Il “bombardamento di S. Agata”: memorie storiche di alcuni parrocchiani

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di Tiziana Bianchi

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24 e 25 maggio 1944:

Due giorni che la città di Ferentino ricorderà a lungo. Gli alleati decisero di bombardare la Casilina nel tentativo di isolare il Fronte di Cassino. Il borgo e la Chiesa di S. Agata vennero rasi al suolo.

Ancora oggi, a distanza di 68 anni, quei ricordi fanno male: l’ho letto negli occhi e nelle parole dei “nonni” che questa mattina hanno partecipato alla commemorazione dell’evento tenutasi nella Scuola Media “Giorgi-Fracco” della nostra città; l’ho colto nella fatica, oserei dire nella forte resistenza, dei miei genitori a ricordare. Mia madre era giovanissima e il 24 maggio stava raccogliendo le patate nell’orto insieme a sua madre. Ricorda distintamente che quel giorno “gli aerei erano proprio tanti”, ricorda le urla, le grosse pietre che le colpirono e sua madre che la protesse nascondendola sotto la gonna per farle scudo con il proprio corpo. La popolazione si era abituata a convivere con gli aerei che solcavano i nostri cieli, per cui era normale svolgere le attività quotidiane con quegli enormi uccelli di morte sopra la testa: a detta di don Luigi Di Stefano, i bambini li contavano e li salutavano dai tetti. Mia madre, quel giorno, li vide volare molto bassi e ricorda che erano davvero grandi… enormi!! Del resto, il loro orto era di fronte all’imbocco dell’attuale Via Ballina, quindi a pochi metri dalla Casa Divina Provvidenza che verrà completamente distrutta.

Ma la famiglia di mio padre pagherà un prezzo altissimo. Conoscevo zia Tulina, al secolo la sig.ra Adele Bianchi, sorella del mio nonno paterno, da sempre e, nelle mie certezze di bambina, credevo che tutte le donne anziane ad un certo punto della loro vita, prendessero a vestirsi di nero. Un giorno, poi, in casa della mia zia paterna, notai che le mani di zia Tulina erano prive delle unghie e che queste erano state sostituite da uno strato di pelle più dura… feci per chiedere sottovoce, anzi più con uno sguardo interrogativo che con la voce, ma, in risposta, venni fulminata da uno sguardaccio: capii che l’argomento era tabù…solo molti anni dopo, scoprii la verità.

Quel 24 maggio, come tutte le mattine, zia Tulina si recò in campagna, unica fonte di sostentamento della sua numerosa famiglia; ma, non portò con sé nessuno dei suoi 5 figli che, al contrario, chiuse in casa per tenerli al riparo “dai bombardamenti” di cui si vociferava da giorni. La donna, infatti, pensava che proprio quella casa, edificata a pochi metri dalla “sua” chiesa, fosse il luogo più sicuro per proteggere i suoi figli. Ma, quando, poco prima di mezzogiorno, udì in lontananza il rombo dei bombardieri e vide le bombe cadere nei pressi del campanile, tornò immediatamente verso il paese. Oltrepassata la chiesa, trovò la sua casa ridotta ad un cumulo di macerie e, disperata, iniziò a scavare con le nude mani, fino a ferirsele a sangue, nel tentativo estremo di trovare i suoi figli vivi. Inutile: erano tutti morti!! Purtroppo non era ancora finita: la morte avrebbe ripreso a volare nei cieli di Ferentino il giorno successivo, colpendo nuovamente la zona della nostra parrocchia e nuovamente la mia famiglia.

Mia nonna paterna, la sig.ra Maria Di Mario, sarà una delle vittime di questo secondo efferato attacco. Venne colpita lungo il percorso della Via Casilina, mentre trasferiva i libri di medicina del figlio Pietro, dalla sua casa sita in via A. Bartoli, bombardata il giorno precedente, a casa del suocero. Portava con sé l’ultima figlia che si è salvata perché, arrivate davanti le macerie della Chiesa di S.Agata, le due donne si separarono: mia nonna chiese alla figlia di precederla a casa di zia Tulina… lì dove lei non sarebbe arrivata mai. Mio padre era un giovanissimo militare, autista del capitano Bertolasso che, proprio in quei giorni, era stato richiamato a Roma da Lecce. Attraversando Ferentino, vide sua sorella vestita a lutto e capì immediatamente che la madre era morta. Il capitano, per quei tempi, stranamente comprensivo, gli concesse alcuni giorni per trovare il corpo della madre. Anche i suoi sforzi furono inutili: il corpo non venne mai trovato… mia nonna non ha mai avuto una sepoltura.

Ed è a questo punto che la storia di queste due famiglie, così duramente provate, si intreccia: zia Tulina passerà il resto della sua vita tra la casa e la “sua” chiesa di S. Agata, occupandosi di questi sfortunati figli del fratello, rimasti orfani di madre, in particolare dei due più giovani. Colpita, ma non piegata dalla vita, donna energica e dal carattere forte, zia Tulina ha portato con grande dignità il suo dolore, dritta nei suoi abiti a lutto. Non ricordo di averla mai vista versare una sola lacrima o di cercare la pietà delle persone. Per la gente della nostra parrocchia e per tanti ferentinati, lei ha rappresentato il simbolo stesso del “bombardamento di S.Agata”. Alla fine di quei due giorni terribili, Ferentino conterà 279 vittime, tutte ricordate nelle lapidi poste nelle stanze interne dell’Avancorpo dell’Acropoli, le cd. Carceri di S.Ambrogio.

La scia di dolore e di sacrifici a cui saranno chiamati i sopravvissuti, è arrivata fino a noi: nitidi, e per questo ancora dolorosi, sono i ricordi dei nostri genitori o dei nostri nonni. L’augurio che ci facciamo è che ciascuno difenda responsabilmente la libertà guadagnata a così caro prezzo, perché nessuno mai più viva simili inutili atrocità.