La seconda grande guerra: raccconti estratti da culto e Carità

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estratto da Culto e Carità a cura di don Tarcisio Casali e don Paolo Cappelloni - Editrice Nuove Frontiere 1998

RICORDI TRISTI DI GIORNI TRASCORSI SOTTO L'INCALZARE DELLA GUERRA NELLA CASA DISTRUTTA DALLA RABBIA DEI BELLIGERANTI

di don Rosolino Puzzi

 

borgo-anni-30"Alla fine di novembre 1943, avvenne l'addio degli orfani alla Casa, che li aveva ospitati negli anni più belli della loro fanciullezza e che essi ora dovevano abbandonare, costretti dagli avvenimenti bellici. La Casa per poco rimase priva del suo consueto movimento: all'assenza degli orfani, subentrò la guerra a rianimare l'ambiente ormai vuoto. Ai primi di dicembre, s'inizia la dolorosa peregrinazione dei profughi di Cassino e paesi limitrofi verso i campi di concentramento. Sostano a Ferentino.

La Casa nostra, perché sulla via Casilina, è costituita a centro di smistamento. Breve sosta ai poveri sfollati, per riprendere, più addolorati di prima, la via della separazione e del tormentoso esilio. Dal dicembre al maggio, l'afflusso giornaliero dei profughi supera talora i 5000: tutti i giorni le stesse scene di dolore e di pianto, gli stessi lamenti e le stesse speranze. Nelle notti rigide d'inverno, caricati sopra automezzi scoperti, privi di indumenti necessari per difendersi dal freddo, questi poveri profughi venivano recati al posti di smistamento: non fu raro il caso di ricevere da una madre in pianto il figliolo morto lungo il cammino. Non è possibile descrivere gli atti di crudeltà, commessi nei riguardi degli sfollati. La fame fu ben poca cosa, in confronto delle sofferenze fisiche e morali a cui furono sottoposti. Ceprano, Roccasecca, Ferentino: tre nomi, che rimarranno scolpiti, indelebilmente, nella mente di chi uscì incolume dalla terribile tragedia.

A Ceprano, la separazione: il marito, il figlio, separati dalla sposa e dalla madre, per essere portati presso il fronte, costretti ai lavori più duri, sotto il tiro della mitraglia e il lancio delle bombe. A Roccasecca, la spoliazione, totale o quasi, dei loro oggetti personali, dei loro oggetti più cari, dei loro indumenti: non infrequente il caso di contemplare delle povere donne, a cui vennero brutalmente strappati gli orecchini, tolti l'anello nuziale e le scarpe, che ancora conservavano dopo la totale distruzione di ogni bene. Con raccapriccio, si è potuto assistere a delle scene, che la penna difficilmente riesce a descrivere. In questi fatti, dispiace il dirlo, ci fu pure la connivenza di qualche sedicente italiano, troppo ligio al sistema nazista. Ferentino, la destinazione per località ignote! Si proiettano questi fatti dinanzi allo sguardo in un alone di sangue e di martirio che neppure il tempo potrà far dimenticare. I profughi hanno sopportato, con vera rassegnazione, le loro sofferenze: si sono chinati al peso della Croce ed hanno baciato la mano del Signore, che così li colpiva per salvare ancora una volta il mondo. Quante volte, sulle labbra di un moribondo, giacente sulla nuda terra, privo di ogni conforto umano, sorretto dalla fede e dai carismi della religione, si udì la misteriosa parola: "...Offro la mia vita per la famiglia disperata, per la pace d'Italia! .." Contemplando, quei volti, disfatti dal dolore e dalle privazioni, ricomposti nella serenità della morte, irresistibilmente si sentiva il bisogno di inginocchiarsi su quella terra, diventata altare del loro olocausto, per piangere e pregare. La situazione grave, per questi episodi dolorosi, fu resa ancor più grave da ripetuti allarmi e bombardamenti. Nella storia e nel cuore di ogni cittadino ferentinate, rimane incancellabile il ricordo di una data straziante: il 30 dicembre 1943, il primo bombardamento, che aprì la serie spaventosa di quei bombardamenti che avrebbero avuto il loro cruciale epilogo nell'immane distruzione della Città e nel cruento sacrificio di tante vittime innocenti.

E' ancor palpitante la trepidazione, con cui si trascorrevano le notti insonni nei rifugi di campagna o sotto le ciclopiche mura della prigione di S. Ambrogio martire, patrono di Ferentino. Preoccupante fu pure la tutela personale: razzie ed improvvise rappresaglie, con detenzione in carcere oppure in luoghi pericolosi, si ripetevano giornalmente ..

distruzione-guerra-1944-2324 maggio 1944: mancano cinque minuti a mezzogiorno. Tre formazioni di apparecchi quadrimotori, da diverse direzioni sorvolano il cielo. L'obbiettivo non sarà certamente Ferentino: così da tutti si pensa. Improvviso lacerante si ode il fragore delle bombe. Altre incursioni si ripetono, togliendo la percezione esatta di quanto sia avvenuto. Un denso fumo avvolge la Città: non si riesce a distinguere nulla: ma ormai non c'è nessun dubbio ... la realtà è pur dolorosa: diversi, anzi molti luoghi colpiti, numerosissime le vittime.

Le prime notizie, rotte dal pianto e dallo spavento, passano di bocca in bocca: S. Agata con la sua bella Chiesa, la tipografia - dove alcuni orfanelli vi lavoravano costretti dai tedeschi - giacciono distrutte al suolo. Un velo di tristezza avvolge misteriosamente la Città. Dal letto, ove avevo assistito all'urto violento delle incursioni, mi alzai per contemplare la Chiesa e la tipografia in un cumulo di macerie.

In quel momento credetti che tutto fosse perduto e non seppi trovare conforto che nel pianto ristoratore. La stessa sera, col cuore angosciato dal dolore, sotto un terribile peso, si sfolla dalla Città in campagna: con noi c'è il Vescovo che ci anima: ci ricorda che don Guanella dal cielo ha contemplato tutto e saprà Lui compiere "il miracolo della Provvidenza".

VICISSITUDINI DELLA CASA DELLA DIVINA PROVVIDENZA DURANTE L'ULTIMO CONFLITTO MONDIALE

di Alberto Cedrone e Mons. Cataldo Peruzzi

Mercoledì otto settembre 1943, ore 19,42, da Radio Roma, microfoni dell'Eiar, il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, Capo del Governo, legge questo messaggio: "Il Governo Italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell' intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al Generale Eisenhower in Capo delle Forze Alleate Anglo-Americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni attacco di ostilità contro le Forze Anglo-Americane deve cessare da parte delle Forze Italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi provenienza".

Attraverso le finestre aperte delle case, in quella sera d'autunno incipiente, le voci della Radio si assommarono e si confusero con quelle della gente: una strana euforia s'impossessò di tutti e la gioia che finalmente la guerra fosse terminata fu condita da lacrime impastate di speranza. Ma vana, purtroppo, era quella speranza. Le truppe tedesche, che per tutta la notte si erano portate verso Roma, abbandonando il Meridione e la nostra Ciociaria, tornarono con un drastico dietro-front a rioccupare anche Ferentino. Quanto era stato requisito già dal 25 luglio, primo periodo della loro occupazione, tornò ad essere comodo possesso: anzi la requisizione di case e Ville si fece più prepotente e drastica. Il 10 settembre occuparono anche la Villetta della Casa Divina Provvidenza, a Chivi San Benedetto, e vi piazzarono una batteria contraerea leggera.

Fu l'inizio di giorni di tragedia: rastrellamenti, retate, deportazioni in campo di lavoro e di concentramento, rappresaglie, fucilazioni, delazioni, ritorsioni scandivano i giorni e le ore del popolo oppresso e smarrito. Le strade di Ferentino, come del resto quelle del resto d'Italia, risuonavano sotto gli stivali chiodati dei soldati della Wehrmacht in attività di pattugliamento o in libera uscita: un suono cupo che ancor oggi turba il sonno di chi ha vissuto quei maledetti tempi di guerra. I Tedeschi, ben presto, riempirono di armi e di munizione l'intera città. L'armistizio dell' otto settembre, che in un primo momento aveva riempito di speranza un po' tutti, ora soffocava ogni parvenza di vita, portando all'esasperazione quanti ancora speravano in giorni migliori e quasi auspicavano soluzioni rapide a quel tragico conflitto mondiale, voluto da pochi e da tutti subìto e sopportato con rabbia e rancore sordo. Ebbe inizio la tremenda occupazione nazista.

La guerra combattuta occupò le strade placide e sonnacchiose della nostra città, mutando il gaio e ridanciano vivere dei ciociari in tristezza cupa, con pagine di storia vissuta, assolutamente nuova nelle pur millenarie vicende di questo paese battagliero e mai domo. Ma nell'aria c'era ben altro. Lo racconta, con penna forbita e piena di trepidazione, Mons. Cataldo, il caro e mite sacerdote, che nella sua bontà ha dovuto fronteggiare odio e amarezze, di cui parlava con smarrimento.

"In un mite mattino di maggio: il 24 Maggio 1944! Vien subito da pensare ad una ridente giornata del mese dei fiori; invece ogni splendore della natura era mortificato dalla presenza della guerra; sui campi biondeggianti di messi, sui prati in fiore, su ogni cosa all'intorno gravava una atmosfera di distruzione; sulle case della città, su quelle sparse per il contado, sulle poche persone rimaste nel paese, come sulla maggior parte della popolazione, riversatasi ad affollare la campagna, pendeva dal cielo e da ogni dove l'insidia della morte. Tutti si viveva nell' attesa spasmodica che la guerra, comunque, passasse. Al rombo dei cannoni delle navi da guerra, oltre i Monti Lepini rispondevano, incessantemente, migliaia di pezzi di artiglieria pesante sul fronte di Cassino, ormai in movimento. E la guerra passò sulla nostra Città in quel mattino di maggio! Scese dai cieli azzurri, all'improvviso, come un ladro notturno; scese e la seguirono compagne: la distruzione e la morte.

distruzione-guerra-1944-24Era il mezzogiorno! l'ora in cui la dolcezza del breve ritorno a casa, spezzando il proprio lavoro, si abbina a quella di assidersi intorno al desco familiare e di scambiarsi, nel linguaggio dell'amore e della famiglia, le proprie idee. L'ora dolce e raccolta avrebbe dovuto tener lontano le insidie che da mesi si libravano nell' aria. Invece, ad un tratto, dai monti di Supino, giunge un rumore sordo, che, man mano che si avvicina, si fa più distinto: il rumore dei motori delle fortezze volanti: uno, due, tre stormi passano brillando al sole di maggio. L'incanto dell'ora svanisce: chi si affaccia alla finestra, chi si fa sulla strada a guardare la morte che passa, ancora troppo distante; le madri stringono al seno i loro figlioli, quasi a proteggerli da un nemico troppo più potente. Ma gli stormi passano e di essi si perde l'ultima eco sopra il cielo della Città. Anche questa è passata; i discorsi riprendono, ma nel cuore di tutti c'è un presentimento di una oscura minaccia. Non sono trascorsi cinque minuti: un nuovo rumore si avvicina: è un altro stormo che balza nel cielo limpido dal crinale dei Monti Lepini. A chi ne seguiva il volo sembrò come un bastone quel cilindro che si staccò, rotolò su se stesso. e, lacerando col suo sibilo il cielo, si schiantò in un tremendo boato, su un punto della Casilina. Segue subito una pioggia di ferro: sulla innocua Città si scatena la rabbia degli uomini! Fumo e polvere avvolgono l'abitato: le case si vuotano e tutti cercano uno scampo nel primo rifugio. Dopo qualche istante, il silenzio seguito al fragore delle bombe, è rotto da altri motori che sbucano da Monte Barano: sono le tre formazioni che tornano indietro. I pochi momenti di attesa negli improvvisati rifugi sembrano eterni; e poi il fuoco discende dal cielo nel mite mezzogiorno di maggio, e divora le case, le chiese; la guerra miete le sue vittime. La furia devastatrice si era abbattuta specialmente nella zona della Casilina; dell'Istituto « Casa Divina Provvidenza », della bella Chiesa Francescana, dedicata alla Martire Catanese, annessa all'Istituto, non rimanevano che mozziconi di mura. In mezzo ad uno scenario di morte e di rovina si ergeva - unico uscito incolume dalla generale distruzione - il Campanile della Chiesa. Erano, forse, le 12,30 e già il sole, liberato dalla polvere e dal fumo, tornava a splendere sulle case squarciate, su i mucchi di calcinaccio e di sassi, sotto i quali giacevano corpi di fanciulli, di giovani, di madri e padri, rapiti dalla morte, che era scesa dal cielo. "La Casa Divina Provvidenza, la Chiesa di Sant' Agata è distrutta: molti i morti" era questa la notizia circolante insieme alle altre tra i pochi cittadini, che, ancora in preda al più grande spavento, uscivano dai rifugi e dalle case.

Grazie a Dio, i morti nell'Istituto non furono molti, perché in quei giorni non vi sostavano più i gruppi di sfollati. Dal settembre del 1943, infatti, subito pochi giorni dopo l'armistizio, quando la lenta avanzata degli eserciti alleati e il continuo arre tra mento del fronte bellico, persuasero i Tedeschi allo sfollamento delle popolazioni che abitavano i paesi del Molise e del Cassinate, l'istituto divenne un centro di smistamento degli sfollati. Ricevuto, nell'ormai lontano 1908, dal santo Sacerdote don Luigi Guanella per accogliervi poveri infelici, vecchi, bambini orfani o abbandonati, ora il vecchio Istituto apriva le sue porte a ricettare per breve ora coloro che la dura necessità della guerra aveva allontanato dal focolare domestico, travolgendoli nel turbinio degli avvenimenti i più poveri tra i poveri, i più afflitti tra gli afflitti, i più tormentati tra i tormentati. Era questo angoscioso spettacolo l'aspetto più terrificante della spietata guerra che calpestava i più sacri diritti della famiglia. E questo dolore errante per le vie insidiate dalla morte; questa umanità prostrata dall'insita ingiustizia della guerra, qui, a Ferentino, nell'Istituto ritrovava volti umani che donavano ad essi il calore di un sorriso, il balsamo di una parola fraterna e un pane ristoratore. Certamente in quelle anime affrante le attenzioni dei Figli di don Guanella ridestava un senso di fiducia, sentimenti di bontà, che sembravano distrutti dall'odio; temperavano le asprezze dell'esilio, e, forse, scoprivano ad esse il segreto meraviglioso di quella loro tormentata odissea nei piani della Provvidenza di Dio, che sceglie il pianto e il dolore dell'innocente per saldare le fratture operate dalla malvagità degli uomini. La carità premurosa e silenziosa del Superiore dell'Istituto: don Rosolino Puzzi, delle instancabili Suore e di alcuni fratelli laici si prodiga a sollievo degli sventurati fratelli. Ogni giorno sono volti nuovi; espressioni nuove di un solo dolore.

La sosta nell'Istituto è una battuta di arresto, una breve pausa nel dramma interminabile dei loro corpi e delle loro anime, il cui strazio svelava l'aspetto più inumano della inutile strage fratricida. Nell'Istituto, ove invisibile aleggia lo spirito di don Guanella e il poema della carità di Cristo è scolpito in ogni pietra, essi ritrovano il dolce sapore dell'amore fraterno. Luogo della carità è per essi ancora luogo di salvezza e di redenzione, perché gli uomini hanno prepotente bisogno d'amore e di bontà. Per nove mesi, l'istituto rimase oasi serena per tanti fratelli sventurati; quelli che, poi, proseguivano verso il nord serbavano nell' animo un grato ricordo della comprensione incontrata; parecchi invece riuscivano ad eludere la sorveglianza dei Tedeschi, a trovare un rifugio a Ferentino e rimanere così più vicini alle loro case, pronti a ritornarvi non appena la guerra fosse fìnita. Anche a questi si estendeva l'assistenza dei Guanelliani. Con novembre il fronte di guerra giunse a Cassino e alla prima speranza che ben presto la burrasca sarebbe passata oltre le nostre contrade subentrò la disillusione e la interminabile attesa. La nostra Città si trovò nella immediata retrovia, e, dopo qualche mese di calma relativa, cominciarono i primi bombardamenti. 29 dicembre! 30 dicembre 1943! qualche bomba cadde nelle adiacenze dell'Istituto.

distruzione-guerra-1944-4022 gennaio 1944: un bombardamento terribile nelle prime ore del mattino colpì varie zone della Città e produsse solo qualche danno all'Istituto; però si rese necessario il trasferimento dei pochi vecchi ricoverati, delle Suore, di alcuni orfani e dei Superiori nel Seminario, messo a disposizione dalla generosità del Vescovo Mons. Leonetti, anche perché si aveva bisogno sempre più di locali, dato che di giorno in giorno cresceva il numero degli sfollati. Non per questo venne meno l'assistenza dei Guanelliani, che ogni mattino scendevano di buon' ora dal Seminario per farvi ritorno la sera tardi, stanchi e affranti nell' animo per la conoscenza di tante tristi storie, però lieti di aver spezzato con i fratelli infelici un pane quotidiano e aver donato a tutti la gioia di una parola di conforto. Sarebbe lungo enumerare tutti gli episodi di abnegazione e di nascosto eroismo dei benemeriti Guanelliani in quel periodo cruciale: una storia intessuta di infiniti atti di amore cristiano, noti a Dio solo.

E la Casa Divina Provvidenza negli annali dei Servi della Carità scrisse una pagina luminosa di dedizione al servizio della sventura non inferiore a quella scritta, in altri istituti, da confratelli in analoghe circostanze. Si giunse così alla Pasqua 1944. Triste quella Pasqua di guerra! Piovve per tutto il pomeriggio: non il suono festivo delle campane annunzianti Cristo che tornava glorioso nei cieli, ma solo il rombo lontano del cannone: più rado, ma persistente. Nel giorno che parlava ad ogni cuore dell'amore che non muore, dell'amore che trionfa sulla morte, era ancora più stridente quel funesto segno di lotta!

Con il 1° maggio la festa del Santo Patrono: Sant' Ambrogio Martire: una festa ridotta al minimo in quel mortificante clima di guerra! Ed intanto con l'avanzare del mese dei fiori, sacro alla Madre celeste, incalzavano altresì gli avvenimenti. Dalla sera dell’undici maggio una grande offensiva era in atto sul fronte di Cassino. Che questa fosse la volta decisiva si avvertiva nel movimento straordinario di soldati; nella presenza ininterrotta degli apparecchi alleati sul cielo della nostra città e nel rombo senza sosta del cannone. La nostra zona fu subito coinvolta in pieno nelle operazioni belliche e il 24 maggio iniziò l'ultima serie dei bombardamenti aerei su Ferentino. La tempesta di ferro e di fuoco, che divorò molte case, non risparmiò l'istituto e la Chiesa dei Guanelliani, facendo quivi anche le sue vittime.

Così la vecchia « Casa Divina Provvidenza », santificata dalla presenza di Don Guanella, in tanti anni asilo di innumerevoli orfanelli che, sottratti ai pericoli della strada e alle tentazioni del male, ritrovavano quivi nelle cure materne delle buone Suore e nell' assistenza patema degli infaticabili continuatori della carità di don Guanella, il sorriso della madre e la guida del padre, era ridotta ad un cumulo di macerie: l'odio aveva sopraffatto l'amore. La Chiesa, ove i piccoli si raccoglievano nella preghiera e nella lode al Signore, era crollata: aveva voluto seguire nel destino comune le case del Borgo, distrutte quasi nella totalità; nel ridente Quartiere, risonante di motori e di vita, era sceso il silenzio: il silenzio dall' acre odore di fumo e di polvere, il silenzio della distruzione, della morte!' .. Un profondo senso di dolore lacerante fino alle midolla delle ossa si appropria di ciascuno di noi: non abbiamo parole da dire, non lacrime da versare. I nostri occhi sono aridi come di sasso il nostro cuore: la guerra, il male, il peccato! Alziamo i nostri occhi verso il Campanile intatto: un segno di speranza.

Quei bronzi torneranno a suonare: il popolo di Dio accorrerà alla sua voce non più con la paura e il pianto ma con la gioia di chi è stato salvato".