Fra Vincenzo da Bassiano scultore e Santo di EMANUELE ROMANELLI O.F.M.

  • Crocifisso

Riscoperta di un artista francescano del '600

Fra Vincenzo da Bassiano scultore e Santo

EMANUELE ROMANELLI O.F.M.

 

Lo stesso testo è presente anche nel volume: "Farnese a ricordo del terzo centenario del SS. Crocifisso" (1684 - 1984), Roma e nella rivista La Sapienza della Croce (marzo 1988)

 

Fra Vincenzo Pietrosanti da Bassiano, piccolo centro in provincia di Latina, rappresenta una di quelle figure storiche di un certo rilievo verso cui sembra essersi accanita la congiura del silenzio. Conosciamo la patria che gli ha dato i natali, il casato, alcune date essenziali e poche notizie intorno ad alcuni suoi insigni lavori di scultore sacro.

I cronografi Aracoelitani dei secoli XVII e XVIII, che pure abbondano nel riferire cose ed avvenimenti di minor conto, si fanno muti o quasi dinanzi alle vicende di questo pio e valente religioso. Così il P. Onorato Finucci da Lucca, che ci ha lasciato un preziosa cronaca manoscritta dell'Ordine Francescano e della Provincia Romana dall'anno 1612 all'anno 1678, non spende una sola parola circa la vita e l'opera di Fra Vincenzo.

Il P. Casimiro da Roma, nella sua nota opera "Memorie Istoriche delle Chiese e dei Conventi dei Frati Minori della Provincia Romana", completata nel 1741 ma stampata postuma nel 1754, nomina quattro volte il Bassianese; ma solo quando parla dei Crocifissi di Nemi e di Farnese si dilunga quel tanto che ci autorizza a ritenere Fra Vincenzo un personaggio vero e non rnitico, anche se aureolato da una luce ascetico-rnistica particolarmente intensa. A dire il vero, dal Padre Casimiro ci saremmo aspettati qualche cosa di più: basti considerare che Fra Vincenzo moriva in Aracoeli il 25 marzo 1694 e Padre Casi miro nel 1705 era già chierico studente di belle lettere nel Convento S. Francesco di Palombara e nel 1707 si trasferiva nel Convento di S. Maria in Aracoeli in Roma per compiervi gli studi di filosofia e di teologia. Le notizie tramandateci dal Padre Casimiro sono state raccolte sinteticamente dal P. Samuele Platani da Farnese (+ 1807) nella compilazione del "Necrologio della Provincia Romana", al giorno 25 marzo 1694: "Nel Convento di Aracoeli, F. Vincenzo da Bassiano, con fama di santità. E fama costante che questi fu sempre intento alla contemplazione della Passione di Cristo. Essendo alquanto perito nell'arte della scultura, scolpì molte immagini del 55. Crocifisso, conosciutissime per la gloria dei miracoli ed il concorso dei fedeli. Sono particolarmente venerate quelle dei conventi di Nemi e di Farnese: al lavoro delle medesime non attendeva se non nei giorni di venerdì, dopo aver flagellato a sangue il proprio corpo, in ginocchio e digiunando a pane ed acqua, tanto che possono dirsi effetto della pietà piu che dell'arte e della tecnica". Nel 1869 il P. Giuseppe Volponi da Ferentino dava alle stampe un devoto volumetto che doveva servire a preparare i fedeli alla celebrazione del secondo Centenario del 55. Crocifisso di Nemi. L'autore riprende e sviluppa il nucleo centrale delle notizie tramandateci dal Padre Casimiro, compresa quella del completamento dell'opera in maniera soprannaturale. L'unico elemento nuovo è costituito dall'aggiunta che Fra Vincenzo, prima di stabilirsi nel convento di Nemi, avrebbe effettuato una serie di pellegrinaggi in Terra Santa ed in altri luoghi non precisati. Doviziosa invece è l'enumerazione dei prodigi che si sarebbero verificati nella cittadina lacustre e nei territori circonvicini nell'arco dei due secoli precedenti. Di tutt' altra portata appare, al nostro intento, la notizia di cronaca riferita dal P. Antonio Giuliano, dell'Ordine dei Mercedari, in una sua operetta illustrativa del Santuario di Nemi stampata nel 1899.

Riferiamo testualmente: "Nell'anno 1869 in occasione della centenaria processione, nel dorso del Santissimo Crocifisso fu scoperto un piccolo incasso con coperchio assicurato da vite, entro il quale si rinvennero un sonetto stampato ed uno scritto del P. Vincenzo da Bassiano ...

Il manoscritto riferisce così:

"In questo SS. Crocifisso vi sono l'infrascritte Reliquie, ed io Fr. Vincenzo da Bassiano Custode di questa Provincia Romana con ogni reverenza et humiltà con le mie proprie mani ve l'ho poste. Un frammento del legno della Santissima Croce del legno dritto, e traverso. Della Colonna dove N.S. flagellato. Del Sacro Sepolcro, dove fu seppellito. Della Pietra del monte Calvario. Della Pietra dove sedé quando fu coronato di spine. Della fossa dove fu piantata la Croce. Il Santissimo Crocifisso è stato fatto da fra Vincenzo da Bassiano Laico dei Minori Osservanti di S. Francesco nel tempo del provincialato del P. Ignatio di Roma nell'anno 1669; a dì 19 di maggio dell'Anno medesimo fu esposto con ogni Solennità, e con concorso innumerabile di tutti i Popoli convicini, et in fede. Io Fra Vincenzo da Bassiano Custode della Provincia confermo".

Il P. Antonio da Cipressa, all'anno 1869 delle sue Memorie Aracoelitane, riporta lo stesso episodio, ma in maniera incompleta: riferisce circa l'inclusione delle reliquie, ma non ha accenno alcuno alla memoria testè riferita. Viene spontaneo, a questo punto, di chiedersi come mai il cronista Aracoelitano passi sotto silenzio un elemento che riveste nel contesto un'importanza veramente determinante. E la risposta non appare facile. A scanso di possibili equivoci, torna opportuno far notare che l'autore della memoria manoscritta rinvenuta nell'interno del sacro simulacro non è il nostro scultore, ma il M.R.P: Vincenzo da Bassiano; Ministro Provinciale dei trienni 1674-77 e 1683-86, promotore instancabile di importanti restauri alla Basilica Capitolina fra il 1686 e il 1691. Sono degni di particolare menzione i lavori di abbellimento ai finestroni ed alla parte alta della nave centrale, con l'esecuzione dei grandi affreschi ispirati alla vita della Madonna, l'arricchimento del presbiterio con le statue lignee di S. Bernardino da Siena e di S. Giovanni da Capestrano, nonché i due grandi angeli barocchi in adorazione dinanzi al SS. Nome di Gesù. Un'altra notizia interessante proviene dal Convento S. Francesco di Cori. Per il refettorio di quel convento il nostro religioso scolpì con grande impegno 34 stalli; nei capitelli delle lesene divisorie scanalate l'artista raffigurò vari episodi della vita di S. Francesco d'Assisi. In un angolo dell'opera era presente il sigillo dell'autenticità: "Fra Vincenzo da Bassiano. Anno 1670". Purtroppo nel 1909, probabilmente perché molto deteriorata, l'opera veniva ceduta con francescana liberalità ad un antiquario e successivamente se ne perdevano le tracce. Il lavoro è ricordato dall'archeologo e cultore di toponornastica Antonio Nibby, dallo storico Gaetano Moroni e dallo scrittore locale Severino Attili, che fortunatamente ci ha tramandato una inquadratura parziale fotografica. Sappiamo inoltre da una memoria raccolta dal P. Antonio da Cipressa che nel 1672, nel Santuario di Nemi, veniva messa mano alla costruzione del Coro superiore, "ad opera e sotto la direzione di Fra Vincenzo".

Alla sua mano sono pure attribuiti da tempo immemorabile il monumentale Pulpito con bassorilievi floreali ed i sei Confessionali in noce con colonnine tortili sormontate da capitelli corinzi, tuttora presenti nella Chiesa di S. Maria del Giglio in Bolsena. Da questo primo "excursus" la figura del Bassianese incomincia ad assumere contorni abbastanza concreti: ci appare un religioso pio, dedito alla contemplazione ma anche ad un intenso lavoro manuale, schivo della pubblicità e dei riconoscimenti, perito più di quanto ci si voglia far credere nell'arte di maneggiare la sgorbia e il martello. Purtroppo rimane la scarsezza dei dati biografici e ormai, salvo scoperte sensazionali, risulta particolarmente difficile sollevare la cortina di silenzio che da tre secoli grava sulla nobile figura di quest'umile artiere. Il "Liber Novitiorum" dell' Archivio Aracoelitano, che raccoglie gli attestati di vestizione e di professione dei religiosi della Provincia Romana, avvenute nel Convento della SS. Trinità in Orvieto fra il 1646 e il 1690, non ci ha serbato la sorpresa sperata. Ma qualche cosa di nuovo abbiamo avuto la fortuna di scoprire in questi ultimi tempi fra le carte ingiallite del medesimo archivio. Innanzitutto con il ritorno in sede del Ms. 63 (Tavole delle Famiglie della Provincia Romana dal 1683 al 1733, costituite da 1844 facciate), dopo due anni e mezzo di assenza per la meticolosa opera di restauro eseguita dall'Istituto Centrale per la Patologia del Libro di Roma, ci si è aperto un lunsinghiero spiraglio. Nel menzionato manoscritto per ben dieci volte compare il nome di Fra Vincenzo da Bassiano, e precisamente dal 1683 al 1691. Soltanto nella Tavola del 1686 il suo nome figura tra i religiosi della famiglia del Convento del SS. Crocifisso di Nemi; per tutti gli altri anni egli ha dimorato nel Convento Aracoelitano ed è sempre ricordato nella sezione "Alii Laici de familia". Occorre far rilevare che, mentre gli altri Fratelli sono investiti di un incarico ben determinato (portinaio, cuoco, infermiere, questuante, fornaio, aromatario, ecc.), egli appare libero da ogni incombenza familiare. La ragione appare facilmente intuibile: la sua attività di scultore lo teneva impegnato da mane a sera ed il suo modesto laboratorio, ubicato in qualche angolo discreto dello storico convento, doveva in qualche modo rassomigliare alla devota bottega di Nazareth. Un altro prezioso documento pervenuto di recente fra le nostre mani è costituito da un istromento rogato nel Palazzo Ducale di Bassiano per il Notaro Antonio De Filippis in data 23 settembre 1673. Dal medesimo risulta " ... quod R.D. frater Vincentius de Pietrosantis de Bassiano ordinis mninorum observantiae S. Francisci, ad praesens guardianus V Conoentus de Nemore", ha scolpito un'immagine del SS. Crocifisso " ... et satisfacendo voluntati totius populi Bassianesis de auctoritate A.R.D. Patris Provincialis sponte ... cedit et conce- dit praefatam V Statuam dictae Comunitati et toti populo Bassiani". Si fa inoltre rilevare che è già stata eretta una Cappella per la conservazione del simulacro presso la Chiesa di S. Maria delle Palme, "in agro Bassiani in Contrada nuncupata Selva oscura", dopo aver ottenuto al riguardo un rescritto dall'Eccell.mo Vescovo di Terracina. Viene nel contempo istituita una Confraterni- ta incaricata di curare la propagazione della devozione al SS. Crocifisso ed il decoro della summenzionata Cappella .

Passiamo ora a trattare specificamente dei vari Crocifissi scolpiti da Fra Vincenzo. Sette sono le immagini a lui attribuite e precisamente quelle conservate tuttora nei sweguenti luoghi: Chiesa di S. Maria della Consolazione in Caprarola (Viterbo); Santuario del SS. Crocifisso di Nemi (Roma); Chiesa di S. Agata in Ferentino (Frosinone); Santuario del SS. Crocifisso in Bassiano (Latina); Chiesa di S. Rocco in Farnese (Viterbo); Chiesa del Ritiro S. Francesco in Bellegra (Roma); Basilica di S. Maria in Aracoeli in Roma.

Seguendo l'ordine cronologico, va riferito innanzitutto quanto ci è stato possibile raccogliere intorno ad una insigne immagine del Redentore Crocifisso conservata nella Chiesa di S. Maria della Consolazione in Caprarola. Detta chiesa, sorta per munificenza dei Farnese nel corso del Sec. XVII, fu officiata dai francescani fino all'anno 1905. In una vecchia memoria riferita dallo storico locale Salvatore Mascagna, si dice: "Alla sinistra dell'altare maggiore nella prima Cappella evvi il Patriarca S. Francesco ... Nell'anno 1662 la detta Cappella venne maggiormente arricchita di un venerabile Crocifisso in legno intagliato dal Reverendo Padre Fra Francesco da Bassiano, custode della Salara in Roma, a ciò indotto da ispirazione divina. Dopo una solennissima processione, con cui il Crocifisso fu trasportato per le vie principali di Caprarola, lo donò alla chiesa dei padri Francescani, i quali lo collocarono al centro dell'altare, coperto dall'anzidetto quadro (di S. Francesco)". Purtroppo, a distanza di tempo, non risulta agevole filtrare una notizia così estroversa: nessun documento di nostra conoscenza, compreso il Necrologio della Provincia Romana, conferma l'esistenza di un Padre Francesco da Bassiano, scultore e custode di un deposito di sale in Roma. Resta il fatto che da tempo immemorabile l'immagine in parola viene attribuita al nostro Fra Vincenzo e le caratteristiche dell'opera giustificano in qualche modo l'attribuzione.

Passando alla più nota immagine di Nemi, ci sembra opportuno riferire per esteso quanto scrive a proposito il Padre Casimiro: "La nostra Chiesa dunque fu chiamata di S. Maria di Versacarro e con tal nome appunto si legge nel rame, che la rappresenta. Ma dopo alcuni anni, essendo stata riposta nell'altar maggiore una divotissima immagine di legno del nostro Redentor su la Croce, fu, ed ora è da tutti chiamata del Crocifisso. Fu questa lavorata dal divoto F. Vincenzo da Bassiano ne i soli giorni di Venerdì, ne i quali macerava il proprio corpo con pane, ed acqua, e flagellavalo con aspre discipline, pregando istantemente il Signore, che questa di lui immagine riuscisse di benefizio alla anime: ed è fama costante ch'egli un dì ritrovasse il di lei volto perfettamente compiuto di mano invisibile. Fu esposta alla pubblica venerazione l'anno 1669, nel quale, e nei seguenti, vi concorse un popolo numerosissimo, eziandio con ordinate processioni, da i paesi circonoicini". Nel 1674 veniva affidato al francescano Padre Felice da Napoli l'incarico di affrescare le pareti del presbiterio di quel Santuario con due scene della Passione: Gesù dinanzi a Caifa e la salita di Gesù al Calvario. Il Padre Onorato da Lucca annota nella sua cronaca manoscritta già ricordata che, dovendosi sostituire nel refettorio di Aracoeli il Cenacolo di Raffaello deteriorato dal tempo, ne fu dato l'incarico al Padre Felice da Napoli che stava lavorando a Nemi. Il 7 giugno 1729 Mons. Alessandro Borgia, Arcivescovo di Fermo, consacrava l'altare maggiore collocandovi le reliquie dei SS. Martiri Modesto e Cristina. Nel 1782 Pio VI concedeva l'indulgenza plenaria per tutti i giorni festivi, anche dei principali santi francescani, per tutti i venerdì dell'anno, nonché per la festa dell'Esaltazione della S. Croce. Il Santuario ha costituito sempre un centro ragguardevole di celebrazioni e di pellegrinaggi; basti ricordare le ricorrenze centenarie del 1869 e del 1969. Otto pontefici, in circostanze diverse, hanno illustrato con la loro presenza il sacro luogo: ultimo in ordine di tempo Paolo VI, di venerata memoria. Nel 1881, dopo le note vicende politiche che sfociarono nella soppressione, il complesso convento-chiesa fu messo all'asta ed acquistato dai Padri Mercedari, che divennero in tal modo i nuovi custodi delle passate memorie. Le celebrazioni centenarie del 1969 hanno dato prova della fama e della venerazione di cui gode ancora oggi l'insigne Santuario di Nemi.

Stando alle affermazioni del P. Bonaventura Morosini (+ 1898), che a noi non è stato possibile vagliare, anche il Crocifisso conservato presso la Chiesa di S. Agata in Ferentino sarebbe stato scolpito ed esposto alla pubblica venerazione nell'anno 1669. L'autenticità dell'opera viene confermata dal Padre Casimiro: "La Chiesa di S. Agata è posta non molto lungi dalla Città, a man diritta della strada per cui si passa a Napoli. Nell'altar maggiore si venera un 'immagine di legno del nostro Redentor Crocifisso, lavorata dal divoto Fr. Vincenzo da Bassiano, e poscia intagliata nel rame". Inoltre il summenzionato Padre Morosini ci ha lasciato una preziosa memoria manoscritta, stilata nel 1895, che consta di 26 facciate: otto facciate sono dedicate alle sollennissime celebrazioni centenarie del 1869 e ad una seconda particolare celebrazione organizzata-nel 1895. Nel corso dell'ultimo conflitto mondiale, e precisamente il 24 maggio 1944, il tempio di S. Agata rimase semidistrutto a causa di un bombardamento e il Crocifisso fu estratto dal cumulo delle macerie, mutilato di alcune dita della mano sinistra. Trasferito nella Cattedrale, fu restaurato dallo scultore Giovanni Di Lucia: finalmente, il7 dicembre 1947, veniva riportato con solenne processione nella ricostruita Chiesa di S. Agata. Nel 1967 Don Ernesto Tentori fece sostituire il vecchio legno della croce, reso lacero e friabile dal tempo e dalle vicende avverse, con altro legno pregiato dell' Arizona. La processione con il venerato simulacro viene tradizionalmente effettuata in occasione di ogni Anno Santo e nella ricorrenza centenaria.

Quarto in ordine di tempo viene il Crocifisso di Bassiano, patria di Fra Vincenzo. Come abbiamo avuto già occasione di riferire annunziando il recente ritrovamento di un prezioso documento del 1673, documento che consta di cinque facciate, il Santuario di Bassiano è ubicato in località "Croce" nella contrada denominata "Selva oscura", sulla costa della montagna a quattro chilometri circa dal centro abitato. Lo storico locale Don Angelo Lambiasi afferma che fino al 1975 l'immagine era custodita entro un cassettone settecentesco contornato da un frontone ligneo, con al centro i simboli della Passione e la scritta intagliata "Anno 1673". Il Crocifisso, deteriorato dal tempo e dagli agenti atmosferici, è stato restaurato nel 1974 per conto della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma, con il concorso del pittore-scultore Mario Lambiasi. Dal 1975 il medesimo è esposto alla venerazione dei fedeli nella Parrocchiale di S. Erasmo e ciò per ragioni di sicurezza, dietro disposizione delle autorità competenti.

Nel 1684 veniva esposto alla pubblica venerazione il Crocifisso custodito nella Chiesa di S. Rocco in Farnese. Ecco quanto annota al riguardo il Padre Casimiro: "L'unica nave di questa Chiesa contiene due Cappelle, e tre altari; nel maggiore, dietro cui è situato il Coro, lavorato nel principio del corrente secolo da due Religiosi Francesi, con molta diligenza e gusto, si venera una divota immagine del nostro Redentore Crocifisso, formata da F. Vincenzo da Bassiano, e collocata in esso, dopo una generale processione fatta per tutta la Terra, il dì 22 maggio 1684. Ne i Venerdì di Marzo sogliano i Famesani visitarla processionalmente con grandissima divozione; e la Comunità di Proceno due volte l'anno, ne i mesi di Giugno, e di Settembre, vi spedisce le Compagnie della SS. Trinità, e della Morte con oblazioni di cera". Il Padre Antonio da Caprarola, in una nota aggiuntiva manoscritta del 1763, fa osservare: "In questa nostra Chiesa si celebrano ogni anno solennemente la Festa dell'Invenzione della S. Croce, e viene in processione il Clero, ed Magistrato, e i soldati a cavallo, evvi una piccola fiera della Terra (gli anni scorsi la fiera si faceva nella Piazza di nostra Chiesa), evvi la corsa dei Barbari, ed altri pochi divertimenti. Nel mese di Settembre parimente per la festa dell'Esaltaziopne della SS. Croce v'interviene il Magistrato; in tutti i Venerdì di Marzo il Clero, ed il Magistrato in processione. Il SS. Crocifisso non si può scoprire senza la licenza del P. Guardiano. N.B. In nostra Chiesa in ogni prima Domenica del mese, si là la funzione della Buona Morte, e si scuopre il Crocifisso. In ogni Terza Domenica del mese si fanno le Via Crucis. Che i nostri Frati abitano questo nuovo Convento sono anni 143. Che fu collocato il SS.mo Crocifisso nell'Altare Maggiore sono anni 78". Per quasi tre secoli la sacra effigie aveva conservato la sua primitiva collocazione nell'apposita edicola ricavata nella parte alta dell'altare maggiore. Nel 1957 l'intero altare barocco cedeva il posto ad un moderno altare in marmo policromo ed il Crocifisso, Con il nuovo assetto, veniva a troneggiare quasi sospeso in un'atmosfera soffusa di doloroso mistero. Le cronache conventuali hanno continuato nel tempo "a fermare le date più significative e le varie celebrazioni: il P. Flaminio Annibali da Latera (+ 1813) ricorda i solenni festeggiamenti del 1784, in occasione del Primo Centenario commemorativo. La sera del 6 ottobre 1984, nella ricorrenza del Terzo Centenario, il SS. Crocifisso è stato trasportato nella Chiesa Parrocchiale del SS. Salvatore, dove è rimasto fino alla sera di Domenica 14 ottobre per una serie di celebrazioni incentrate sullo storico avvenimento.

Un'altra immagine insigne del Redentore Crocifisso è conservata nella Chiesa del Ritiro S. Francesco presso Bellegra. Il Padre Casimiro rende testimonianza dell'autenticità, ma non ci dice in quale anno fu esposta alla pubblica venerazione: "Scuopresi in essa alla pubblica vista un divota immagine di legno rappresentante il nostro Redentore crocifisso, lavorata da F. Vincenzo da Bassiano, di cui altre volte ci converrà far menzione". Inizialmente l'immagine era stata destinata alla Chiesa del Monte Calvario, dove ogni venerdì soleva concludersi il pio esercizio della Via Crucis; ma, a causa della eccessiva umidità, si decise in seguito di trasportarla nella chiesa conventuale. Così la mattina del 14 settembre 1775, festa dell'Esaltazione della S. Croce, il Crocifisso fu prelevato dalla Parrocchiale di S. Nicola in Bellegra, dove era stato custodito per un breve periodo di tempo, e accompagnato processionalmente alla chiesa del Ritiro. Nel periodo della soppressione napoleonica, la sacra effigie dovette nuovamente esulare verso la medesima Chiesa Parrocchiale, e questa volta in compagnia delle venerate spoglie del B. Tommaso da Cori: finalmente il 14 settembre 1814, all'indomani del ritorno dall'esilio del Sommo Pontefice Pio VII, anche i preziosi tesori del Ritiro poterono ridiscendere trionfalmente verso la loro abituale dimora.

Resta infine da spendere qualche parola sul Crocifisso conservato nella Basilica di S. Maria in Aracoeli in Roma. La cappella omonima venne costruita nel sec. XV dal Cardinale Gabriele Rangoni, francescano: inizialmente fu dedicata a S. Bonaventura da Bagnoregio. Verso la fine del sec. XVII, secondo quanto afferma il Padre Casimiro, "... essendo stata riposta nell'altare un 'immagine di legno, esprimente Gesù Cristo pendente dalla Croce, fabbricata da un nostro Religioso, fu dappoi nominata del Santissimo Crocifisso". Da una annotazione del cronografo romano Francesco Pusteria risulta l'esistenza in Ara- coeli di una Compagnia del SS. Crocifisso all'anno 1709, avendo la medesima il 12 gennaio del detto anno partecipato ad una solenne celebrazione penirenziale, in S. Maria Maggiore. Per quanto riguarda l'attribuzione dell'opera, ci meraviglia il fatto che il Padre Casirniro si sia limitato questa volta ad una affermazione generica, pur essendo trascorso un lasso brevissimo di tempo dall'ultimo scorcio del sec. XVII. La recente scoperta dei documenti comprovanti la presenza quasi ininterrotta di Fra Vincenzo in Aracoeli dal 24 febbraio 1683 al 25 marzo 1694, cioè fino all'anno del suo transito, non dovrebbero ormai lasciare dubbi di sorta circa l'attribuzione del lavoro. L'esame attento dell'immagine porta ugualmente a questa conclusione, giacché i caratteri tecnici e stilistici l'avvicinano sorprendentemente ai lavori di Nemi, di Ferentino e di Farnese. Anche il P. Damiano Neri, un esperto in questo campo, nella sua opera "Scultori Francescani del Seicento in Italia", esprime apertamente la sua convinzione al riguardo. Osiamo aggiungere che il Crocifisso di Aracoeli potrebbe costituire l'ultimo canto religioso di Frate Vincenzo Scultore, eseguito fra il 1684 e il 1694, fra la data cioè in cui l'artista condusse a termine il lavoro di Farnese e quella della sua morte. Torna infine opportuno far notare che sia l'immagine di Aracoeli che quella di Farnese, come il Crocifisso di Nemi, recano nel dorso un incasso con coperchio destinato alla conservazione delle reliquie e relativa memoria. Purtroppo ripetute mano missioni hanno vanificato la speranza di rinvenire nei due simulacri in parola qualche elemento utile per la storia. Per quanto concerne la preparazione tecnica e il livello artistico raggiunto dal Bassianese, ha dettato legge nel tempo l'espressione riduttiva del Padre Samuele da Farnese "cum esset scul pendi aliqualiter peritus", espressione ulteriormente condizionata dall'umile rango di fratello converso e dall'alone ascetico-mistico che ha accompagnato costantemente la sua figura. Il Padre Casimiro, il più vicino nel tempo e nell'ambiente, conferma la seconda parte della precedente asserzione, ma nulla ci dice intorno alla preparazione tecnica ed alla capacità creativa dell'artista.

Essendo giunte fino a noi notizie estremamente scarse circa la vita e le opere di Fra Vincenzo, il nostro giudizio critico deve necessariamente orientarsi verso un esame attento delle opere in nostro possesso. Più di qualche scrittore troppo frettolosamente, parlando dei Crocifissi di Fran Vincenzo, ha esaltato la vivida fantasia, la capacità espressiva e la profonda pietà dell'autore, sottolineando per antitesi il mancato raggiungimento della classica compostezza tradizionale dell'equilibrio anatomico delle parti. Qui non si vuole negare il carattere prevalentemente popolare delle opere in questione, che dovevano necessariamente far leva su di un realismo espressivo atto a suscitare nelle masse non la lirica contemplazione di un mondo mitologico ed irreale, ma la tormentata meditazione de Martire Divino e delle cose eterne. Tuttavia se l'arte è la trasformazione fantasmagorica della realtà, Fra Vincenzo è riuscito egregiamente nel suo intento, giacché il suo messaggio d'amore e di dolore è stato recepito appieno ed il "pathos" scaturito dal suo animo d'asceta ha resistito all'urto dei secoli. Del resto tutte le correnti artistiche del sec. XVII avevano rotto gli argini dei rigidi schemi dei secoli, precedenti, dando libero sfogo ad una maniera nuova di pensare e di sentire. Peccato che la triste vicenda del Refettorio di Cori non ci consenta oggi di poter esaminare da vicino quei trentaquattro capitelli con i relativi episodi della vita del Serafico Poverello; probabilmente avremmo avuto un argomento in più per avvalorare il conenuto di quanto andiamo affermando. Ma se l'attribuzione dei lavori di S. Maria del Giglio in Bolsena merita la nostra credibilità, qualche cosa è rimasto, oltre i Crocifissi, che ci autorizza a ritenere particolarmente valida l'arte del Bassianese.

Fonti e letteratura

1) Istromento notarile riguardante il SS. Crocifisso di Bassiano e l'omonimo Santuario, a. 1673, Archivio Provo di Aracoeli, Ms. non numerato.

2) P. Onorato Finucci da Lucca, Memorie e avvenimenti della Provincia Romana dall'anno 1612 al 1678, Archivio Prov. di Aracoeli, Ms. 88.

3) Liber Novitiorum, Vestizioni e professioni dei Religiosi avvenute nel Convento della SS. Trinità in Orvieto dal 1646 al 1690, Archivio Prov. di Aracoeli, Ms. non numerato.

4) Tavole delle Famiglie della Provincia Romana dall'anno 1683 al 1733, Archivio Prov. di Aracoeli, Ms. 63.

5) Necrologium Provinciae Romanae, Archivio Prov. di Aracoeli, Ms. 30.

6) P. Antonio da Cipressa, Notizie riguardanti la Provincia Romana, Archivio Prov. di Aracoeli, Ms. 77.

7) P. Bonaventura Morosini da Ferentino M.O., Notizie sul Convento e la Chiesa di S. Agata V.M. in Ferentino, 1895, Archivio Prov. di Aracoeli, Ms. non numerato.

8) P. Casimiro Romano, Memorie Istoriche della Chiesa e Convento di S. Maria in Aracoeli in Roma, Roma 1736.

9) P. Casimiro da Roma, Memorie Istoriche delle Chiese e dei Conventi dei Frati Minori della Provincia, Romana, Roma 1754 (opera postuma).

10) P. Flaminio Annibali da Latera M.O., Notizie Storiche della Casa Farnese, I, Montefiascone 1817; II, Montefiascone 1818 (opera postuma).

11) P. Giuseppe Da Ferentino M.O., Cenni storici sulla miracolosa effigie del SS.mo Crocifisso di Nemi, Roma 1868.

12) P. Fr. Antonio Giuliani de' Mercedari, Il Santuario del Santissimo Crocifisso di Nemi, Cenni storici, Roma 1899.

13) P. E. Bulletti, Fra Vincenzo da Bassiano, scultore, in "Studi Francescani"

14 (1928), pp. 507-8. ' 14) P. Damiano Neri O.F.M., Scultori Francescani del Seicento in Italia, Pistoia 1952.

15) P. Sergio Contini, Crocifissi celebri, Notizie sui Crocifissi più venerati in Italia, I Serie, Roma 1965; II Serie, Roma 1968.

16) Alberto Cedrone, La Parrocchia dono di Dio, Ferentino S. Agata 1947-72 (Numero Unico), Casamari 1972.

17) Salvatore Mascagna, Caprarola e il Palazzo Farnese - Cinque secoli di storia, a cura di Domenico Mascagna ed Ennio Laudazzi, Caprarola 1982 (opera postuma),

18) Farnese a ricordo del Terzo Centenario SS. Crocifisso (1684-1984), Numero Unico, Fra Vincenzo da Bassiano e i suoi Crocifissi, pp. 29-49, Roma 1985.

19) Emanuele Romanelli, Nell'Archivio dell'Aracoeli memorie di un valente Artista Francescano del Seicento - Il realismo espressivo di Fra Vincenzo da Bassiano nella meditazione della passione di Cristo, in "L'Osservatore Romano", 7-8 gennaio 1987, p. 3.