Vita et miracoli di San Pietro del Morrone gia’ Celestino Papa V - estratto

  • Cronicon

Vita et miracoli di San Pietro del Morrone gia’ Celestino Papa V

Autore della Congreg. De Monaci Celestini

dell’Ordine di San Benedetto

Raccolta Dal P. Don Lelio Marino Lodeggiano

Abbate Generale della medesima Congregazione

1630

copertina-lelio-marini-rid

Canonizatio B. Petri Coel. V. P. Max - Liber IV / F 23-F25 -

Il Corpo del Santo è trasferito da Fiorentino all'Aquila. - Cap. XIII

Nell’anno del Signore 1327. Dalla morte del Santo trentunesimo: si suscitò una guerra grandissima e aspra tra la città di Fiorentina e il Conte Palatino d’Anagni, essendo Papa Giovanni vigesimo secondo, e la Sede Apostolica in Avignone; per qual causa fin’hora non ho trovato.

Ma è vero che in quel medesimo tempo tutta l’Italia ardeva di guerre e discordie civili e intestine, ogni Provincia, ogni Cittade, ogni Villa, quasi ciascuna casa e famiglia pativa questa domestica peste, la quale il tutto dissipava sostenendosi quelle pestifere fazioni Guele, e Gibelline, essendo in discordia l’Imperatore Lodovico Bavaro scomunicato con la Sede Apostolica, e prevalendo e tiranneggiando molti particolari nella città d’Italia.

Hora in Campagna di Roma il Conte Palatino e Anagnini superiori di forse andavano apparecchiandosi all’assedio, e oppugnazione della Cittade istessa. Tra l’altre cose, che in quest’occasione, ebbero più a cuore; Cittadini ferenti nati; fu il conservare il Corpo del Santo Padre, accioche non gli fosse tolto, Perché si teneva nella Chiesa di S.Antonio, che è fuori della Città; onde anco pareva, che maggiormente fosse esposto all’ingiuria e preda de Soldati e de gli Anagnini.

Uscirono perciò un giorno alla sprovista dalla Città gli cittadini di Fiorentino con soldati armati, con la guida del Vescovo, in compagnia del Clero, e entrati nel Monastero, e nella Chiesa, volessero ò no il Priore e Monaci custodi del Corpo Santo, lo cavorno dal luogo dove stava riposto, facendo tutto l’officio condecente e riverentemente il medesimo Vescovo, perché per molti anni aveva patito una grande infermità cioè la rottura nell’inguine, in maniera che le intestina descendevano, dalla quale subito che scese nel Sepolcro per levare il Corpo, e toccò la Cassa nella quale stavano quelle ossa Sante, sentì esser miracolosamente risanato, e egli lodando e glorificando Dio nel Santo, con la bocca propria andò predicando il singolare beneficio ricevuto: sebbene presso i Ferentinati è fama esser ciò doppò avvenuto, come diremo.

Levato donque di là il Santo corpo fu portato onorevolmente nella Città, accompagnandolo tutto il Clero con la guardia dei soldati armati e riposto nella Chiesa delle Monache di Sãt’Agata, essendo di continuo guardato da buon numero di soldati à ciò deputati. Vi restorno tuttavia ancora alcuni Monaci dell’Ordine e di quel Monastero, e di quella stessa Città, e Provincia deputati alla custodia, i quali anch’eglino continuamente giorno e notte vi assistevano.

Era priore del Monastero di Sant’Antonio uno per nome Iacomo, il quale dolendosi per tal perdita, e forse temendola maggiore, non sapendo che partito pigliarsi, diede subito aviso di quãto passava al Visitatore della Provincia di Campagna; chiama vasi questo Davide (di Monte Iulio senza dubbio) e era priore del Monastero di Sora posto nella stessa Provincia, e fù poi meritamente creato Abbate, huomo prudente e sollecito. Egli senza dimora corse al Monastero di Sant’Antonio (risiedeva egli a Sora) per trattare e consigliarsi con quel Priore e altri Monaci di altra Provincia sopra si grave negozio, e del modo da tenersi per reparare un tanto danno, una perdita così importante come era del corpo Santo.

Finalmente finge di voler fare la Visita, per la quale fa ordine che tutti i monaci di quella Provincia, e di quel Monastero particolare, debbiano comparire, tra i quali erano ancora quegli, che erano stati deputati alla guardia del Santo Corpo in Fiorentino: Et accioche non restasse abbandonato il Santo da i Monaci, in luogo de i primi manda doi altri d’altro paese e provincia, che sopponeva avessero più affetto al contento e soddisfazione della Religione che di quella Patria e provincia, onde si raccoglie che quegli doi primi Monaci erano della Città e distretto di Fiorentino: e questi secondo furono Biagio de furca Sacerdote e Pietro de rasino Aquilano laico: a questi dà ordine il Visitatore, che si ingegnino con ogni diligenza e industria di ricuperare per la Religione quelle Sacre Reliquie, occultamente cautamente. Andorno questi prontamente alla chiesa di Sant’Agata per tal’effetto, e d’ordine del Visitatore rimandorno i doi Monaci di Fiorentino al Monastero per occasione della visita, e eglino ivi rimasero alla custodi, e alla recuperazione.

Era certo molto difficile il tentare tal cosa non che mandarla ad effetto, perché vi stava continuamente una buona quantità e squadra de soldati armati sì per la riverenza del Santo, come per guardia. Timidi perciò gli buoni Monaci, ma confidati nell’aiuto d’Iddio, e ne i meriti della Santa obbedienza, non dubitorno e prometterne e tentarne l’effetto. La notte seguente profonda e in tempesta su la mezza, mentre tutti gli altri giacevano oppressi dal sonno, eglino vigilanti e intenti al negozio, pregavano Dio e il Santo, che se gli piaceva quanto volevano e dissegnavano di fare, gli dasse un segno; cioè che subito si estinguesse una delle tre lampade, le quali di continuo stavano appese e accese avanti il Saqnto Corpo. Mostrò Dio di averlo grato, e di subito si estinse la lampada, che era in mezzo dell’altre accesa.

Entrati perciò quelli in speranza della buona riuscita conforme l’intenzione loro, aperta con la chiave la Cassa grande, apersero la Cassa Piccola, che era di dentro, nella quale stavano riposte le sacre ossa sotto certi sigilli, tagliando di sotto le funi dalla parte davanti ne cavorno fuora tutte le Ossa; e poi con un filo religorno di sotto le funi, dove erano state tagliate, rimanendo nello stesso luogo i sigilli interi, e la Cassa piccola di nuovo riposero nella Cassa grande, e di nuovo la chiusero con la Chiave.

Ultimamente volgendo l’Ossa del Santo Padre in un panno di lino biãco e mondo, gli ascesero e involsero in un matarazzo, e la mattina a buon’hora ripiegatolo, e postolo in testa d’una buona matrona, lo mandarono fuori dalla Città al Monastero, fingendo co i soldati della guardia, che vi erano, che il matarazzo doveva servire per il Visitatore, il quale non aveva dove dormire. Fù loro facilemente creduto, e dato il pesso, e concessa l’uscita libera alla matrona: e seguendola anco quasi subito gli doi Monaci Biagio e Pietro, mostrorno al Visitatore il negozio, come era passato, e in oltre ii Sacro pegno, cioè il Santo Corpo.

… … …

Doppò che levato il Corpo dalla Chiesa di Sant’Agata e partiti gli doi Monaci, la mattina i soldati e altri ministri, che erano alla guardia, videro smorzata quella lampada di mezzo, andorno per accenderla per la venerazione del Santo, ma doppò haver provate più volte, potendo con quanta diligenza e arte vi adopravano accenderla, dubitorno prima di qualche effetto occulto, poi sospettorno il fatto come era (forse anche vedendo qualche cosa rimossa od’altro indizio) finalmente concorendovi altri maggiori deputati, per certificarsi apersero le Casse con le chiavi, e con levare i sigilli, e trovorno in fatto mancarvi e essere stato levato e portato via il Santo Corpo: e avranno ben anco facilmente ritrovata l’astuzia e arte usata da gli accorti Monaci.