Fra Vincenzo e i suoi Crocifissi di P. Emanuele Romanelli o.f.m.

  • Crocifisso

FRA VINCENZO DA BASSIANO E I SUOI CROCIFISSI - articolo pubblicato dall'autore sull"Osservatore Romano" nel 1987 e nella rivista francescana "La Sapienza della Croce" del marzo 1988.

Farnese a ricordo del terzo centenario del SS. Crocifisso (1684 - 1984), Roma di P. Emanuele Romanelli o.f.m.

Fra Vincenzo Pietrosanti da Bassiano, piccolo centro in provincia di Latina, rappresenta una di quelle figure storiche di un certo rilievo verso cui sembra essersi accanita la congiura del silenzio. Conosciamo la patria che gli ha dato i natali, il casato, la data di morte e poche notizie intorno ad alcuni suoi insigni lavori di scultore sacro.
I cronografi Aracoelitani dei secoli XVII e XVIII, che pure abbondano nel riferire cose e avvenimenti di minor conto, si fanno muti o quasi dinanzi alle vicende di questo pio e valente del religioso. Così il p. Onorato Finucci da Lucca, che ci ha lasciato una preziosa cronaca dell'Ordine e della Provincia Romana dall'anno 1612 all'anno 1678,non spende una sola parola circa la vita e l'opera di fra Vincenzo. Il p.Casimiro da Roma, nella sua nota opera “Memorie istoriche delle chiese e conventi dei Frati Minori della Provincia Romana”, completata nel 1741 ma stampata postuma nel 1754, nomina quattro volte il bassianese; ma solo quando parla dei Crocifissi di Nemi e di Farnese si dilunga quel tanto che ci autorizza a ritenere fra Vincenzo un personaggio vero e non mitico, anche se aureolato  da una luce ascetico mistica particolarmente intensa.
A dire il vero, dal Padre Casimiro ci saremmo aspettati qualche cosa di più; basti considerare che fra Vincenzo moriva in Aracoeli il 25 marzo 1694, e  il Padre Casimiro nel 1705 era già chierico studente di belle lettere nel Convento San Francesco di Palombara e nel 1707 si trasferiva nel Convento di Santa Maria in Aracoeli a Roma per compiervi gli studi di filosofia e teologia.
Le notizie tramandateci dal Padre Casimiro sono state raccolte sinteticamente dal P. Samuele Platoni da Farnese (morto nel 1807) nella compilazione del “Necrologio della Provincia Romana”, al giorno 25 marzo 1694: “Nel convento di Aracoeli, fra Vincenzo da Bassiano, con fama di santità. È fama costante che questi fu sempre intento alla contemplazione della passione di Cristo. Essendo alquanto perito nell'arte della scultura scolpì molte immagini del Santissimo Crocifisso, conosciutissime per la gloria dei miracoli ed il concorso di fedeli. Sono particolarmente venerate quelle dei conventi di Nemi e di Farnese:al lavoro delle medesime non attendeva se non nei giorni di venerdì dopo aver flagellato a sangue il proprio corpo in ginocchio, e digiunando a pane ed acqua, tanto che possono dirsi effetto della pietà più che dell'arte e della tecnica”.
Nel 1869 il p. Giuseppe Volponi da Ferentino dava alle stampe un devoto volumetto che doveva servire a preparare i fedeli alla celebrazione del III Centenario del Santissimo Crocifisso di Nemi. L'autore riprende e sviluppa il nucleo centrale del testo del p. Casimiro, compresa la notizia del completamento dell'opera in maniera soprannaturale. L'unico elemento nuovo è costituito dalla giunta che fra Vincenzo, prima di stabilirsi nel convento di Nemi, avrebbe effettuato diversi pellegrinaggi in Terra Santa ed in altri luoghi non precisati. Doviziosa invece è l'enumerazione dei prodigi che si sarebbero verificati nella cittadina lacustre e nei territori circonvicini nell'arco dei due secoli precedenti.
Di tutta altra portata appare, al nostro intento, la notizia di cronaca riferita dal p. Antonio Giugliano, dell'ordine dei Mercedari, in una sua operetta la illustrativa del Santuario del Santissimo Crocifisso di Nemi stampata nel 1899. Riferiamo testualmente:
“L'anno  1869, in occasione della centenaria processione, nel dorso del Santissimo Crocifisso fu scoperto un piccolo incasso con coperchio assicurato dà vite, entro il quale si rinvennero un sonetto stampato ed uno scritto del P. Vincenzo da Bassiano...
Il manoscritto riferisce così:
In questo Santissimo Crocifisso vi sono l’infrascritte Reliquie, ed io fra Vincenzo da Bassiano Custode di questa Provincia Romana con ogni reverenza et humiltà con le mie proprie mani ve l’ho poste.
Un frammento del legno della Santissima Croce del legno di dritto, e traverso.
Della colonna dove Nostro Signore fu flagellato.
Del Sacro Sepolcro, dove fu seppellito.
Della Pietra del monte Calvario.
Della Pietra dove sedè quando fu coronato di spine.
Della fossa dove fu piantata la Croce.
Il Santissimo Crocifisso è stato fatto da fra Vincenzo da Bassiano Laico dei Minori Osservanti di S. Francesco nel tempo del provincialato del P. Ignazio di Roma nell'anno 1669; a dì 19 di maggio dell'Anno medesimo fu esposto con ogni solennità e con concorso innumerabile di tutti i Popoli convicini et in fede.
Io fra Vincenzo da Bassiano
Custode della Provincia confermo.”
Il P. Antonio da Cipressa, all'anno 1869 delle sue Memorie Aracoelitane, riporta il medesimo episodio, ma in maniera diversa e incompleta:
“E’ Pure da notare che, per questa occasione, il Santissimo Simulacro, essendo stato levato dal suo posto affine di prepararlo alla processione, dalla Chiesa del Convento alla Parrocchiale, dove doveva rimanere sino alla fine della festa, esposto alla venerazione dei popoli concorrenti, fu osservato avere un vano, chiuso con apposito tassellino, entro cui furono trovate diverse reliquie, come della vera Croce, della spina della Corona, del sasso dove la Croce fu piantata, tutte autenticate, con un Sonetto stampato, per la prima volta, che venne esposto alla pubblica venerazione”.
Viene spontaneo, a questo punto, di chiedersi come mai il cronista  Aracoeliano non faccia menzione della surriferita memoria manoscritta, che riveste nel contesto un’ importanza veramente determinante. E la risposta non appare facile. A scanso di possibili equivoci, torna opportuno far notare che autore della memoria manoscritta rinvenuta all'interno del sacro simulacro non è il nostro scultore, ma il M.R.P. Vincenzo da Bassiano, Ministro Provinciale nei trienni 1674-77
e 1683-86, promotore infaticabile di importanti restauri alla Basilica Capitolina fra il 1686 e il 1691. Sono degni di particolare menzione i lavori di abbellimento ai finestroni ed alla parte alta della nave centrale, con l'esecuzione dei grandi affreschi con episodi della vita della Madonna, l'arricchimento del presbiterio con le statue lignee di San Bernardino da Siena e di San Giovanni da Capestrano, nonché i due grandi angeli barocchi in adorazione dinanzi al Nome di Gesù.
Un’altra notizia interessante proviene dal Convento di S. Francesco di Cori. Per il refettorio di quel convento il religioso scolpì con grande impegno 34 stalli; nei capitelli delle lesene divisorie scanalate l’artista raffigurò vari episodi della vita di S. Francesco d’Assisi. In un angolo era presente il sigillo dell’autenticità: “Fra Vincenzo da Bassiano. Anno 1670”. Purtroppo nel 1909, probabilmente perché gravemente deteriorata, l’opera veniva ceduta con francescana liberalità ad un antiquario e successivamente se ne perdevano le tracce. Il lavoro è ricordato dall’archeologo e cultore di toponomastica Antonio Nibby, dallo storico Gaetano Moroni e dallo scrittore Corese Severino Attili.
Sappiamo inoltre che nel 1672, nel Santuario di Nemi, veniva messa mano alla costruzione del Coro superiore, “ad opera e sotto la direzione di fra Vincenzo”. Alla sua mano sono da tempo immemorabile attribuiti anche il monumento Pulpito con bassorilievi floreali ed i sei Confessionali in noce con colonnine tortoli sormontate da capitelli corinzi, tuttora presenti nella Chiesa di S.Maria del Giglio in Bolsena.
Da questo primo “excursus” la figura del Bassianese incomincia ad assumere contorni abbastanza concreti: ci appare un religioso pio, dedito alla contemplazione ma anche al lavoro manuale, schivo della pubblicità e dei riconoscimenti, perito più di quanto ci si voglia far credere nell’arte di maneggiare la sgorbia ed il mantello.
Purtroppo rimane la scarsezza dei dati biografici e ormai, salvo scoperte sensazionali, risulta particolarmente difficile sollevare la cortina di silenzio che da tre secoli grava sulla nobile figura di quest’umile artiere.


Il “Liber Novitiorum” dell’Archivio Aracoelitano, che raccoglie gli attestati di vestizione e di professione dei religiosi della Provincia Romana, avvenute nel Convento della SS. Trinità di Orvieto fra il 166 e il 1690, non ci ha serbato la sorpresa sperata. Esito negativo hanno dato pure tutte le atre ricerche effettuate tra i documenti di vario genere scampati alle calamità politiche e naturali. D’altro canto, come abbiamo già notato, i cronisti e gli scrittori coevi sono stati estremamente avari a questo riguardo.
Pertanto, allo stato attuale delle cose , osiamo affacciare un’ipotesi che potrebbe trovare un riscontro nella realtà. Nell’Ordine Francescano, come del resto in altri Ordini, è stata costantemente presente una nutrita schiera di fratelli conversi che, specie se entravano a far parte della famiglia serafica in età adulta, chiedevano umilmente di venire accettati in qualità di Terziari o Oblati, ed allora le formalità giuridiche assumevano un peso trascurabile.
La sopracitata memoria di Nemi del 1669 riferisce testualmente: “ Il Santissimo Crocifisso è stato fatto da Fra Vincenzo da Bassiano Laico dei Minori Osservanti di S. Francesco”. Il termine “laico” è un termine generico ed abbraccia ambedue le forme di vita religiosa, quella cioè dei professi e quella dei terziari. A tale proposito il Necrologio della Provincia Romana nella prefazione, fa notare che fino all’anno 1800 i Terziari od Oblati non vengono distinti di Laici.
Il padre Casimiro, nella sua opera sopra citata, nomina quattro volte il Bassianese: due volte usa l’espressione: “il divoto fra Vincenzo” e due volte semplicemente “Fra Vincenzo”. Si potrebbe anche pensare ch’egli abbia chiesto di entrare nell’Ordine dei Frati Minori in età matura, come avviene spesso anche ai nostri giorni, e che abbia scelto in tutta umiltà di rimanere nella condizione di Fratello Terziario. Questa ipotesi varrebbe a spiegare in qualche modo perché le cronache ufficiale dell’Ordine e della Provincia lo abbiano relegato in un angolo fin troppo discreto.


Possiamo ora trattare specificamente dei vari Crocifissi scolpiti da Fra Vincenzo. Sette sono le immagini a lui attribuite e precisamente quelle conservate tuttora nei seguenti luoghi: Chiesa di S. Maria della Consolazione in Caprarola (Viterbo), Santuario del SS. Crocifisso di Nemi (Roma), Chiesa di Sant’Agata in Ferentino (Frosinone), Santuario del SS. Crocifisso di Bassiano (Latina), Chiesa di S. Rocco in Farnese (Viterbo), Chiesa di S. Francesco in Bellegra (Roma), Basilica di S.Maria in Aracoeli in Roma.
Seguendo l’ordine cronologico, va riferito innanzitutto quanto ci è stato possibile raccogliere intorno ad una insigne immagine del Redentore crocifisso conservata nella Chiesa di S. Maria della Consolazione in Caprarola. Detta chiesa, sorta per la munificenza dei Farnese nel corso del sec. XVII, fu officiata dai francescani fino all’anno 1905. In una vecchia memoria, riferita dallo storico locale Salvatore Mascagna, si dice: “ Alla sinistra dell’altare maggiore nella prima Cappella evvi il Patriarca S. Francesco…Nell’anno 1662 la detta Cappella venne maggiormente arricchita di un venerabile Crocifisso in legno intagliato dal Reverendo Padre Fra Vincenzo da Bassiano, custode della Salara in Roma, a ciò indotto da ispirazione divina. Dopo una solennissima processione, con cui il Crocifisso fu trasportato per le vie principali di Caprarola, lo donò alla chiesa dei padri Francescani, i quali lo collocarono al centro dell’altare, coperto dall’anzidetto quadro (S. Francesco)”.
Purtroppo, a distanza di tempo, non risulta agevole filtrare una notizia tanto estroversa: nessun documento di nostra conoscenza, compreso il Necrologio della Provincia Romana, conferma l’esistenza di un Padre Francesco da Bassiano, scultore e custode di un deposito di sale in Roma. Resta il fatto che da tempo immemorabile l’immagine in parola viene attribuita al nostro fra Vincenzo e le caratteristiche dell’opera giustificano in qualche modo l’attribuzione.

Passando alla più nota immagine di Nemi, ci sembra opportuno riferire per esteso quanto scrive a proposito il Padre Casimiro: “ La nostra Chiesa dunque fu chiamata di S. Maria di Versacarro, e con tal nome appunto si legge nel rame, che la rappresenta. Ma dopo alcuni anni , essendo stata esposta nell’altare maggiore una divotissima immagine di legno del nostro Redentor su la Croce, fu, ed ora è da tutti chiamata del Crocifisso. Fu questa lavorata dal divoto F. Vincenzo da Bassiano nei soli giorni di Venerdì, nei quali macerava il proprio corpo con pane, ed acqua, e flagellavalo con aspre discipline, pregando istantemente il Signore che questa di lui immagine riuscisse di benefizio alle anime: ed è fama costante ch’egli un dì ritrovasse il di lei volto perfettamente compiuto di mano invisibile. Fu esposta alla pubblica venerazione l’anno 1669, nel quale, e nei seguenti, vi concorse un popolo numerosissimo, eziandio con ordinate processioni, da i paesi circonvicini” .
Nel 1674 veniva affidato al francescano Padre Felice da Napoli l’incarico di affrescare le pareti del presbiterio di quel Santuario con due scene della Passione di Gesù: Gesù davanti a Caifa e la salita di Gesù al Calvario. Il Padre Onorato da Lucca annota nella sua cronaca manoscritta già ricordata che, dovendosi sostituire nel refettorio di Aracoeli il Cenacolo di Raffaello deteriorato dal tempo, ne fu data cura al Padre Felice da Napoli che stava dipingendo Nemi.
Il 7 giugno del 1729 Mons. Alessandro Borgia, Arcivescovo di Fermo, consacrava l’altare maggiore collocandovi le reliquie dei SS. Martiri Modesto e Cristina. Nel 1728 Pio VI concedeva l’indulgenza plenaria per tutti i giorni festivi , anche dei principali santi francescani, per tutti i venerdì dell’anno, nonché per la festa dell’Esaltazione della S. Croce.
Il Santuario ha costituito sempre un centro ragguardevole di celebrazione e di pellegrinaggi; basti ricordare le ricorrenze centenarie del 1869 e del 1969. Otto pontefici, in circostanze diverse, hanno illustrato con la loro presenza il sacro luogo; ultimo in ordine di tempo Paolo VI, di venerata memoria. Nel 1881, dopo le note vicende politiche che sfociarono nella soppressione, il complesso convento-chiesa fu messo all’asta ed acquistato dai Padri Mercedari, che divennero in tal modo i nuovi custodi delle passate memorie. Le celebrazioni centenarie del 1969 hanno dato prova della fama e della venerazione di cui gode ancora oggi l’insigne Santuario di Nemi.

 

Stando alle affermazioni di P. Bonaventura Morosini, (morto nel 1898), che a noi non è stato possibile vagliare, anche il Crocifisso conservato presso la Chiesa di S. Agata in Ferentino sarebbe stato scolpito ed esposto alla pubblica venerazione nell’anno 1669. L’autenticità dell’opera viene confermata dal Padre Casimiro: “ La detta Chiesa di S. Agata, è posta non molto lungi dalla Città, a man diritta della strada per cui si passa a Napoli. Nell’altar maggiore, si venera un’immagine di legno del nostro Redentor Crocifisso, lavorata dal divoto Fra Vincenzo da Bassiano, e poscia intagliata nel rame”. D’altro canto il summenzionato Padre Morosini, ci ha lasciato una preziosa prova manoscritta, stilata nel 1895, che consta di 26 facciate: otto facciate sono dedicate alle solennissima celebrazioni centenarie del 1869 e ad una seconda particolare celebrazione organizzata nel 1895.
Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, e precisamente il 24 maggio 1944, il tempio di S. Agata rimase semidistrutto a causa di un bombardamento e il Crocifisso fu estratto dal cumulo delle macerie, mutilato di alcune dita della mano sinistra. Trasferito nella Cattedrale, fu restaurato dallo scultore Giovanni Di Lucia: finalmente, il 7 dicembre 1947, veniva riportato con solenne processione nella ricostruita Chiesa di S. Agata.
Nel 1967 D.Ernesto Tentori fece sostituire il vecchio legno della croce, reso lacero e friabile dal tempo, con un altro legno pregiato dell’Arizona. La processione con il venerato simulacro viene tradizionalmente effettuata in occasione di ogni Anno Santo e nella ricorrenza centenaria.

Quarto in ordine di tempo, viene il Crocifisso di Bassiano, patria di fra Vincenzo. L’omonimo Santuario è ubicato in località “ Croce” nella contrada denominata “ Selva Oscura”, sulla costa della montagna a quattro chilometri circa dal centro abitato. Lo storico locale D. Angelo Lambiasi riferisce che fino al 1975 l’immagine era custodita entro un cassettone settecentesco contornato da un frontone ligneo, con al centro gli stemmi della Passione e la scritta intagliata: “Anno 1673”. La tradizione orale costante conferma tale data.
La sacra immagine, deteriorata dal tempo e dagli agenti atmosferici, è stata restaurata nel 1794 per conto della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma, con il concorso pittore-scultore Mario Lambiasi. Dal 1975 la medesima è esposta alla venerazione dei fedeli nella Chiesa Parrocchiale di S. Erasmo e ciò per ragioni di sicurezza dietro disposizione dell’autorità competente.

Nel 1684 veniva esposto alla pubblica venerazione il Crocifisso custodito nella Chiesa di S. Rocco in Farnese. Ecco quanto annota al riguardo il Padre Casimiro: “ L’unica nave di questa chiesa contiene due Cappelle, e tre altari; nel maggiore, dietro cui è situato il Coro, lavorato nel principio del corrente secolo da due Religiosi Francesi, con molta diligenza e gusto, si venera una divota immagine del nostro Redentore Crocifisso, formata da F. Vincenzo da Bassiano, e collocata in esso, dopo una generale processione fatta per tutta la Terra il dì 22 maggio 1684. Ne i Venerdì di marzio sogliono i Farnesani visitarla processionalmente con grandissima devozione; e la Comunità di Proceno due volte l’hanno, ne i mesi di Giugno, e di Settembre, vi spedisce le Compagnie della SS. Trinità, e della Morte con oblazioni di cera”.
Il Padre Antonio di Caprarola, in una nota aggiuntiva manoscritta del 1763, fa osservare: “ In questa nostra Chiesa si celebrano ogni anno solennemente la Festa dell’Invenzione della S. Croce, e viene in processione il Clero, ed Magistrato, e i soldati a cavallo, evvi una piccola fiera della Terra (gli anni scorsi la fiera si faceva nella Piazza do nostra Chiesa), evvi la corsa dei Barbari, ed altri pochi divertimenti. Nel mese di Settembre parimente per la festa dell’Esaltazione della SS. Croce v’interviene il Magistrato ; in tutti i Venerdì di Marzo il Clero, ed il Magistrato in processione. Il SS. Crocifisso non si può scoprire senza la licenza del P. Guardiano. N.B. In nostra Chiesa in ogni prima Domenica del Mese, si fa la funzione della Buona Morte, e si scopre il Crocifisso. In ogni terza domenica del Mese si fanno le Via Crucis. Che i nostri Frati abitino questo nuovo convento sono anni 143. Che fu collocato il SS.mo Crocifisso nell’Altare Maggiore sono anni 78”.
Per quasi tre secoli la sacra effige aveva conservato la sua primitiva collocazione nell’apposita edicola ricavata nella parte alta dell’altare maggiore; nel 1957 l’intero altare barocco cedeva il posto ad un moderno altare in marmo policromo ed il Crocifisso, con il nuovo assetto, veniva a troneggiare quasi sospeso in un’atmosfera soffusa di doloroso mistero. Le cronache conventuali hanno continuato nel tempo a fermare le date più significative e le varie celebrazioni: il P. Flaminio Annibali (morto nel 1813) ricorda i solenni festeggiamenti del 1784 in occasione del Primo Centenario commemorativo. La sera del 6 ottobre 1984, nella ricorrenza del Terzo Centenario, il Crocifisso è stato trasportato nella Chiesa Parrocchiale del SS. Salvatore, dove è rimasto fino alla sera della domenica 14 ottobre per una serie di celebrazioni incentrate sullo storico avvenimento.

Un’altra immagine insigne del Redentore crocifisso è conservata nella Chiesa del Ritiro S.Francesco presso Bellegra. Il Padre Casimiro rende testimonianza dell’autenticità, ma non ci dice in quale anno fu esposta alla pubblica venerazione:”Scuopresi in essa alla pubblica vista una divota immagine di legno rappresentante in nostro Redentore crocifisso, lavorata da fra Vincenzo da Bassiano, di cui altre volte ci converrà far menzione”.
Inizialmente era stata destinata alla Chiesa di Monte Calvario, dove ogni venerdì soleva concludersi il pio esercizio della Via Crucis; ma, a causa della eccessiva umidità, si decise in seguito di trasportarla nella chiesa conventuale. Così la mattina del 14 settembre 1775, festa dell’Esaltazione della S. Croce, il Crocifisso fu prelevato dalla Chiesa parrocchiale di S. Nicola in Bellegra, dove era stato custodito per un breve periodo di tempo, e accompagnato processionalmente alla chiesa del Ritiro.
Nel periodo della soppressione napeoleonica, la sacra effige dovette nuovamente esulare verso la medesima Chiesa Parrocchiale, e questa volta in compagnia delle venerate spoglie del B. Tommaso da Cori: finalmente il 14 settembre 1814, all’indomani del ritorno dall’esilio del Sommo Pontefice Pio VII, anche i preziosi tesori del ritiro poterono ridiscendere trionfalmente verso la loro abituale dimora.

Resta infine da spendere qualche parola sul Crocifisso conservato nella Basilica di S. Maria in Aracoeli in Roma. La cappella omonima venne costruita nel secolo XV dal Cardinale Gabriele Rangoni, francescano: inizialmente fu dedicata a S. Bonaventura da Bagnoregio. Verso la fine del secolo XVII, secondo quanto afferma il Padre Casimiro, “.. essendo stata riposta nell’altare un’immagine di legno, esprimente Gesù Cristo pendente dalla Croce, fabbricata da un nostro Religioso, fu dappoi nominata del Santissimo Crocifisso”. Da una annotazione del cronografo romano Francesco Posterla risulta l’esistenza in Aracoeli di una Compagnia del SS. Crocifisso all’anno 1709, avendo la medesima il 12 gennaio del detto anno partecipato ad una solenne celebrazione penitenziale in S. Maria Maggiore.
Per quanto riguarda l’attribuzione dell’opera, ci meraviglia il fatto che il Padre Casimiro si sia limitato questa volta ad una affermazione generica, pur essendo trascorso un lasso brevissimo di tempo dall’ultimo scorcio del secolo XVII. In ogni modo, tutto considerato, quell’affermazione potrebbe autorizzarci a credere non potersi riferire ad altro scultore se non a Fra Vincenzo.
L’esame attento dell’immagine porta ugualmente a questa conclusione, giacché i caratteri tecnici e stilistici l’avvicinano moltissimo ai lavori di Nemi, di Ferentino e di Farnese. Anche il P. Damiano Pieri, un esperto in questo campo, nella sua opera “ Scultori Francescani del Seicento in Italia”, esprime apertamente questa opinione. Osiamo aggiungere che il Crocifisso di Aracoeli potrebbe costituire l’ultimo canto religioso di Frate Vincenzo scultore, eseguito fra il 1684 e il 1694, fra la data cioè in cui l’artista condusse a termine il lavoro di Farnese e quella della sua morte, avvenuta proprio in Aracoeli il 25 marzo 1694.

Torna infine opportuno far notare che sia l’immagine di Aracoeli che quella di Farnese, come il Crocifisso di Nemi, recano nel dorso un incasso con coperchio destinato alla conservazione delle reliquie e relativa memoria. Purtroppo ripetute manomissioni hanno vanificato la speranza di rinvenire qualche documento utile per la storia.
Per quanto concerne la preparazione tecnica e il livello artistico raggiunte dal Bassianese, ha dettato legge nel tempo l’espressione riduttiva del Padre Samuele da Farnese “cum esset sculpendi aliqualiter peritus” , espressione ulteriormente condizionata dall’umile rango di fratello converso e dall’alone ascetico-mistico che ha accompagnato costantemente la sua figura. Il Padre Casimiro, il più vicino nel tempo e nell’ambiente, conferma la seconda parte della precedente asserzione, ma nulla ci dice intorno alla preparazione tecnica ed alla capacità creativa dell’artista.
Essendo giunte fino a noi notizie estremamente scarse circa la vita e le opere di Fra Vincenzo, il nostro giudizio critico deve necessariamente orientarsi verso un esame attento delle opere in nostro possesso. Più di qualche scrittore troppo frettolosamente, parlando dei suoi Crocifissi, ha esaltatola vivida fantasia, la capacità espressiva e la profonda pietà dell’autore, sottolineando per antitesi il mancato raggiungimento della classica compostezza tradizionale e dell’equilibrio anatomico delle parti. Qui non si vuole negare il carattere prevalentemente popolare delle opere in questione, che dovevano necessariamente far leva su di un realismo espressivo atto a suscitare nelle masse non la lirica contemplazione di un mondo mitologico, ma la tormentata meditazione del Martire Divino e delle cose eterne. Tuttavia se l’arte è la trasformazione fantasmagorica della realtà, Fra Vincenzo è riuscito egregiamente nel suo intento, giacchè il suo messaggio d’amore e di dolore è stato recepito a pieno e il “ pathos “ scaturito dal suo animo d’asceta ha resistito all’urto dei secoli. Del resto tutte le correnti artistiche del secolo XVII avevano rotto gli argini dei rigidi schemi dei secolo precedenti,dando libero sfogo ad una maniera nuova di pensare e di sentire.
Peccato che la triste vicenda del Refettorio di Cori non ci consenta oggi di poter esaminare da vicino quei trentaquattro capitelli con i relativi episodi dalla vita del Serafico Poverello; probabilmente avremmo avuto un argomento in più per avvalorare il contenuto di quanto andiamo affermando. Ma se l’attribuzione dei lavori di S. Maria del Giglio in Bolsena merita la nostra credibilità, qualche cosa è rimasto, oltre i Crocifissi, che ci autorizza a ritenere particolarmente valida l’arte del Bassianese.