La guerra: bombardamenti, testimonianze, atti eroici di fede e di generosità ...

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In prossimità della giornata della memoria vi proponiamo un articolo di Mons. Nino Di Stefano estratto da "La Parrocchia Sant'Agata dono di don Guanella a Ferentino", Ferentino 1997

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Con gioia rispondo all'invito di preparare un articolo per la pubblicazione che uscirà in ricordo del 50° della Parrocchia e del 90° della Casa Divina Provvidenza aperta dal Beato Luigi Guanella: "il pio Servo della Carità giunse a Ferentino condottovi da segreta disposizione della Provvidenza".
È un impegno di ricerca perché il tema assegnato riguarda la guerra ... e il sottoscritto non era ancora nato! Quindi mi servo di testimonianze scritte e orali del vescovo Tommaso Leonetti, di mio padre Silvio Di Stefano, di don Cataldo Peruzzi e di don Lello Di Torrice. Molte cose le avevo dette nell' omelia tenuta il 3 giugno 1984 nella S. Messa celebrata da me in Cattedrale, delegato dal vescovo Mons. Cella, per ricordare il quarantesimo della distruzione di Ferentino e della Provincia; per pregare per i morti e per rinsaldare rapporti sociali, umani e cristiani con quei Comuni che avevano avuto cittadini sfollati qui a Ferentino.


Questo lavoro l'ho fatto volentieri perché fin da piccolo ho sempre guardato con ammirazione, mista a curiosità, gli avvenimenti che accadevano a Sant'Agata. Quante volte sono venuto a Sant'Agata ed ero entusiasta di come si svolgevano le funzioni: chierichetti, cantori, tanti sacerdoti, la Chiesa piena
di gente, tanta gioia, entusiasmo, ospitalità generosa ... Come non ricordare l'incoronazione della statua dell'Immacolata, la benedizione delle campane, la dedicazione degli altari, la festa del Crocifisso, le gare di liturgia e canto sacro, il teatro formidabile "S. Tarcisio". I grandi festeggiamenti del 1958 per ricor-
dare il 50° della Casa. Le associazioni "Mons. Bacciarini" e "Don Guanella" che funzionavano bene.

 

Dal 3 dicembre 1908, giorno in cui Don Guanella prese possesso del convento e della Chiesa di Sant'Agata, ponendovi come primo Direttore don Riccardo Negri di v.m., Casa Divina Provvidenza e Seminario hanno camminato di pari passo, aiutando si vicendevolmente nel servizio dell'insegnamento, del ministero e anche nell' ospitalità, come avvenne con il bombardamento. Anzi sento di poter dire che S. Ambrogio, Sant'Agata, Ss.mo Crocifisso, Immacolata, Seminario, Casa Divina Provvidenza, carità, guerra, Carcere di S. Ambrogio e sepolcro di S. Ambrogio sono termini che ricorrono spesso sulla bocca dei Ferentinesi e si riferiscono per vari motivi suggellati alcuni dalle sofferenze della guerra e della distruzione, sia al caro Borgo, sia alla zona dell'Acropoli con la Cattedrale e il Seminario.

Il 30 aprile 1986 dopo l'esposizione della statua del nostro Patrono, così la Comunità di Sant'Agata ha pregato: "0 martire S. Ambrogio, noi, porzione del popolo di Ferentino della Parrocchia di Sant'Agata, a Te sempre devota, eredi di quei primi cristiani della nostra città, che accolsero e custodirono per secoli il tuo venerato corpo nel luogo dedicato al culto della martire catanese di cui quest'anno abbiamo celebrato il 17350 anniversario del martirio, qui uniti nella comune fedeltà a Cristo torniamo a raccoglierei presso la tua gloriosa tomba per offrirti con tutto il Tuo popolo i dolori, i dispiaceri, le preoccupazioni, gli affanni dei nostri giorni. La guerra, le malattie, il terrorismo, la droga, il divorzio, l'aborto, il disprezzo di ogni valore umano sono le componenti del nostro quotidiano vivere comune. Esse assillano, preoccupano, addolorano ciascuno di noi, che aneliamo alla pace, all'amore, alla vita, al progresso umano e sociale, uniformati al Vangelo di Cristo".
Ancora oggi tra i dolori, i dispiaceri, le preoccupazioni, gli affanni, tra le altre cose mettiamo la guerra: termine che fa paura. E il nostro caro Borgo ne sa qualcosa di guerra, di distruzione, di lutto, di pianto ....
Ecco come mons. Cataldo Peruzzi, testimone oculare, con commozione e brillantemente racconta la fatidica giornata: "24 maggio 1944! La guerra passò sulla nostra Città in quel mattino di maggio! Scese dai cieli azzurri, all'improvviso, come un ladro notturno; scese e la seguirono compagne inesorabili la distruzione e la morte. Era il mezzogiorno! L'ora in cui alla dolcezza del breve ritorno a casa, spezzando il proprio lavoro, si abbina quello dell'assidersi intorno al desco familiare e di scambiarsi, nel linguaggio dell' amore e della famiglia, le proprie idee. L'ora dolce e raccolta che avrebbe dovuto tener lontano le insidie che da mesi si libravano nell'aria. Invece ad un tratto dai monti di Supino giunge un rumore sordo, che, man mano che si avvicina, si fa più distinto: è il rumore dei motori delle fortezze volanti: uno, due, tre stormi passano brillando al sole di maggio. L'incanto dell' ora svanisce: chi si affaccia alla finestra, chi si fa sulla strada a guardare la morte che passa, ancora troppo distante; le madri stringono al seno i loro figlioli, quasi a proteggerli da un nemico troppo più potente. Ma gli stormi passano e di essi si perde l'ultima eco sopra il cielo della Città. Anche questa è passata; i discorsi riprendono, ma nel cuore di tutti c'è un presentimento di una oscura minaccia. Non sono trascorsi cinque minuti; un nuovo rumore si avvicina: è un altro stormo che balza nel cielo limpido del crinale dei Monti Lepini.

A chi ne seguiva il volo, sembrò come un bastone quel cilindro che si staccò, rotolò su se stesso, e, lacerando col suo sibilo il cielo, si schiantò in un tremendo boato, su un punto della Casilina. Segue subito una pioggia di ferro: sulla innocua città si scatena la rabbia degli uomini! Fumo e polvere avvolgono l'abitato: le case si vuotano e tutti cercano uno scampo nel primo rifugio. Dopo qualche istante, il silenzio seguito al fragore della bomba è rotto da altri motori che sbucano da monte Barano: sono le tre formazioni che tornano indietro. I pochi momenti di attesa negli improvvisati rifugi sembrano eterni; e poi il fuoco discende dal cielo nel mite mezzogiorno di maggio e divora le case, le chiese; la guerra miete le sue vittime. La furia devastatrice si era abbattuta specialmente nella zona della Casilina, dell'Istituto "Casa Divina Provvidenza", della bella Chiesa Francescana dedicata alla martire catanese, annessa all'Istituto non rimanevano che mozziconi di mura: in
mezzo ad uno scenario di morte e di rovina si ergeva unico uscito incolume dalla generale distruzione, il campanile della Chiesa: erano forse le 12,30 e già il sole, liberato dalla polvere e dal fumo, tornava a splendere sulle case squarciate, sui mucchi di calcinaccio e di sassi, sotto i quali giacevano corpi di fanciulli, di giovani, di madri e di padri, rapiti dalla morte, che era scesa dal cielo.
"La Casa Divina Provvidenza, la Chiesa di Sant'Agata è distrutta; ... molti morti". Era questa la notizia circolante insieme alle altre tra i pochi cittadini, che ancora in preda al più grande spavento, uscivano dai rifugi e dalle case. Grazie a Dio, i morti nell'Istituto non furono molti, perché in quei giorni non vi sostavano più i gruppi di sfollati".
Ferentino ebbe circa quattrocento vittime. Oltre alla Chiesa di Sant'Agata andata completamente distrutta con l'annessa Casa della Divina Provvidenza, fu distrutta anche la Chiesa Santissimo Salvatore conosciuta come S. Giuseppe. Un buon terzo di Ferentino fu ridotta ad un cumulo di macerie.
Il pensiero non può non andare a mons. Leonetti e al clero che aiutava il Vescovo nell' opera di soccorso spirituale e materiale. Durante l'occupazione tedesca il clero fece opera prudente per impedire rappresaglie sanguinose, riuscendo a salvare la vita a persone innocenti. Nelle ore del pericolo per cannoneggiamenti o bombardamenti aerei, le popolazioni mai rimasero abbandonate a se stesse, ma furono sempre consigliate, aiutate e confortate.
Molti anche gli sfollati del Molise e del Cassinate che si rifugiarono nel Carcere di S. Ambrogio, quando in piena notte scendeva come una maledizione lo stordimento lugubre della sirena preceduto o seguito dai rintocchi a martello del Campanone della Cattedrale, suonati da Silvio Di Stefano, sagrestano della Cattedrale, che sempre era vicino al Vescovo in quest' opera infaticabile. E lì nel Carcere di S. Ambrogio c'era mons. Leonetti con i Sacerdoti che incoraggiavano, aiutavano e guidavano la preghiera.

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Abbiamo detto sfollati! Nella Casa Divina Provvidenza, voluta dal Beato per accogliervi poveri infelici, vecchi, bambini orfani o abbandonati, venivano ora accolti coloro che la dura necessità di guerra aveva allontanato dal focolare domestico, travolgendoli nel turbinio degli avvenimenti: i più poveri tra i poveri, i più afflitti tra gli afflitti, i più tormentati tra i tormentati.
Una spina davvero dolorosa gli sfollati. Accolti oltre che nella Casa Divina Provvidenza anche in Seminario. Giungevano in condizioni deplorevolissime: mamme arrivate con i bambini morti sulle braccia, perché il loro seno era esaurito; le stesse mamme erano digiune da cinque giorni; bambini
con i piedi piagati (l'ordine di sfollare era giunto di notte e non avevano avuto il tempo di vestirsi e mettersi le scarpe) e col cuore più piagato perché avevano assistito all'uccisione del papà che per età o malattia era un impiccio portare dietro. Padri di famiglia con negli occhi la visione della casa distrutta, della poca fortuna dispersa; giovani che vedevano sfiorire nella forzata inerzia la propria gioventù. Giungevano a gruppi di famiglie, talvolta membri isolati della stessa famiglia, flagellati dal vento e dalla pioggia, nei camions scoperti. Scovati nelle grotte, ove avevano trovato momentaneo riparo all'imperversare dei bombardamenti e cannoneggiamenti, cacciati a forza e sotto la minaccia  delle armi, nei camions a guisa di bestie, in una brutale promiscuità.
Ed ecco il lamento del Vescovo Leonetti: "Se avessi potuto, come i Vescovi antichi, cambiare i vasi sacri in pane non avrei esitato". Ma purtroppo il pane non era possibile trovarlo neanche con l'oro all'infuori di quello scarso ed incerto distribuito con la tessera.
Gli sfollati facevano nella Casa Divina Provvidenza la prima sosta della loro dolorosa Via Crucis.
Nell'Istituto questa umanità prostrata dall'insita ingiustizia della guerra che calpestava i più sacri diritti della famiglia, ritrovava volti umani, che donavano ad essi il calore di un sorriso, il balsamo di una parola fraterna e un pane ristoratore. La carità premurosa e silenziosa del Superiore dell'Istituto don Rosolino Puzzi, delle instancabili Suore e di alcuni fratelli laici si prodiga a sollievo degli sventurati fratelli. Ogni giorno sono volti nuovi, espressioni nuove di un solo dolore.
Nell'istituto ove aleggia lo spirito di Don Guanella e il poema della carità di Cristo è scolpito in ogni pietra, essi ritrovano il dolce sapore dell'amore fraterno. Luogo della carità è per essi ancora luogo di salvezza e di redenzione, perché gli uomini hanno prepotente bisogno di amore e di bontà. Per nove mesi l'Istituto rimase oasi serena per tanti fratelli sventurati; quelli che poi proseguivano verso il nord, serbavano nell'animo un grato ricordo della comprensione incontrata; parecchi invece riuscivano ad eludere la vigilanza dei Tedeschi, a trovare un rifugio a Ferentino e rimanere così più vicini alle loro case, pronti a ritornare non appena la guerra fosse finita. Anche a questi si estendeva l'assistenza dei Guanelliani. E il 24 maggio 1944 la Casa Divina Provvidenza che per tanti bambini era stato il ritrovare il papà nei buoni Padri e la mamma nell' assistenza delle buone Suore infaticabili continuatori della carità di Don Guanella, era ridotta ad un cumulo di macerie. Nel ridente quartiere risonante di motori e di vita era sceso il silenzio: il silenzio, dell'acre odore di fumo e di polvere, il silenzio della distruzione e della morte.
Ma la carità, quando è riflesso dell' amore di Dio verso i propri simili, non conosce tramonti, e le sue opere resistono al tempo, progrediscono, prosperano, risorgono dalla distruzione per il divino dinamismo che le ispira. Quel giorno stesso, subito dopo la distruzione nel primo incontro col Reverendo Direttore, Mons. Vescovo lo rassicurò che l'Orfanotrofio avrebbe continuato la sua vita, ed offrì i locali del Seminario perché "Ferentino non avesse a perdere un' opera tanto benemerita, creata da Don Guanella". E nel settembre del 1944 un certo numero di orfanelli, Superiori e Suore, sessanta persone, vennero ad occupare, ospiti graditi, una parte del Seminario. L'opera non subì alcuna interruzione e dal Seminario continuò ad irradiare il bene e a riprendere le sue attività. E il Santissimo Crocifisso e la statua dell'Immacolata fino all'inaugurazione della nuova Chiesa furono gelosamente custodite nella Cattedrale.
In questa Chiesa rinata una popolazione devota continua a cantarvi l'elogio della fede e della carità per il domani di una vita religiosa, onesta e felice, sempre pronta a proclamare che Gesù Cristo è l'unico Salvatore del mondo: ieri, oggi, sempre. E tutta Ferentino, che accolse Don Guanella, che lo vide per le sue strade e godette della sua bontà, riscopra nella luce dell'umiltà, della fede e dell'amore il Beato Guanella; si sforzi di comprenderne il cuore e conservi
ai suoi figli la stima affettuosa e la confidenza. E l'augurio a tutti i figli di Don Guanella che nel silenzio continuano a scrivere la più luminosa storia: quello di dare ogni giorno la propria vita per la gloria di Dio e il bene dei fratelli più bisognosi. "La carità è tutto!"
Ancora nella preghiera del 30 aprile: "A te, Ambrogio, che affrontasti il martirio, chiediamo l'intercessione presso il Signore, perché la pace, questo grande bene, ci venga per sempre conservato. Accogli o Sant'Ambrogio la nostra supplica!".


Mons. Nino Di Stefano Rettore del Seminario Vescovile di Ferentino</p