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Luce e ombra

Un albero, grande, ricco di fiori e frutti, illuminato dal sole splendente è bello a vedersi e da gioia…ma ha un difetto….fa ombra!Quest’immagine è simile ad un uomo, ad ogni uomo che viene nel mondo.Illuminato da Cristo, vera luce e Vita è grande, bello e fecondo di opere buone ma conserva però le sue fragilità….

Luce e ombra

Quarta Domenica di Pasqua - Ciclo A

Io sono la porta! - http://www.egioiasia.com

Quarta Domenica di Pasqua - Ciclo A

I

n quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Vorrei iniziare questi appunti sul vangelo della domenica a partire dalla fine: “ladri e briganti”. E’ così che Gesù chiama tutti coloro che entrano nella nostra vita con la pretesa di rispondere alla domanda di senso e di felicità che ci portiamo dentro. Nessuno può fingere di essere il sole. Il meglio che qualcuno possa fare è riflettere la luce del sole e indirizzarcela addosso. Ma chi si sostituisce al sole in realtà ci inganna. Chi ci ama, invece è come un riflesso luminoso del sole. Un marito, una moglie, un figlio, un lavoro, una vocazione, sono davvero veri solo se riflettono una luce che non è solo la loro, ma è in realtà la luce di Cristo. E questo accade ogni qualvolta che qualcuno ama appassionatamente e con l’unica gioia di amare senza tornaconti nascosti. Una madre non chiede il conto al figlio per la sua dedizione, ma a volte capita che il possesso abbia la meglio sull’amore e così una cosa meravigliosa come la maternità diventa una cambiale. Solo Cristo non dà fregature, e amare veramente significa fare come Egli ha fatto, amare come Egli ha amato.  Imparare l’amore significa smettere di essere “ladri e briganti” nella vita degli altri, con le false vesti di amici e parenti. Noi stiamo con Cristo perchè vogliamo imparare una qualità d’amore che solo Lui sà dare e sà insegnare. Non andiamo a Messa la domenica per hobby o per abitudine, ma per necessità. E’ la necessità di chi vuole imparare a stare al mondo così come ha fatto Lui.

Ma Lui, per questo motivo, è l’unico porta d’ingresso a una vita diversa. Nessun altro può darci una vita diversa. Il male cerca di ingannarci, suggerisce scorciatoie, e ingressi alternativi che portano solo a vicoli ciechi. Quante volte pensavamo che qualcuno o qualcosa ci avrebbe fatto felici e invece siamo rimasti traditi e devastati. Niente che non si fondi su Cristo, cioè su un’Amore che Gli somiglia, può reggere veramente.

Ma qual’è la strada da percorrere? Chi ci guiderà in questo apprendistato? Lui stesso, poichè, come ci ha ricordato il Vangelo di oggi, Egli “cammina davanti ad esse (le sue pecore)”, attraverso la riflessione sulla Parola di Dio, la preghiera, l’Eucarestia, la passione per le cose di ogni giorno. Peccare allora è smettere di seguirlo e metterci noi stessi in pole position, improvvisando direzioni e scegliendo casualmente o con criteri di giudizio troppo miopi. E peccare significa smettere di vivere veramente una vita degna di essere vissuta, poichè solo Lui dà una vita carica di senso e la dà non risicata ma “in abbondanza”.

Domenica della Divina Misericordia - In Albis

Domenica dell’Ottava di Pasqua - Festa della divina misericordia

Domenica della Divina Misericordia - In Albis

Q

uesta domenica ottava di Pasqua era anche detta, in passato, domenica in Albis, perché i fanciulli battezzati nella notte di Pasqua, deponevano le bianche tuniche, dopo essere stati festeggiati per otto giorni. Oggi Papa Benedetto beatifica Giovanni Paolo II, il PAPA ‘’SANTO’’ , CHE TUTTI ABBIAMO CONOSCIUTO E AMATO.

Egli ha voluto introdurre la festa della Divina misericordia. Santa Faustina, con il suo cuore divino e misericordioso di Gesù, ci ha rivelato e trasmesso il messaggio dell’amore misericordioso “Fai dipingere un quadro come mi vedi, il mio sguardo è lo stesso che avevo sulla croce, pieno di amore misericordioso per i peccatori”. Nel dipinto notiamo che dal cuore di Cristo partono dei raggi bianchi e rossi, simboli dei sacramenti del battesimo ed dell’eucarestia.

Gesù risorto, sempre ci mostra il suo cuore infinito,conservando i segni della sua gloriosa passione! Voglio riprendere un episodio della vita di Santa Faustina. Nell’ospedale, quasi morente, prego Gesù di ricevere l’Eucarestia, infatti non poteva morire senza ricevere il corpo del CRISTO! Gesù le manda un angelo che per 13 giorni veglierà e farà la SS. Comunione alla Santa. Facciamo Pasqua cari fedeli ritornando alla grazia e alla gioia e alla gioia del nostro battesimo e della nostra prima Comunione.

Andiamo dai sacerdoti cari fratelli, ministri della misericordia,ricevendo i sacramenti Pasquali della confessione e comunione, facendo felice anche il nostro caro beato Papa che dal cielo ci ripete “NON ABBIATE PAURA Di CRISTO,ANZI SPALANCATE LE PORTE A LUI”.

Egli ci ama e ci dona la sua vita divina e resta sempre con noi.

Ci farà risorgere!!!

AMEN! ALLELUIA!

La fatica della gioia - Pasqua 2011

La fatica della gioia - Pasqua 2011

http://www.egioiasia.com/

S

iamo così abituati al finale del Vangelo che forse ne abbiamo perso tutta la portata rivoluzionaria. E’ come se a noi cristiani la resurrezione non cambi effettivamente le carte in tavola. Ci pare che sia più convincente la croce, il venerdì santo. E così viviamo costantemente come cristiani del venerdì santo, smemorati della domenica della Pasqua. Il dolore pare avere più argomenti della gioia. Anzi pare che esso sia totalizzante, concreto, reale, mentre la gioia è solo una pia illusione che scompare subito davanti alla crudezza della realtà.

Non ho conosciuto molta gente disposta a scommettere sulla gioia, mentre ne ho conosciuta tanta che non aveva bisogno di molte argomenti per assumere la smorfia del dolore. Gesù viene a portare nella storia un finale diverso. Non è la promessa di qualcosa che dovrà accadere, ma esattamente l’evidenza di una cosa che è accaduta già e che si espande come un onda d’urto fino alla fine del mondo e della storia, cioè la Sua Resurrezione.

E oggi dov’è quest’onda d’urto? Dove si nasconde? Come fa il mondo a vederla e ad aggrapparsi ad essa? Siamo noi quest’onda d’urto, siamo noi quel moto perpetuo di gioia e senso che Cristo ha innescato. Solo attraverso la nostra vita la resurrezione può toccare la storia. Cristo nascosto dentro la nostra umanità.

Ma ci sorge una domanda: come convivono i nostri venerdì santo con l’imperativo della pasqua? Che fine fanno i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri dolori davanti al mattino di pasqua? Essi sono tutti lì, ma non come una sentenza definitiva ma come un “passaggio” che ci conduce altrove. Cristo non ci salva dai problemi, dalle ansie, dalla paura, dal dolore. Cristo ci salva attraverso i problemi che viviamo, le ansie, le paure che proviamo, i dolore che soffriamo. Cristo non ci salva dalla croce ma attraverso la croce.

Qui risiede la nostra gioia, sapere che tutto ciò che ci mortifica, che ci tormenta, che mette a dura prova la nostra pace, è solo un tempo che passa e che ci conduce su terra sicura.

La gioia dei cristiani non è la gioia ingenua dei cretini, ma la gioia sudata dei credenti, cioè di coloro che hanno il coraggio di vivere la settimana santa fino alla domenica senza fermarsi o arenarsi rassegnati alle pendici di qualche oscuro venerdì santo. E per questo vivono la gioia come una direzione da prendere ogni mattina, rischiando tutto.

Buona Pasqua a tutti.

“Scelse” di essere morto e discese agli inferi

Sabato Santo

“Scelse” di essere morto e discese agli inferi

di don Sergio Reali - © http://www.egioiasia.com

Oggi è un giorno che nella sua  densa simbolicità  ci mette in grande imbarazzo !

Il “verbo-parola del Padre, che rompendo l’eterno silenzio del nulla ha tratto all’esistenza “tutto ciò che esiste” tace. “La morte e la vita che “si sono affrontate in una grande battaglia” e il Signore della vita, appare oggi inesorabilmente sconfitto.

Eppure questo  abisso di silenzio, e di  nascondimento è più eloquente di tante parole. Questo giorno di apparente eclissi di Dio  esprime la fondamentale verità, enunciata nel simbolo della fede, che cioè Cristo è disceso negli inferi per colorarli di cielo, è penetrato nel mistero della morte per sconfiggerla  definitivamente. Questa verità teologica sta alla base della spiritualità e dell’azione pastorale di Nuovi Orizzonti e, pertanto,  è stata più volte approfondita  e meditata in ritiri ed incontri. Senza la pretesa di aggiungere nulla vorrei qui condividere fraternamente  con voi solo  alcune riflessione di carattere teologico e spirituale.

Il fatto che sia  disceso nello shêol, significa anzitutto che il Verbo incarnato  ha condiviso in tutto l’abisso del nostro destino umano fino a fare esperienza della  morte. Il Sabato santo è pertanto la concretizzazione ultima e più alta dell’incarnazione  (cfr Gv 1,14; Fil 2, 6-8), è il momento dell’estrema “debolezza  di Dio” ma anche la premessa della sua definitiva vittoria. In altre parole – come più volte Chiara ci ha ricordato nelle sue meditazioni – nel momento stesso in cui la morte fagocita il Cristo e appare vittoriosa, essa assume il suo veleno e “muore”. Dopo il venerdì santo, dopo la croce, la morte  stessa  viene trasformata: essa non è più l’antitesi dell’esistere o il luogo della non relazione (cfr ad esempio Is 38,11.18) ma il luogo di un abbraccio definitivo, la condizione  che immette nell’eternità. Oltrepassando la soglia della morte, l’uomo incontra sempre e nuovamente colui che è la vita, e che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima. E questo è vero non solo per coloro che  vengono cronologicamente  dopo l’evento Cristo ma anche per coloro che lo hanno preceduto. La discesa agli inferi compie infatti una rivoluzione cosmica, rompe  limiti temporali e inserisce nell’eternità beata le anime dei giusti che attendevano di essere liberate. E’ in questo senso che va intesa l’espressione  “Cristo è il primogenito dei morti” (cfr Ap 1,5).

Gridando sulla croce la sua solitudine e, allo stesso tempo, il suo abbandono al progetto del Padre, Gesù si è fatto partecipe delle nostre angosce  ma  “scendendo agli inferi” ci ha garantito che neanche la morte ci può separare da lui: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (…) Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (cfr Rm 8, 35.38-39)  e che nella morte “la vita non è tolta ma trasformata”.

Lungi dall’essere un giorno vuoto, il sabato santo è la sintesi dialettica di quanto lo precede nel declinarsi del Misero di Cristo; è il silenzio che fa da sfondo al grido vittorioso dell’alleluia pasquale.

Non dobbiamo però dimenticare che l’evento salvifico che si realizza in Cristo  è un evento che rientra  nell’economia trinitaria.  In altre parole tutto ciò  che Gesù compie rientra in un progetto della Unitrinità Santissima e che pertanto Egli agisce come persona divina. Il sabato santo è pertanto (per analogia molto impropria ) il giorno in cui  Dio “si fa” morto  come espressione della sua radicale solidarietà con noi uomini. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. Questo “farsi morto”, questo “mettersi in silenzio” di Dio è, a mio giudizio, un’altra manifestazione altissima di solidarietà. In questo modo infatti Egli si fa solidale con quanti, atei, agnostici, indifferenti vivono in concreto la sua assenza. L’apparente silenzio di Dio è forse il suo modo particolarissimo di comunicare con l’uomo,.

Mi vengono qui in mente le terribili parole  che F. Nietzsche mette sulla bocca dell’uomo folle: …Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! (…). Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?” (Cfr F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).. Dio non è morto ma “ha voluto essere morto”, ma soprattutto non “resta morto”. Le nostre chiese, le nostre assemblee liturgiche non sono “i sepolcri di Dio” ma sono (o almeno dovrebbero essere) la proclamazione della sua eterna ed irreversibile vittoria.  Ecco il mistero di questo giorno!

Contempliamo oggi colui che, facendosi solidale con ogni figlio di Adamo, “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha (ri)dato a noi la vita” (cfr. prefazio della veglia pasquale)   e con la vita la pienezza della gioia. Oggi non è il giorno del lutto ma dell’attesa: “ …il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Cfr. P.G. 43,439 – seconda lettura dell’Ufficio del sabato santo).

Il meraviglioso carisma che Dio ci ha affidato e che la Chiesa ha recentemente riconosciuto e fatto proprio, trova in questo giorno “imbarazzante” il suo fondamento. A noi è richiesto fare il mestiere del nostro Dio: chiamare “quanti giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte”  alla gioia della liberazione, scendere con Cristo nell’abisso di dolore –amore di cui il sabato santo è icona e luogo.

Come le donne del vangelo, anche noi oggi  vegliamo accanto al sepolcro dove il Signore apparentemente dorme… la Resurrezione è certa , la liberazione pure!