Celestino V di Mario Esposito

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san-pietro-celestino-caminada-68La Vita di Celestino V

Un anonimo scrittore del XIV secolo ci racconta il perchè e il come del trafugamento e della traslazione della salma di Celestino V, già eremita nella valle di Sulmona per 55 anni, da Ferentino all'Aquila.

Di MARIO ESPOSITO

Pietro Angeleri nacque nel 1215 a Sant'Angelo Limosano (CB), e non a Isernia, da Angelo Angeleri di Sulmona e da Maria Leone di Isernia.
Circa la sua località di nascita, prove storiche, tra cui l'Autobiografia dello stesso Celestino V, la Vita, scritta dal suo discepolo Tommaso da Sulmona, l'Opus Metricum del Cardinate Jacopo Stefaneschi e i Registri Parrocchiali della Chiesa Madre di Sant'Angelo Limosano, confermano quest'ultimo paese.
Nel 1239 Pietro, dopo aver indossato Ia tonaca dei frati benedettini, lasciato il convento di S. Maria in Faifoli, in provincia di Benevento, ottenuta l'ordinazione sacerdotale a Roma, prese dimora stabile a Sulmona per continuare la vita eremitica sul monte Morrone, che gli diede la denominazione tipica: Pietro del Morrone.
Nel 1241 eresse ai piedi della montagna l'Abbazia Morronese o Abbazia di Santo Spirito di Sulmona, costruita con criteri di notevole imponenza, per fondarvi nel 1264 la Congregazione monastica dei Frati Morronesi, aggregata dal Papa Urbano IV alla Regola di S. Benedetto da Norcia, i quali indossavano un abito bianco con scapolare e cappuccio nero.
Al tempo del suo massimo fiorire, la Congregazione raggiunse 150 monasteri, di cui Ia maggior parte in Italia.
Nel 1293, subito dopo la prima riunione capitolare, durante la quale era stato eletto Ministro Generale il monaco Onofrio da Comino, fra Pietro si ritirò nel suo eremo, costruito nel 1290 tra le grotte del Morrone e dedicato all'anacoreta egiziano S. Onofrio, per santificarlo con la sua vita di austerità e di preghiera.
Ivi ottenne da Dio la virtù di operare molti miracoli. Nel 1294, dopo aver trascorso 55 anni della sua vita nel romitorio di Sulmona, venne eletto Papa a Perugia il 5 Iuglio 1294 e incoronato all'Aquila il 29 agosto 1294 con il nome di Celestino V, e non a Roma, in seguito alI'imposizione del re Carlo II D'Angiò, astuto calcolatore che anteponeva spregiudicatamente il proprio tornaconto a ogni situazione.
Il Pontefice era del tutto sottomesso al suo volere per mancanza di personalità. In data 5 novembre 1294 fu pure costretto a stabilirsi nel Maschio Angioino di Napoli. Dopo 5 mesi rinunciò al papato nel Concistoro cardinalizio del 13 dicembre 1294 per motivi gravi, come stabiliva Ia Costituzione emanata il 10 dicembre 1294.
In sostanza riconobbe la sua età veneranda, l'incapacità nel disbrigo dei doveri papali e il desiderio di tornare sul monte Morrone. Perciò, abbandonato il Maschio Angioino, raggiunse la sua città prediletta, Sulmona.
II successore, Papa Bonifacio VIII di Anagni, per evitare gli effetti di uno scisma, lo fece rinchiudere nd castello di Fumone, presso Alatri; successivamente, in data 18 agosto 1295, scrisse al Priore e ai frati di S. Maria di Collemaggio (cfr. A. Thomas, Registres de Boniface VIII, n. 815, CXX, vol. 196, 5, Anagni 18 agosto 1295), al vescovo Nicola Sinizio dell'Aquila, all'abate di S. Spirito di Sulmona (cfr. A. Thomas, Registres de Boniface VIII, 816, CXXI, fol. V) per confermare loro di aver abrogato Ia Bolla della Grande Perdonanza Aquilana di Celestino V in data 7 aprile 1295 (cfr. A. Thomas, Registres de Boniface VIII, n. 770) e per invitarli a restituire tutte le lettere apostoliche di quest'ultimo, su tale indulgenza, al vescovo Nicola Sinizio dell'Aquila entro 15 giorni, sotto pena di scomunica.
Inoltre, con la bolla del 20 novembre 1295 (cfr. A. Thomas, Registres de Boniface VIII, n. 850, f. 204 V, Vaticano 20 nov. 1295) rese pubblicamente esecutivo quanto segue: "Si proibisce a tutti i cristiani severamente che nessuno visiti S. Maria di Collemaggio col pretesto di conseguire le indulgenze revocate ed irrite ".

 

In merito, al giorno d'oggi, che valore obiettivo può avere la bolla di Celestino V Inter sanctorum soleinnia, datata 29/09/1294 e conservata nell'Archivio Municipate dell'Aquila ?
Su questa speciale Indulgenza Plenaria di Celestino V espressero il proprio scetticismo celebri studiosi, tra cui Tolomeo da Lucca, Boezio Di Rainaldo, Ludovico Antinori (aquilano), Giacinto Marinangeli (aquilano), Mauro Milesi, Antonello De Benedictis, Battista Proja.
Il 19 maggio 1296 fra Pietro del Morrone morì nella rocca di Fumone, presso Alatri, all'età di 81 anni.
La salma venne trasferita nei pressi di Ferentino, dove i frati morronesi officiavano la chiesa di S. Antonio abate. Anche in quella città il venerabile monaco operò tanti miracoli da essere inserito nel catalogo dei santi, nel 1313, dal papa Clemente V con la bolla di canonizzazione Qui fecit magna.
Dante Alighieri nella Divina Commedia alluse a lui con i versi: "vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltà il gran rifiuto" (Inf. III, 59/60).
Nel 1327 le spoglie del santo eremita, dopo aver subìto una nuova traslazione dal convento di S. Antonio abate alla chiesa di S. Agata, ubicata all'interno di Ferentino, scomparvero misteriosamente da quest'ultimo tempio.
L'avvenimento venne descritto da un anonimo autore del XIV secolo e riportato dai Padri Bollandisti, nel 1897, nel volume S. Pierre Celestin et ses premiers biographes, ulteriormente diviso in due paragrafi: In vita et obitu Petri confessoris Celestini papae quinti (fogli1/44) - Incipit legenda de translatione sancti corporis eius (fogli 45/51).
Il manoscritto adespoto si trova presso l'archivio vaticano con la seguente collocazione: Codice Latino Vaticano 8833.

Dopo la morte

venite-adoremusEcco la sintetica ricostruzione dell'antico avvenimento giunto sino a noi.
Per evitare ai pellegrini, che si recavano a pregare sulla tomba di S. Pietro del Morrone, di essere aggrediti e rapinati dai malviventi, specie nel comprensorio di Ferentino, i maggiorenti di Anagni presero in esame il trasferimento della salma dell'eremita da Ferentino ad Anagni. Al progetto si opposero i personaggi più ragguardevoli di Ferentino.
Dopo tante divergenze di opinioni e di vedute, entrambe le città giunsero fino a una lotta armata nel 1326. L'episodio, di vasta risonanza, giunse pure alle orecchie dei notabili dell'Aquila, che da molto tempo avevano espresso l'ardente desiderio di custodire la salma dell'anacoreta.
In conseguenza di ciò, strinsero con i conti di Anagni un patto segreto contro i cittadini di Ferentino. Per sventare le trame degli avversari, questi ultimi collocarono guardie armate, molto qualificate, intorno al convento di S. Antonio abate, poco distante dalla città.
Il vescovo locale, però, maturò un'altra decisione. D'accordo con il clero e con molti cittadini, fece traslare, contro la volontà dei frati morronesi, la salma del santo all'interno della chiesa di S. Agata, ubicata nel centro della città e gestita dai frati francescani. Ivi la fece pure rinchiudere in una doppia cassa e poi rimise le chiavi nelle mani di padre Giacomo, priore del convento di S. Antonio abate.
Subito dopo, lo stesso priore informò padre Davide, Provinciale dei morronesi, su tutta la situazione. Questi, dopo aver raggiunto in brevissimo tempo Ferentino e dopo essersi adoperato con grande impegno per far tornare la salma del santo anacoreta sotto il controllo e l'autorità dei suoi monaci, non fu in grado di risolvere la questione.
Siccome mal sopportava che le reliquie del santo fondatore non fossero conservate in una sua chiesa, ricorse a uno stratagemma non ortodosso ma utile a superare le difficoltà del momento. D'accordo con il priore, fece arrivare dal convento dell'Aquila "due dei suoi frati", padre Biagio da Forca e fra Pietro da Rasino(Roccaraso), ai quali fornì indicazioni utili riguardanti il suo progetto.
Insomma, ordinò loro con tono perentorio di sostituire verso mezzanotte i due frati francescani di Ferentino, impegnati a far la guardia, nella chiesa di S. Agata, alla salma di S. Pietro del Morrone; di aprire la doppia cassa con le relative chiavi; di trarre fuori le venerande ossa per racchiuderle in un lenzuolo e nasconderle all'interno del loro materasso a due piazze; di collocare ogni cosa nella posizione precedente per non suscitare sospetti.
Entrambi i frati morronesi curvarono il capo e fecero l'ubbidienza. All'indomani il priore di S. Antonio abate si fece raggiungere nella chiesa di S. Agata da una certa suor Maria, oblata, e le consegnò il prezioso materasso, senza rivelare ciò che si trovava al suo interno, affinchè lo trasportasse sulla testa in un'altra abitazione dei monaci morronesi, ubicata in città. Durante il tragitto, una guardia le chiese che cosa portava e dove andava. La donna restò in silenzio, perchè il religioso accompagnatore, amico del priore, rispose direttamente all'interlocutore: "E' un materasso che portiamo in una nostra casa che si trova qui vicino".

Superate tutte le difficoltà, la suora e il frate riuscirono a raggiungere quella dimora. Ivi il priore, dopo aver ritirato il materasso con sollecitudine, si recò immediatamente al convento di S. Antonio abate per nasconderlo in un grosso baule che si trovava all'interno della sua cella. Nel frattempo alcuni frati del convento di S. Antonio abate ebbero sospetti del trafugamento, forse basati su indizi validi, e lanciarono contro i due confratelli forestieri ogni sorta di epiteti, perchè si erano irrimediabilmente menomati nel prestigio e nella dignità. La notizia dei sospetti si propagò per la città. Raggiunse perfino le orecchie del vescovo, il quale si intratteneva in piacevole colloquio con il Provinciale dei morronesi. Visibilmente preoccupato, il prelato maggiore domandò spiegazioni al morronese su quanto si diceva in giro, e questi, simulando stupore, gli rispose: "Reverendo signore, sia ciò lontano da noi. Non dovete assolutamente credere che noi abbiamo fatto ciò. Pertanto domani vi manderò il priore con le chiavi. Voi aprite la cassa e mostrerete a tutto il popolo della città il corpo santo".
Nelle prime ore della mattina successiva il priore dei morronesi mancò all'appuntamento, fissato nella chiesa di S. Agata, dove c'erano numerosi frati francescani e cittadini. Alcuni di questi ultimi intuirono il trafugamento e iniziarono ad aprire con forza ambedue le casse. All'interno non trovarono la salma di S. Pietro del Morrone.

Momento traumatico. Silenzio glaciale.

All'improvviso si levò un grido di esecrazione. Ne seguì un tumulto popolare contro le autorità locali per la beffa subìta, superiore a ogni immaginazione. Nel frattempo il Provinciale dei morronesi, che si era allontanato di notte da Ferentino, eludendo la vigilanza e procedendo a piedi in mezzo a mille ostacoli, riuscì a raggiungere la città dell'Aquila insieme ai due frati, padre Biagio da Forca e fra Pietro da Rasino, che trasportavano le sacre spoglie di S. Pietro del Morrone, ancora celate all'interno del loro materasso. Del trafugamento ebbe molta contentezza.
Per i cittadini dell'Aquila arrivò finalmente il momento desiderato da molto tempo. In data 13 febbraio 1327 accolsero con grande esultanza la salma del santo eremita di Sulmona nella Basilica di S. Maria di Collemaggio. Quel trafugamento contrassegnò l'esecrabile intesa tra anagnini e aquilani ai danni della città di Ferentino, dove fra Pietro del Morrone aveva riposato per 31 anni, e soprattutto della città di Sulmona, dove lo stesso anacoreta era vissuto per 55 anni, immerso nello slancio mistico.