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Luce e ombra

Un albero, grande, ricco di fiori e frutti, illuminato dal sole splendente è bello a vedersi e da gioia…ma ha un difetto….fa ombra!Quest’immagine è simile ad un uomo, ad ogni uomo che viene nel mondo.Illuminato da Cristo, vera luce e Vita è grande, bello e fecondo di opere buone ma conserva però le sue fragilità….

Luce e ombra

Domenica delle Palme 2011

ApPASSIOnato

Domenica delle Palme 2011

Ormai siamo interiormente alle porte di Gerusalemme, stanchi di quaranta giorni in cui abbiamo cercato di mantenere la direzione giusta. E a queste porte qualcuno mette nelle nostre mani ramoscelli d’ulivo per acclamare a Gesù che entra come un re vittorioso nella città di Gerusalemme. Questa è la domenica delle palme: è far entrare per la porta un Cristo con tutto l’entusiasmo del mondo, per poi farlo uscire poco dopo, picchiato, insultato, condannato perchè reputato troppo esigente per rimanerci dentro.

Siamo noi la Gerusalemme su cui Cristo piange scorgendola da lontano. Siamo noi quelli che dicono di credere quando credere è conveniente. Siamo noi quelli che trovano mille scuse e attenuanti per metterlo fuori dalla nostra vita, crocifiggendolo nell’indifferenza, nello sprezzo totale fuori dalle porte di Gerusalemme.

Persino gli amici scappano, persino chi gli è affezionato ha paura. Ma il cristianesimo inizia quando abbiamo il coraggio di far entrare Cristo dentro la nostra vita non a galoppo dell’entusiasmo ma consapevolmente, sapendo quanto a volte è alto il prezzo della Sua permanenza dentro i nostri giorni. Perchè Cristo non si accontenta. Cristo vuole che voliamo alto e non che ruspiamo a terra fingendo di essere dei polli quando invece siamo nati aquile (scriveva Antony de Mello).

Oggi Gesù entra in Gerusalemme acclamato da quella stessa folla che qualche giorno dopo urlerà: “Crocifiggilo”.

La vera conversione è uscire da quella folla sia quando grida Osanna che quando urla Crocifiggilo. La vera conversione è non seguire la massa  ma decidere da se stessi, come Giovanni, come Maria, con Maria di Magdala, come Pietro che piange, e come tante altre singole persone che nonostante la paura e gli errori fanno la differenza perchè decidono da se stessi.

Pasqua è smettere di essere “pecore” per diventare “persone”.

Quinta Domenica di Quaresima Ciclo A

IL SILENZIO DI LAZZARO

Quinta Domenica di Quaresima Ciclo A

I

n quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Ques’altra lunga pagina del Vangelo di Giovanni è impossibile riassumerla in poche riflessioni. Mi riservo di tediare di persona la gente che verrà a messa oggi e di lasciare invece un’unica suggestione per il nostro blog.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro è come un complesso quadro dove domande, pianti, attese, disperazioni, dubbi, filosofie, cammini, ritardi, si intersecano in un crocevia narrativo. Ma c’è un silenzio che salta subito all’attenzione di chi legge bene il testo. E’ il silenzio di Lazzaro. Eppure è di lui che si parla. E’ lui l’oggetto del contendere. Ma Lazzaro tace. Non c’è la registrazione di una sola parola, neppure il grazie dopo la resurrezione. C’è qualcun altro che parla per lui: le sorelle.

Lazzaro rappresenta quello stato tremendo dell’animo umano, quando chi soffre, chi vive una difficoltà, arriva a un punto di non ritorno, di morte. Non ha più parole, più speranze, più desideri da domandare. Non prega più, non chiede più, non si aspetta più nulla. Eppure, nonostante a volte le circostanze assomiglino a sepolcri sigillati e irreversibili, c’è qualcosa che può cambiare tutto: è l’INTERCESSIONE di chi ci vuole bene. Infatti sono le sorelle di Lazzaro a domandare a Gesù qualcosa, e la loro insistenza ottiene un capovolgimento totale della realtà. Il cristianesimo è riassunto nell’azione di queste donne.

Il cristianesimo non è solo una salvezza personale, è innanzitutto un “chiedere anche per gli altri”, per chi non chiede più, per chi non si aspetta più niente, per chi non crede più in niente.

Intercedere è una delicatezza che dovremmo imparare tutti. Solo così molti sepolcri torneranno vuoti, e molti “morti” torneranno a vivere e a gustare cosa significa esistere.

Credere è un’azione fatta anche (e forse sopratutto)  in funzione degli altri. Non si crede solo per se stessi.  Il mondo ha bisogno di intercessione. I Lazzaro della storia attendono che qualcuno prenda a cuore la “loro morte” e domandino a Gesù di tornare a provare compassione, di scoperchiare le pietre sigillate di certe tombe e gridare ancora una volta il verbo di movimento più del vangelo: “vieni fuori”.

Quarta Domenica di Quaresima Ciclo A

DOMENICA DEL CIECO NATO

Quarta Domenica di Quaresima Ciclo A

I

n quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

La lunga e tortuosa vicenda del cieco nato, che leggiamo oggi nel vangelo è il tipico esempio di indigestione da burocrazia.

La vicenda è molto semplice: Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e lo guarisce. Quell’uomo, che non sà nemmeno cosa sia la vertigine degli orizzonti della vista,  vive su di sè i sintomi dell’incontro con Cristo. Vive questi sintomi senza nemmeno sapere bene chi è che lo ha guarito. Senza nemmeno sapere bene chi fosse Gesù. Ma questa guarigione è scomoda perchè infrange il regolamento della chiusura settimanale del sabato. Infatti il giorno del sabato è il giorno in cui non è permesso fare assolutamente nulla agli ebrei. Gesù crede che quest’uomo valga più di questa regola, così infrange il divieto. Non vuole screditare Mosè, vuole solo ricordare a tutti che le regole servono agli uomini e non gli uomini alle regole. Inizia così una lunga diatriba in cui il cieco nato cerca di riportare tutti alla concretezza dei fatti e non alla retorica della legge, della teologia, dell’interpretazione: “Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo”. Che tradotto significa semplicemente che a volte Dio è nell’evidenza dei fatti e non il risultato di un qualche contorto ragionamento. Solitamente il nostro attaccamento sembra essere più forte verso i “ragionamento contorti”, i “pregiudizi”, i “calcoli”, e non semplicemente nei nudi e crudi fatti. I farisei nel Vangelo di oggi non hanno occhi per accorgersi della gioia di un uomo che è tornato a vedere; non hanno occhi per accorgersi che le regole servono ma solo finchè non schiacciano la dignità delle persone. Per loro conta solo la “burocrazia” della Legge di Mosè, non sono disposti a “umanizzare” il loro metro di giudizio. Con l’unica differenza che la loro burocrazia non avrebbe mai fatto aprire gli occhi a questo cieco; invece l’apparente trasgressione di Gesù ottiene il miracolo.

Troppe volte il nostro cristianesimo è eccessivamente “burocratico”, e raramente si ricorda che le regole sono come un sentiero che ci conduce più sicuramente ad una meta. Ma mai una regola può diventare una meta. Le regole, i ragionamenti, le interpretazioni non sono la chiave di lettura del mondo, bensì il risultato della constatazione di un fatto. I fatti della nostra vita, per quanto a volte siano incomprensibili, e dolorosi, valgono molto di più dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perchè Gesù si manifesta nei fatti e non nei ragionamenti contorti. Noi dobbiamo esseri fedeli alla realtà e non a quello che noi pensiamo della realtà. Il che significa che noi dobbiamo essere fedeli a Gesù (cioè la realtà) e non fedeli all’immagine di Lui che ci siamo fatti dentro la nostra testa (cioè i nostri ragionamenti contorti).

La conversione del Vangelo di oggi ci chiede concretezza più che filosofia.

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Terza Domenica di Quaresima Ciclo A

La brocca dimenticata

Terza Domenica di Quaresima Ciclo A

I

n quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

C’è una cosa che mi ha sempre colpito nei Vangeli: l’indicazione degli orari. Raramente si danno indicazioni in tal senso. Raramente si parla di ore. Ma ogni volta che se ne parla è perchè ciò che sta accadendo ha bisogno di essere registrato in tutti i dettagli spazio- temporali. Il Vangelo di oggi è un Vangelo di mezzogiorno. Un’ora in cui la fame e la sete si fanno sentire. Gesù incrocia una donna ad un pozzo nella città di Sicar, in Samaria. A quella donna rivolge una richiesta che ripeterà solo un’altra volta, in un altro mezzogiorno della sua vita. L’ultimo. Sulla croce Gesù urlerà la sua sete. “Ho sete”! Ma l’acqua, i pani, i pozzi, le brocche del vangelo di oggi solo solo metafore che Gesù usa per raccontare il suo intimo bisogno di vederci felici. Egli ha sete di noi. Ha sete di vederci felici. Come una madre e un padre che godono per la gioia dei figli. Come un’amante che cerca mille modi per stupire e far sorridere chi ama. Siamo figli di un Dio bisognoso. Un onnipotente che si fa mendicante di noi. Quella donna si sente scoperta da Cristo. Eppure, nonostante la contraddizione della sua morale, diventa un messaggero, un megafono eloquente per tutta quella città. Quella donna impastata di contraddizioni e di cadute è ciò che Cristo sceglie per parlare all’intero popolo della città di Sicar. Non sono i nostri meriti a renderci utili, è la fiducia in Gesù nonostante i nostri peccati a salvarci. Quella donna lascia davanti a lui la sua brocca. E’ una brocca vuota. Una brocca consumata. Quella brocca è il suo cuore. Ma tornando non sarà più vuota, sarà piena di altra acqua, quella che disseta per sempre, quella che solo Cristo può dare. A volte il nostro cristianesimo e la nostra vita acquistano davvero senso quando abbiamo il coraggio di dimenticare il nostro cuore davanti a Lui. Di non riempirlo più da soli con le acque inquinate del mondo. Di accettare che sia vuoto di meriti e di successi, ma di confidare che Gesù non ha bisogno di cristalli per riempire  i nostri otri. Gesù non ha ritegno per la nostra pochezza. Ha bisogno solo del gesto audace di questa donna che dimentica volutamente il proprio cuore ai piedi dell’unica vera fonte che disseta sul serio la nostra sete di senso e di felicità.

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