcri di Dio” ma sono (o almeno dovrebbero essere) la proclamazione della sua eterna ed irreversibile vittoria.  Ecco il mistero di questo giorno!

Contempliamo oggi colui che, facendosi solidale con ogni figlio di Adamo, “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha (ri)dato a noi la vita” (cfr. prefazio della veglia pasquale)   e con la vita la pienezza della gioia. Oggi non è il giorno del lutto ma dell’attesa: “ …il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Cfr. P.G. 43,439 – seconda lettura dell’Ufficio del sabato santo).

Il meraviglioso carisma che Dio ci ha affidato e che la Chiesa ha recentemente riconosciuto e fatto proprio, trova in questo giorno “imbarazzante” il suo fondamento. A noi è richiesto fare il mestiere del nostro Dio: chiamare “quanti giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte”  alla gioia della liberazione, scendere con Cristo nell’abisso di dolore –amore di cui il sabato santo è icona e luogo.

Come le donne del vangelo, anche noi oggi  vegliamo accanto al sepolcro dove il Signore apparentemente dorme… la Resurrezione è certa , la liberazione pure!

Domenica delle Palme 2011

ApPASSIOnato

Domenica delle Palme 2011

Ormai siamo interiormente alle porte di Gerusalemme, stanchi di quaranta giorni in cui abbiamo cercato di mantenere la direzione giusta. E a queste porte qualcuno mette nelle nostre mani ramoscelli d’ulivo per acclamare a Gesù che entra come un re vittorioso nella città di Gerusalemme. Questa è la domenica delle palme: è far entrare per la porta un Cristo con tutto l’entusiasmo del mondo, per poi farlo uscire poco dopo, picchiato, insultato, condannato perchè reputato troppo esigente per rimanerci dentro.

Siamo noi la Gerusalemme su cui Cristo piange scorgendola da lontano. Siamo noi quelli che dicono di credere quando credere è conveniente. Siamo noi quelli che trovano mille scuse e attenuanti per metterlo fuori dalla nostra vita, crocifiggendolo nell’indifferenza, nello sprezzo totale fuori dalle porte di Gerusalemme.

Persino gli amici scappano, persino chi gli è affezionato ha paura. Ma il cristianesimo inizia quando abbiamo il coraggio di far entrare Cristo dentro la nostra vita non a galoppo dell’entusiasmo ma consapevolmente, sapendo quanto a volte è alto il prezzo della Sua permanenza dentro i nostri giorni. Perchè Cristo non si accontenta. Cristo vuole che voliamo alto e non che ruspiamo a terra fingendo di essere dei polli quando invece siamo nati aquile (scriveva Antony de Mello).

Oggi Gesù entra in Gerusalemme acclamato da quella stessa folla che qualche giorno dopo urlerà: “Crocifiggilo”.

La vera conversione è uscire da quella folla sia quando grida Osanna che quando urla Crocifiggilo. La vera conversione è non seguire la massa  ma decidere da se stessi, come Giovanni, come Maria, con Maria di Magdala, come Pietro che piange, e come tante altre singole persone che nonostante la paura e gli errori fanno la differenza perchè decidono da se stessi.

Pasqua è smettere di essere “pecore” per diventare “persone”.

Quinta Domenica di Quaresima Ciclo A

IL SILENZIO DI LAZZARO

Quinta Domenica di Quaresima Ciclo A

I

n quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Ques’altra lunga pagina del Vangelo di Giovanni è impossibile riassumerla in poche riflessioni. Mi riservo di tediare di persona la gente che verrà a messa oggi e di lasciare invece un’unica suggestione per il nostro blog.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro è come un complesso quadro dove domande, pianti, attese, disperazioni, dubbi, filosofie, cammini, ritardi, si intersecano in un crocevia narrativo. Ma c’è un silenzio che salta subito all’attenzione di chi legge bene il testo. E’ il silenzio di Lazzaro. Eppure è di lui che si parla. E’ lui l’oggetto del contendere. Ma Lazzaro tace. Non c’è la registrazione di una sola parola, neppure il grazie dopo la resurrezione. C’è qualcun altro che parla per lui: le sorelle.

Lazzaro rappresenta quello stato tremendo dell’animo umano, quando chi soffre, chi vive una difficoltà, arriva a un punto di non ritorno, di morte. Non ha più parole, più speranze, più desideri da domandare. Non prega più, non chiede più, non si aspetta più nulla. Eppure, nonostante a volte le circostanze assomiglino a sepolcri sigillati e irreversibili, c’è qualcosa che può cambiare tutto: è l’INTERCESSIONE di chi ci vuole bene. Infatti sono le sorelle di Lazzaro a domandare a Gesù qualcosa, e la loro insistenza ottiene un capovolgimento totale della realtà. Il cristianesimo è riassunto nell’azione di queste donne.

Il cristianesimo non è solo una salvezza personale, è innanzitutto un “chiedere anche per gli altri”, per chi non chiede più, per chi non si aspetta più niente, per chi non crede più in niente.

Intercedere è una delicatezza che dovremmo imparare tutti. Solo così molti sepolcri torneranno vuoti, e molti “morti” torneranno a vivere e a gustare cosa significa esistere.

Credere è un’azione fatta anche (e forse sopratutto)  in funzione degli altri. Non si crede solo per se stessi.  Il mondo ha bisogno di intercessione. I Lazzaro della storia attendono che qualcuno prenda a cuore la “loro morte” e domandino a Gesù di tornare a provare compassione, di scoperchiare le pietre sigillate di certe tombe e gridare ancora una volta il verbo di movimento più del vangelo: “vieni fuori”.