La Casa Divina Provvidenza e la Chiesa Sant’Agata negli anni 1938-1947

  • Culto e Carità

Alla mente d’un anziano, è detto comune, si riaffacciano prepotenti fatti e misfatti della sua infanzia, a volte in modo tenue evanescente e nebuloso, quasi batuffoli di lana sfilati dal vento, più spesso accentuati, quasi macigni che s’acquietano solo al persistente ricordo.

In questi giorni di ricerca di un po’ di storia dei luoghi della Via Casilina, del Largo Ambrogiano, di Via Consolare e Chivi S. Benedetto, del Belvedere e della Martellina di Ferentino sono in trambusto di spirito, ripensando alla mia infanzia trascorsa in quei luoghi, in quel Borgo, al tempo mitico e rustico, della mia vita d’allora serena, gioiosa, spensierata fino ad un certo giorno in cui il cielo diventò di pece, il paese non fu più quello di prima e al dolce sapore del pane della povertà si mescolò l’assenzio. Era il 1940 quando, nell’Opera Pia Macioti di Sant’Agata, allora gestita dai preti di don Guanella, un nuovo pulsare di vita s’attivò in quell’Arca di Noè, come qualcuno bonariamente, solo in parte, soleva qualificarla. Che fosse un’arca d’accoglienza era ben noto all’intera città di Ferentino, perché vecchi decrepiti ed acciaccati, fanciulli e giovani minorati, sordomuti e non vedenti vi vivevano in sana armonia sotto le ali della Provvidenza, tonificando il quotidiano con la scuola, il lavoro e tanta preghiera, ben voluti e beneficati dall’intero paese e dagli amici che offrivano di buon grado a quei poveri il pane quotidiano di Sant’Antonio. E di pane ne arrivava davvero tanto quando, tutte le mattine, una grossa donnona ciociara con uno grosso cestone piazzato in perfetto equilibrio sul capo, profumato dal miglior pane dei forni degli Affinati – gli “Ebbrei” dicevano i paesani – scendeva a Sant’Agata dove riempiva le madie custodi del primo elemento di nutrimento degli orfani e della folla dei poveri in attesa del pane di Sant’Antonio.

Il 1940 fu anche l’anno in cui don Remo Bacecchi, emerito animatore per dieci anni della Casa Divina Provvidenza, rassegnò il mandato nelle mani di un’altra validissima persona, il sacerdote guanelliano don Angelo Rollino. Si costituì una nuova comunità che, tra i primi impegni del quotidiano che interessavano gli ospiti di casa, dovette porre l’attenzione alle notizie non felici i cui venti non rassicuranti erano giunti fin dentro casa: eravamo alla vigilia del deflagrare della Seconda Guerra Mondiale: la Germania già nel 1935 aveva occupato la città polacca di Danzica e non aveva altri intenti se non quelli di conquista dell’intera Europa. Ne nacquero preoccupazioni non indifferenti non solo per la sicurezza dei ricoverati, che per il loro stato di difficoltà fisica avrebbero moltiplicato ogni iniziativa futura d’attenzione e di soccorso, ma anche per il plesso di edifici dell’ex convento, soprattutto per la Chiesa di Sant’Agata, che conservava opere d’arte non indifferenti, nonostante lo spoglio di molti apprezzabili tesori operato dai francescani alla loro partenza dal convento alla fine del 1800.

Brevemente, la Chiesa di Sant’Agata, che per l’archeologia, sorgeva fuori delle mura della “Civitas Ferentinum” una delle città più illustri del “Latium Novum”, è stata costruita sull’antico sepolcro del martire Ambrogio, in data difficile da definire, perché, trovandosi sulla via di transito quale era la Via Latina, subiva inesorabilmente i primi saccheggi e le prime devastazioni ad ogni mutar d’avvenimenti. Secondo ricerche storiche fatte nel passato da A. Cedrone, B. Valeri e B. Catracchia già verso 1220 ( 50?) s. Francesco pellegrino, sulla Via Latina, verso il Gargano, avrebbe trovato in loco un edificio in stile di tarda età bizantina e vi avrebbe creato una comunità francescana.

Nonostante le vicende non troppo felici di 600 anni di vita, alla fine del 1800, in Sant’Agata era ancora significativa la presenza dei francescani che, nel tempo, si erano avvicendati tra Conventuali, Frati Minori e Frati Osservanti, animati dal desiderio che il convento di s. Francesco continuasse la sua feconda vita nello spirito del santo d’Assisi in soccorso dei poveri, l’accoglienza degli infelici, la predicazione agli indotti. Nel lungo periodo della sua vita, la Chiesa di Sant’Agata fu completamente rinnovata, così che dallo stile bizantino degli anni anteriori al 1000, negli anni di vita prima che fosse officiata dai sacerdoti di don Guanella, miseramente lacera e mal ridotta, povera madre senza seno, a stento si poteva dire che fosse una casa di Dio dal passato glorioso.

In tutto quel marasma d’obbrobrio e di ripugnanza, di poveri orfani mal nutriti e abbandonati – i topi si erano stabiliti con libertà assoluta e sfacciata nella chiesa, padroni di quel gran ben di dio quale era l’arredamento in legno – i buoni samaritani di don Guanella, al loro arrivo nel 1907, costatarono che qualcosa di buono era pur rimasta: una preziosa scultura in legno di un Crocifisso del 1669, opera di Fra Vincenzo Maria Pietrosanti di Bassiano, e un pregevole simulacro della Vergine Immacolata del 1854, in cartone romano riccamente modellato e dipinto, altari barocchi in marmo, tele devozionali del pittore ferentinate Desiderio De Angelis, pulpito e confessionali in noce finemente lavorati da una scuola dell’Alto Molise.

Già nell’anno 1939, sollecitati da strane notizie vaganti di guerra alle porte, questi capolavori avevano suscitato la preoccupazione dei Sacerdoti Guanelliani per il loro salvataggio, per rispondere a decreti emanati dalle Autorità Fasciste che imponevano la custodia e la salvezza delle opere d’arte nel caso di eventuali avvenimenti dirompenti. I pareri per il loro salvataggio si alternarono fra il l trasferimento nelle carceri di Sant’Ambrogio di alcuni o nel convento delle Clarisse di altri. I sacerdoti guanelliani li avrebbero volentieri voluti portare in una delle case di don Guanella di Roma. Due di essi suggerirono, nel caso, di murare il crocifisso dentro la parte posteriore dell’altare maggiore barocco, persuasi che, riposto in uno degli ambienti più protetti della chiesa, era più probabile che non avrebbe subito danni rilevanti.

L’idea nacque dal fatto che, trovandosi l’altare presso i muri molto spessi dell’ingresso in chiesa dalla sacrestia, il simulacro del crocifisso avrebbe goduto, in ogni evenienza, maggior protezione, mentre la croce poteva essere benissimo trasferita nei sotterranei del ex convento, adibiti a magazzini del materiale della tipografia. La migliore risoluzione, però, partì da Sua. Ecc. Mons. Vescovo Leonetti che espresse il desiderio che i simulacri dell’Immacolata e del Crocifisso fossero trasferiti e custoditi nella Cattedrale di Ferentino. Si era nei primi mesi del 1944. Ma non se ne fece nulla per l’accavallarsi di altri adempimenti che distolsero l’attenzione da quanto era stato suggerito da Mons. Vescovo. Ci fu solo il tempo di cercare di proteggere le fragili nicchie in cui erano racchiusi i due simulacri con tappeti ammassati nel presbiterio e con una protezione a castello di grosse assi incrociate.

L’illusione comune era che, salvate le immagini, la città poteva pur essere bombardata e dileggiata senza danni eccessivi. L’inganno, invece, avrebbe partorito frutti di sapore al limite di quello che tutta la gente poteva immaginare. Nei primi giorni del maggio 1944, il Maestro Alfredo Catracchia, gran gerarca del Partito Fascista nel frusinate, comunicò al Sac. Rosolino Puzzi, unico sacerdote guanelliano rimasto a custodire la Casa Divina Provvidenza, che la si doveva liberare da tutte le persone ancora ivi residenti ed operanti cioè gli anziani autosufficienti e gli artigianelli addetti alla tipografia. Questa era stata sequestrata dalle autorità tedesche, ormai presenti in toto nella città di Ferentino. Esse, per dar maggior forza alla propria presenza e al proprio peso militare, minacciavano quotidianamente il popolo con programmi terrificanti fatti stampare proprio in quella tipografia dai fratelli Savelloni: primi martiri di quel momento infame, perché pagarono con la vita l’amaro servizio nel bombardamento del 24 maggio.

Si approfittò per mettere in salvo il maggior numero possibile del corredo dell’istituto. Fu tutto un affannarsi per portare tali oggetti nei sotterranei del campanile. Prudenza aveva suggerito che il salvabile fosse stato portato in una degli istituti guanelliani di Roma all’inizio del 1943 insieme a quasi tutti gli ospiti della casa. Da Mons. Leonetti, poi, si venne a sapere che sarebbero approdati nel Borgo più numerosi - si parlò di una decina di migliaia - i profughi provenienti dal cassinate e dal molisano, costretti dal comando tedesco ad allontanarsi dalle loro case e dai loro paesi per avviarsi verso i campi di concentramento. Avrebbero pernottato nell’Opera don Guanella, che dal novembre 1943 con la partenza degli orfani, era diventata luogo d’accoglienza e rifugio degli sfollati che ogni giorno si addensavano nei pressi provenendo dai paesi dal basso Lazio, sempre nel numero considerevole di migliaia di persone. Non fu così, perché la notizia che sconcertanti episodi bellici si sarebbero attivati nel giorni successivi in tutti i paesi situati lungo l’asse della Via Casilina, obbligò i responsabili ad allontanare i profughi, con la massima celerità dalla Casa Divina Provvidenza.

Fu quella una notte da pagina biblica in cui la narrazione degli avvenimenti dell’Apocalisse sembrò che si adempissero ad ogni ora sempre più intensi sul paese e sull’intera Ciociaria. Si deve ad una assistenza divina quando si va a ricordare quello che sarebbe successo il giorno successivo, il 24 maggio 1944, se quell’immenso popolo si fosse fermato a Sant’Agata. Dalla sera dell’undici maggio un’immane offensiva era in atto sul fronte di Cassino. Dal movimento massiccio delle truppe e dei mezzi bellici tedeschi e dalla presenza ininterrotta degli aerei degli Alleati sul cielo di Ferentino, per l’intera settimana, si comprese che si era giunti ad una svolta decisiva. Le truppe tedesche, presaghe di quanto stava per accadere, liberarono in gran fretta la città, così che a sera del 23 maggio, sembrava un paese di fantasmi pronti a spiccare il volo chissà dove. La maggior parte della gente era sfollata verso la campagna, trainandosi dietro a fatica quel poco di più caro che era stato possibile.

Accade così che dal mezzogiorno del 24 maggio, per ben tre tempi successivi, le fortezze volanti delle truppe dell’Aeronautica Militare Americana vomitarono sulla città quanto di più dirompente si potesse immaginare: bombe immense e micidiali, razzi accecanti, mitragliamenti multipli e sempre più accentuati e tanto frequenti da seminare distruzione e morte. Boati indicibili, pioggia di ferro, rumori assordanti irrepetibili - tali da rendere inerte ogni persona – fasciarono, allora, di fumo e polvere tutte le abitazioni del Borgo, la Via Casilina, i rifugi pallido tentativo di salvezza. Uno strano vento, originato dagli spostamenti creati dalle bombe, aumentò il suo vigore, sollevando il pulviscolo accecante che si staccava delle costruzioni in totale rovina. Quell’immane tempesta di fuoco impastata da micidiali e terrificanti ordigni di distruzione, purtroppo, non risparmiò l’Istituto e la Chiesa di Sant’Agata che fu centrata in pieno da bombe dal peso mostruoso.

L’odio aveva sopraffatto l’amore. La piccola città della carità, la sua chiesa avevano voluto seguire nel destino comune le case del Borgo, il ridente quartiere: terribile la guerra, allucinanti l’odio e il male, il cielo s’era fatto cenere! Ma il Borgo cos’è? Faranno in tempo a fiorire le rose bianche? Che aspetto hanno gli abitanti di Ferentino? Forse, piangono, ridono isterici? Cosa saranno più capaci di sognare? Ecco le icone del male sono diventate alibi per la guerra… e in quelle icone c’è il segno della croce… sì la croce uncinata! Unico segno di speranza il campanile intatto nella sua sagoma romanica che, nel tepido tramonto piovigginoso, volle dare voce alle gloriose campane mute nel pianto dei piccoli e dei grandi: lacrime che avevano in sé il seme della rinascita. Fortuna o Provvidenza hanno voluto che, nello sfascio seguito ai bombardamenti dell’intero plesso guanelliano, i muri perimetrali della ex chiesa di sant’Agata rimanessero intatti. Fu quindi immenso il gaudio di tutti gli abitanti della città, dei Borghegiani in primis, di ritrovare intatti i due simulacri, dopo il faticoso lavoro di rimozione delle macerie addensatesi davanti agli altari del Santo Crocifisso e della Vergine Immacolata. Un’esplosione di somma contentezza, con alte grida d’invocazione, conquisero il cuore di tutti i presenti non certo avvezzi a versare lacrime per un episodio di fede come quello che fu vissuto da tutti in quei giorni.

Ci si dimenticò della propria casa distrutta, del paese che non esisteva più pur di stare vicini al Crocifisso e all’Immacolata: ognuno aveva ritrovato il fratello e la madre. Nei giorni successivi, assicuratosi della realtà consolante dello stato dei due simulacri, consultate le autorità religiose e civili, trovato il mezzo più indicato per l’eventuale trasporto, le due statue furono «ricoverate» nella Cattedrale della Diocesi di Ferentino e poste al centro di essa, dove rimasero fino al 7 dicembre 1947, quando, con una solennissima processione animata da tutta la gente del paese, novello popolo d’Israele in cammino verso la terra promessa in lacrime e in alte grida di gioia incontenibile, furono ricondotte nella ricostruita chiesa di sant’Agata.

Dal momento che questo scritto è nato con il proposito di poter dire l’ultima parola di valore storico sulla presenza dei simulacri di Cristo Crocifisso e dell’Immacolata Concezione in rapporto agli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, mi permetto, dopo quello che ho detto sopra, di poter smentire la notizia - raccolta e propalata da chi non ho avuto modo di poter appurare - che le due statue rimasero «sepolte sotto le macerie» e «furono salve miracolosamente» nella chiesa distrutta durante la «Battaglia di Cassino». Non subirono nessun «seppellimento» e non rimasero «salve miracolosamente» – chiacchiere del popolino credulone che a volte creano della storia dove c’è solo la sua parvenza - ma grazie alla stabilità dei due muri perimetrali della chiesa nei quali avevano sede le nicchie della collocazione dei due simulacri.

E’ certo che subirono dei danni e persero parte della loro integrità ma non subirono l’obbrobrio del seppellimento. Se così fosse stato, esse avrebbero subito la totale menomazione o distruzione come lo è stato della statua di sant’Antonio poggiata a terra, accanto alla balaustra e del Crocifisso della sacrestia con tutto l’arredo ligneo ivi presente. Se invece con quella affermazione si vuol intendere che le due statue hanno seguito lo spostamento di un po’ tutto quello che era presente nella chiesa nel momento del bombardamento, la notizia dovrebbe essere rettificata nella sua verità.

Don Rosolino Puzzi, unico sacerdote guanelliano presente in quel pomeriggio, ha lasciato scritto, in una lettera inviata ai Superiori, molti anni dopo, che la mattina dopo il bombardamento tentò con altri d’affacciarsi all’interno della chiesa e non vide la statue in mezzo alla gran quantità del materiale distrutto ed accatastato nella parte inferiore delle pareti. L’immagine del Crocifisso perse alcune dita della mano sinistra che furono restaurate dallo scultore Di Lucia Giovanni. Fu quella anche l’occasione in cui si comprese che era venuto il tempo di sostituire il legno della croce, preda del tempo e di impertinenti tarli del legno.

Il lavoro fu eseguito nel 1967 per interessamento del Parroco Ernesto Tentori che si preoccupò di reperire ed approntare un pregiato legno dell’Arizona di ottima durabilità anche in ambienti fortemente umidi o spiccatamente secchi. Don Luigi Romanò, primo parroco della ricostruita Chiesa di Sant’Agata, durante l’Anno Santo 1950, fece erigere il nuovo altare della cappella del Crocifisso in pregiato marmo di Carrara su progettazione dell’Ing. Vianello. Per l’occasione fu approntata per il simulacro una degna teca con custodie in robusto vetro infrangibile. Negli anni successivi fu posta attenzione anche per la Cappella dell’Immacolata. Fu rifatta in toto la nicchia con protezione in vetro, illuminazione piacevole e altare in marmo di accurato valore. Il merito fu delle Donne della «Pia Unione dell’Immacolata» che raccolsero il denaro necessario, attingendo aiuto solo dai parrocchiani.

Malauguratamente mani e persone non altezza del compito rischiarono, in anni successivi, di deturpare in modo ignominioso il manufatto, tentandone un lavaggio a base di aceto e varechina. L’intervento dell’Economo dell’Opera don Guanella, sollecito, bloccò quel funesto flagello. Fu invece nel 1972, dopo aver appurato il deperimento della statua a causa di fumi e calore eccessivo delle lampade d’ogni tipo, che la statua fu radicalmente sterilizzata e, tolta dalla parete centrale della chiesa dove era stata posta per alcuni anni, fu riposta nella sua sede originaria nella bella teca nel frattempo rivestita di marmi e adorna di ornamenti ricamati dalle solerti mani delle donne della parrocchia.

Negli anni successivi fu cura massima dei parroci don Antonio Tamburini, don Rocco Gigliola e don Giuseppe Pavan di vigilare attentamente sul manufatto con interventi accurati eseguiti sempre da persone d’alta capacità e preparazione, per preservarlo da ogni sorta di danno, dando così lustro ad un immagine che è parte della cultura e della fede di tutti i Ferentinati.

Ricerca storica eseguita dal sacerdote guanelliano don Tarcisio Casali, nato nel Borgo Sant’Agata, custode geloso della sua storia, anche se dall’età di undici anni il dovere lo ha portato a vivere ed operare altrove.