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Luce e ombra

Un albero, grande, ricco di fiori e frutti, illuminato dal sole splendente è bello a vedersi e da gioia…ma ha un difetto….fa ombra!Quest’immagine è simile ad un uomo, ad ogni uomo che viene nel mondo.Illuminato da Cristo, vera luce e Vita è grande, bello e fecondo di opere buone ma conserva però le sue fragilità….

Luce e ombra

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario/A

cambi d'abito - http://www.parrocchiauniversitaria.it

I

n quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

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ue cose sono assolutamente sbagliate: credere che Dio si imponga alla nostra vita, e credere che comunque vada sarà un successo. il Vangelo di oggi ne offre una retta intepretazione. I capi dei sacerdoti e i farisei soffrono della nostra stessa malattia: essi pensano che Dio è tale solo quando si impone nella nostra vita. Un Dio che si propone, un Dio che provoca la nostra libertà senza sostituirsi ad essa è considerato troppo debole, troppo alla pari. Così passiamo la vita a cercare segni incontrovertibili sull'esistenza di Dio e non prendiamo sul serio le costanti proposte latenti che Egli ci fa nel nostro quotidiano. Se Dio si mostrasse attraverso la Sua Onnipotenza noi non avremmo più nessuna scelta davanti a Lui. Ecco perchè manda "servi" ad invitare, a provocare, a stimolare, a coinvolgere ciascuno di noi, perchè l'andare da Lui sia una nostra scelta e non l'unica scelta possibile. Ma pare che noi abbiamo sempre una buona scusa pronta per disertare questo incontro :" ho da fare; ho figli; vorrei un po di tempo per me; ho un sacco di problemi; la chiesa mi ha deluso; i preti sono tutti dei disgraziati....", insomma una raccolta sempre scontata e sempre attuale delle mille scuse possibili di cui amiamo armarci pur di non accettare un incontro decisivo con Dio, e di conseguenza con il senso della nostra vita. In secondo luogo, partecipare al suo banchetto, sedere alla sua tavola, avere un rapporto con Lui non è come indossare un portafortuna. La strafottenza con cui tante volte crediamo, diventa la causa della nostra rovina, perchè pensiamo che comunque vada sarà un successo, che basta entrare "in casa del Padrone" per dire che Lui aggiusta tutto, mentre noi continuiamo ad essere sempre gli stessi, sempre uguali nelle nostre scelte e nella nostra qualità di vita. L'abito nuziale non è essere "bravi, buoni e belli", ma aver deciso di cambiare la propria vita, così come uno dismette dei vestiti vecchi e sporchi e decide di indossarne di belli e pultii. Non si può dire di credere e non cambiare nulla della propria vita. Credere esige delle scelte, dei cambiamenti radicali, la dismissione di ciò che è vecchio e sporco, per far spazio a una decisione nuova. Senza questo cambio d'abito nemmeno la frequenza quotidiana ai sacramenti può salvarci, anzi anche di essi ci verrà chiesto il conto....

XXVII Domenica del tempo Ordinario/A

...comodato d'uso gratuito - http://www.parrocchiauniversitaria.it

XXVII Domenica del tempo Ordinario/A

I

n quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

(dal Vangelo di Matteo 21,33-43)

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oi siamo convinti che peccare significhi fare una cosa sbagliata, e in in parte questo è vero. Ma peccare, nel racconto del Vangelo, ha un significato molto più profondo: significa vivere da soli pensando di dove rendere conto solo a se stessi. Il cristianesimo, invece, ci dice che questa vita che abbiamo è in comodato d'uso, non in proprietà, tanto è vero che non ce la siamo data da soli e sopratutto a un certo punto la dobbiamo anche restituire. Ora, pensiamo, chi è più libero? Chi rende conto solo a se stesso, o chi si ricorda che il senso ultimo della propria vita è di QualcunAltro? Ovviamente i primi sono apparentemente quelli che hanno più libertà, ma vivendo così, ad un certo punto tutto gli pesa addosso in maniera disumana, sfiancante, distruttiva. La 'preoccupazione' di vivere ci toglie il 'gusto' di vivere, e così siamo da una parte apparentemente liberi, ma dall'altra siamo solo schiacciati dalla vita. Dio non ci toglie la libertà, ma al contrario la rende possibile perchè crea le condizioni affinchè pur rimandendo infinitamente responsabili delle nostre scelte, viviamo una vita in cui tutto poggia in ultima analisi su di Lui più che se sulle nostre forze e le nostre capacità. Così il nostro destino non è in balia dei nostri fallimenti, ma al sicuro. E' come dire, tornando alla parabola, che possiamo pure non produrre tutti i frutti sperati, ma nessuno metterà mai in discussione la proprietà del campo e della vigna. Solo noi, quando assumiamo uno stile di vita delirante e autosufficente, giochiamo a fare i padroni, uccidendo, bastonando e mettendo fuori dalla nostra vita tutti quelli che ci vogliono riportare dentro noi stessi, dentro la nostra coscienza, dentro la verità delle cose, persino il Figlio stesso di questo Padrone, cioè Gesù. Però per quanto lungo possa essere questo gioco, ad un certo punto finisce, e che cosa ci rimane? Nulla. Questo Nulla, il cristianesimo lo chiama inferno. E' la sensazione elevata all'infinito di avere in mano solo un pugno di mosche. E non saranno quelle mosche a renderci felici. L'unica cosa che ci avrebbe reso felici non era nemmeno la vigna, ma l'amicizia con quel Padrone che si era tanto fidato di noi da affidarci ciò che era Suo. Il cristianesimo chiama Paradiso l'amicizia intensa con questo Padrone, che porta in noi la sensazione elevata all'eternità di sentirsi amati, voluti e compiuti...in una parola felici per davvero. La vigna era solo un pretesto, non aveva bisogno della nostra uva, ma solo della nostra fedeltà.

(La vignetta è di don Giovanni Berti)

XXVI Domenica del tempo Ordinario/A

Meglio le prostitute - http://www.parrocchiauniversitaria.it

XXVI Domenica del tempo Ordinario/A

I

n quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

(dal Vangelo di Matteo 21,28-32)

M

i sarei profondamente offeso anche io se qualcuno mi avesse detto che le prostitute e i ladri sono meglio di me. Ecco perchè capisco la collera continua di certa gente attorno a Gesù. Diciamo pure che quando voleva scuotere gli animi non risparmiava argomenti e paragoni. Ma la questione è molto più profonda del semplice buon nome, di borghese memoria, di cui nel vangelo di oggi viene fatto pubblico attacco. La questione cruciale del Vangelo è la differenza tra il dire e il fare. Molto del nostro cristianesimo ha solo l'etichetta dei propositi, è solo un parlare, un desiderare, un mettere a credere. Noi salviamo solo la faccia, ma la sostanza invece è altrove. il cuore è nel fango e il viso invece è profumato. Crediamo che l'importante è salvare l'apparenza, e così recitiamo innumerevoli copioni davanti agli altri, alla gente che amiamo, ai nostri colleghi, e persino davanti alla nostra coscienza. Dentro di noi, in fondo al nostro cuore invece si consuma una vita senza direzione, senza vere scelte, senza la pretesa di felicità vera che trasfigura tutto. Noi pensiamo che basta emozionarsi per qualcosa per dire a noi stessi e agli altri di averla davvero vissuta. Nella fede, ciò che conta, non è la facile emozione, nella fede conta la fatica di mantenere una decisione vera, radicale, asciutta, unica, esclusiva rispetta alla propria vita. Noi confondiamo la Verità o l'Amore con l'emozione, mentre la Verità e l'Amore a volte non emozionano affatto, ma sono assolutamente esigenti nei confronti della nostra libertà. Non danno zuccherini, esigono carattere da parte nostra. Una vita senza carattere, una vita senza la fatica dlel'amore, della verità, della fede è solo apparenza, è solo salvare la faccia. Per questo i ladri e le prostitute sono meglio di noi, perchè avendo toccato il fango esterno oltre quello interno, sono più predisposti a mettersi in gioco profondamente davanti al messaggio di Cristo. Lo prendono più sul serio, lo seguono davvero. Noi, invece, Gesù e la fede, li cestiniamo subito appena ci ricordano la 'fatica' del vivere. Di Gesù vorremmo solo la 'gioia' di vivere, ma una gioia che non ci costa nulla in termini di libertà, di impegno, di sacrificio, di compromissione personale, allora non è una gioia affidabile, è la solita fregatura che il male ci svende, mescolando le cose vere con le cose finte. Diffidate dalle cose gratis. E lo sanno bene le prostitue e i ladri, tutto ha un prezzo, ma quello che fissa Dio non comporta rinunce legate alla nostra dignità, alla nostra libertà, al senso della nostra vita. Il mondo e le sue logiche ci domandano di pagare in termini di dignità, carattere, libertà. Cristo stabilisce un prezzo faticoso ma umano, e questo prezzo è la nostra "decisione di fondo", quella che prendiamo nel cuore, quella che è più importante di ciò che diciamo con la bocca e che la si vede nel "fare" più che del "dire". Un detto dice che "tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare", il vangelo corregge questo detto dicendo che "tra il dire e il fare ci siamo di mezzo noi e la nostra libertà". (La vignetta è di don Giovanni Berti)

XXV Domenica del tempo Ordinario/A

presi a giornata - http://www.parrocchiauniversitaria.it

XXV Domenica del tempo Ordinario/A

I

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

 


Starordinaria la parabola che Gesù racconta oggi. Essa risponde a una domanda chiave: chi è Dio? Dio è uno che "ti prende a giornata". Egli è Colui che riempie di "scopo" la nostra vita. Senza di Lui c'è solo una vita fatta di sopravvivenza, una vita che non dà pane, che non produce impegno, che non porta a casa guadagni. E il Vangelo la sintetizza in poche battute: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. E' la condizione di tanti di noi. Viviamo pieni di tantissime cose da fare ma sostanzialmente ci sembra sempre di non far niente, perchè non proviamo nessun gusto per tutto quello che facciamo. Ci sembra che nessuno ci ha mai preso davvero a giornata, cioè ha investito qualcosa di serio su di noi. E noi nel frattempo tiriamo a campare. Ma il Vangerlo di oggi sfonda le aspettative della speranza perchè aggiunge un dettaglio che non è di poco conto: fino a che punto possiamo sperare di dare una svolta all nostra vita? al nostro matrimonio? al nostro lavoro? alle nostre relazioni? Non è forse vero che a volte certe cose ormai sono senza ritorno, senza possibilità di cambiamento? Questo è quello che pensiamo noi. Ma Gesù nel Vangelo di oggi ci dice che "ogni momento è quello giusto" (rubando la battuta a una nota pubblicità). Non è mai troppo tardi! Non siamo mai irreversibilmente nella condizione di poter svoltare la qualità della nostra vita. Davanti a Dio non è mai la quantità che conta ma la qualità. A volte bastano 10 minuti di vita vissuti bene a salvare un'intera vita dissipata e carica di errori. Agli occhi nostri, come a quella dei servi della parabola, ciò può sembrare poco giusto. Agli occhi di Dio non c'è torto ma passione per ciascuno di noi e per le nostre storie. E per amore di questo non ha paura di esporsi alle critiche sindacali dei servi, ben sapendo che non toglie a qualcun'altro per far preferenze, ma al contrario toglie a se stesso per non lasciare nessuno senza il necessario. Nella logica del mondo Dio sarebbe stato un'imprenditore fallimentare, ma a quanto pare nonostante le nostre previsioni la sua impresa è riuscita contro ogni prognostico. Forse perchè la nostra giustizia parte da presupposti diversi dei suoi. E forse perchè l'economia di Dio ruota attorno le persone e non al profitto personale...

(La vignetta è di don Giovanni Berti :) )