Fra Vincenzo da Bassiano di Mons. Felice Accrocca

  • Crocifisso

VINCENZO DA BASSIANO

Un’artista in preghiera 
di Felice Accrocca (1995) - (Comune di Bassiano) - Terzo Centenario della morte 

- Relazione tenuta dall'autore nella Chiesa di S.Agata il 13 settembre 2009.

Non è molto che sappiamo di fra’ Vincenzo Pietrosanti da Bassiano: fino a qualche tempo fa era certo solo il luogo - il convento romano dell’Aracoeli - e la data della sua morte, il 25 marzo 1694; non si conosceva la data di nascita. Lo faceva giustamente notare il p. Emanuele Romanelli , in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano del 7-8 gennaio 1987.

Rilevava, il p. Romanelli, che contro fra Vincenzo sembrava “essersi accanita la congiura del silenzio”. E continuava: “I cronografi Aracoelitani dei secoli XVII e XVIII, che pure abbondano nel riferire cose ed avvertimenti di minor conto, si fanno muti, o quasi, dinanzi alle vicende di questo pio e valente religioso. Così il p. Onorato Finucci da Lucca , che ci ha lasciato una preziosa cronaca manoscritta dell’Ordine Francescano e della provincia Romana dall’anno 1612 al 1678, non spende una sola parola circa la vita e l’opera di fra’ Vincenzo.

Il p. Casimiro da Roma, nella sua nota opera Memorie Istoriche delle Chiese e dei Conventi dei Frati Minori della provincia Romana, compilata nel 1741 ma stampata postuma nel 1754, nomina quattro volte il bassianese: ma solo quando parla dei Crocifissi di Nemi e di Farnese si dilunga quel tanto che ci autorizza a ritenere fra’ Vincenzo un personaggio storico e non mitico. A dire il vero, dal padre Casimiro ci saremmo aspettati qualche cosa di più: basti considerare che fra’ Vincenzo moriva in Aracoeli il 25 marzo 1694 e nel 1707 lo scrittore era già presente nel medesimo convento in qualità di chierico studente di filosofia e teologia”

Le uniche notizie a nostra disposizione erano quelle del Necrologio della Provincia Romana, redatto dal p. Samuel Platoni da Farnese, il cui manoscritto originale è conservato a Roma presso il convento dell’ Aracoeli. Il compilatore, tuttavia, si limitava a sintetizzare i dati trasmessi attraverso l’opera di Casimiro da Roma: vi si affermava ( al giorno 25 marzo) che fra’ Vincenzo morì in fama di santità e che era da tutti risaputo che egli fu assiduamente intento nella contemplazione della passione di Cristo; perito alquanto nella scultura, fu autore di diversi crocifissi, conosciuti per la gloria dei miracoli e il concorso dei fedeli, scolpiti soltanto il giorno di venerdì, stando in ginocchio, dopo che si era flagellato, e digiunando a pane ed acqua, così che le sue sculture – si legge sempre nel Necrologio- si presentano non tanto come un prodotto di arte e di maestria, quanto piuttosto come l’espressione della sua devozione ( “devotionis effectus” ).

Un contributo notevole è venuto da due manoscritti dell’Archivio romano dell’Aracoeli: ms. 63, di cui dette notizia  ne riassunse i dati salienti il p. Romanelli nel suo articolo del 1987 sull’ Osservatore Romano, e, soprattutto ai fini della sua vicenda biografica, il ms. 79, recuperato dalla paziente ricerca dello stesso padre Romanelli e del p. Sergio Mecocci.  Si tratta di un frammento delle Memorie e documenti raccolti dal p. Antonio da Cipressa: poche righe di un necrologio che gettano nuova luce, fornendo dati precisi su una figura che era rimasta fino a questo momento nebulosa:

“ A dì 25 marzo 1694.

 Passò a miglior vita in questa nostra infermeria  d’Aracoeli il Laico F. Vincenzo da Bassiano, dopo esser vissuto nella Religione per lo spazio di anni 55 e 70 di età con singolar concetto di santità. Amatissimo non solo dai Religiosi tutti, ma altresì universalmente dal secolo, perito in moltissime arti, e singolarmente nella scolatura, che esercitò con tanto profitto dei fedeli a gloria di Sua Divina Maestà, con quanta evidenza e splendore ne fan testimonianza i continui Miracoli che il Signore Dio va operando mediante l’effigie del Santissimo Crocifisso da lui devotamente scolpita in diversi conventi di questa Romana Provincia. Fu seppellito la notte del 26 suddetto, a ore 3 circa”.

Dunque, e sono questi i dati nuovi emersi che prima non si conoscevano, fra’ Vincenzo, nacque nel 1624 e fece il suo ingresso tra i Frati Minori Osservanti nel 1639. Scelse di rimanere un frate laico e non diventò mai sacerdote. Incerto rimane il luogo dove egli fece il noviziato, ma se ebbe effetto il proposito espresso dall’allora Ministro Generale Giovanni Battista da Campagna, che nel 1636 chiese alla Congregazione dei Religiosi di poter aprire tre case di noviziato per la Provincia Romana (Palestrina, Tivoli, e Velletri) , fra’ Vincenzo dovette trascorrerlo a Tivoli o a Velletri, escludendo invece il convento di Palestrina che nel 1637 era nel frattempo passato ai Francescani Riformati. Dove trascorse i suoi primi anni di vita religiosa? Non lo sappiamo. Ma ancora qualche sprazzo di luce è giunto da altri documenti, anch’essi contenuti nel ms. 79 dall’Archivio dell’Aracoeli. Anzitutto dal documento del notaio Panfilo Laurenzi, che il 23 aprile 1662 rogava un atto nel quale si attestava che fra’ Vincenzo offriva al convento di Santa Maria della Consolazione di Caprarola (VT) il suo primo crocifisso, scolpito in legno: iniziativa che aveva all’origine un invito del suo omonimo compaesano, quel fra’ Vincenzo da Bassiano che, oltre a portare lo stesso nome, morì nello stesso anno del nostro scultore e che era in quel tempo guardiano del convento di Caprarola. Nel documento si legge, proprio all’inizio: “ Essendo che il Reverendo fra’ Vincenzo da Bassiano, Custode della Salara di Roma, per divina ispirazione mosso, abbia intagliato il Santissimo Crocifisso”. Dunque, nel 1662, fra’ Vincenzo si trovava a Roma nel convento dell’Aracoeli, e ricopriva l’ufficio di custode della “salara”, in pratica custode dei magazzini, dove veniva riposto il sale, che in quel tempo rappresentava un bene prezioso, sottoposto a pesanti gabelle. Occorre, tra l’altro, tener presente che il convento dell’Aracoeli era un grosso complesso, con un alto numero di frati, e ciò giustificava l’impiego di un frate per l’apposito compito.

Nello stesso ms. 79, si ritrova anche un documento dell’anificio del convento, dove venivano registrati i nomi dei frati ai quali veniva consegnato un abito nuovo. Fra quelli che ricevettero l’abito nel 1662, si trova mensionato, in giorno di 27 ottobre, anche “Fra Vincenzo da Bassiano, falegname”. Falegname e custode della salara: sono le mansioni principali svolte da fra’ Vincenzo. E doveva essere un falegname rifinito nell’intarsio, se teniamo presenti i suoi futuri lavori da scultore!

Nel 1673, anno in cui nel Palazzo Ducale di Bassiano (l’attuale residenza comunale) venne sottoscritto l’atto notarile con il quale lo scultore donava il Crocifisso ai suoi contemporanei, fra’ Vincenzo dimorava nel convento di Nemi, dove era anche guardiano. Quasi ininterrottamente – se escludiamo la breve pausa tra il maggio 1686 e l’aprile 1687, quando soggiornò a Nemi- dal 1683 fino alla morte (25 marzo 1694) rimase di famiglia presso il convento dell’Aracoeli. “Occorre far rilevare  -scrive il p. Emanuele Romanelli- che mentre gli altri Fratelli sono investiti di un incarico ben determinato(portinaio, cuoco, infermiere, questuante, fornaio, ecc.), egli appare libero da ogni incombenza familiare. La ragione è facilmente intuibile: la sua attività di scultore lo teneva impegnato da mane a sera”.

Dati scarni, dunque, almeno per una biografia, anche se è venuta a dissolversi molta della nebbia che era calata su di lui. Ma ci restano le sue opere, e, in fondo, fra’ Vincenzo è tutto lì. La contemplazione della passione del Signore, tratto distintivo della sua spiritualità, traspare con chiarezza dai suoi crocifissi, pieni di intensa e commovente drammaticità, capaci di trasmettere la pietà profonda del loro autore. Non era un artista freddo, né arido, il nostro fra’ Vincenzo, ma un autore la cui arte era tutta fondata sulla dimensione contemplativa della vita, e dove l’intarsio era preceduto da un’effusione di lacrime.

Così i suoi crocifissi trasmettono immediatamente la commozione che sosteneva l’anima del loro scultore e invitano a preghiera: non è certo un caso che nessuno di essi passi inosservato, come accade invece a tante altre opere esposte nelle nostre chiese…A Farnese, Caprarola (VT), Ferentino (FR), Bellegra (Roma), Nemi (Roma), Roma, oltre che a Bassiano, il Cristo dolorante rappresentato da fra’ Vincenzo è divenuto immagine cara di tanta gente e simbolo capace di riassumere e aggregare intorno a sé l’intera comunità cittadina. Attraverso di essi l’umile frate continua a parlarci, invitandoci ancora a “ volgere lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto”.


Il Cristo sofferente


Nel 1662, dunque, era custode della “salara” e falegname. Ma, in qualche modo , fra’ Vincenzo doveva già da tempo esercitarsi nella scultura, se ad un certo momento il guardiano del convento di Caprarola gli chiese un crocifisso per la chiesa. Non credo assolutamente possibile che gli venisse fatto un invito del genere se non si fosse avuto precedentemente prova della sua abilità nello scolpire il legno; e d’altronde, il livello dell’opera testimonia di una maturità già raggiunta, non certo del lavoro di un principiante. Ciò sta a significare, ovviamente, che altre opere di fra’ Vincenzo, probabilmente, sono disseminate nel Lazio, anche se sarà difficile poterle identificare, fin quando non verranno alla luce documenti atti a comprovarne l’attribuzione al nostro scultore.

Il 23 aprile 1662, dunque, Panfilo Laurenzi redige l’atto ufficiale di consegna del crocifisso al convento di S.Maria della Consolazione di Caprarola. L’atto notarile del Laurenzi fu copiato integralmente dal p. Antonio da Cipressa, in quel ms. 79 dell’Archivio dell’Aracoeli, più volte citato, su cui richiamò l’attenzione, già qualche anno fa, il p. Romanelli. Ma, recentemente, il p. Mecocci ne ha ritrovato l’originale nell’ Archivio di Stato di Viterbo (fol. 110r-113v, Prot. 125, ASV – Notarile di Caprarola).

Dall’atto si apprende che fra Vincenzo era stato invogliato all’opera dal guardiano di Caprarola, appunto quel fra Vincenzo da Bassiano che morì anch’egli nello stesso anno del nostro scultore (1694). Col permesso del Provinciale, il p. Arcangelo da Roma, fra Vincenzo donò il suo crocifisso, mentre il guardiano si era preoccupato di far avere l’indulgenza plenaria per tutti coloro che in quello stesso 23 aprile avrebbero partecipato alla processione solenne. I responsabili dell’ospedale e il Terz’Ordine francescano si impegnarono a tenere vivo il culto, dopo che esso fu riposto in un altare laterale della chiesa preparato appositamente. Il crocifisso doveva essere conservato con tutte le cure necessarie ed essere messo a disposizione nelle annuali solennità cittadine.

Il 19 maggio del 1669 fra Vincenzo consegnava il suo secondo crocifisso al convento di S. Maria di Versacarro di Nemi, che veniva accolto da tutto il popolo con grande solennità. Nel crocifisso vennero poi inserite, come già era avvenuto per quello di Caprarola, alcune reliquie ritenute importanti. Il p. Vincenzo da Bassiano, che a suo tempo, come guardiano del convento di Caprarola, aveva spinto il nostro fra Vincenzo a scolpire il suo primo crocifisso, divenuto nel frattempo ministro provinciale, inserì egli stesso nel crocifisso le reliquie richieste e vergò di sua propria un prezioso, per noi, documento di autenticità, che comprova con ogni evidenza essere stato fra Vincenzo l’autore della pregevole scultura.

Lo scritto, rinvenuto fortunosamente nel 1869, durante le celebrazioni per il centenario della consegna, attesta espressamente:

In questo Santissimo Crocifisso vi sono l'infrascritte Reliquie ed io, fra Vincenzo da Bassiano, Custode di questa Provincia Romana con ogni riverenza ed umiltà, con le mie proprie mani ve l'ho poste. Un frammento del legno della Santissima croce del legno dritto e traverso.Della colonna dove Nostro Signore fu flagellato. Del Sacro Sepolcro dove fu seppellito . Della pietra del monte Calvario.Della pietra dove sedè  quando fu coronato di spine. Della fossa dove fu piantata la croce. Il Santissimo Crocifisso è stato fatto da fra Vincenzo da Bassiano, Laico dei Minori Osservanti di San Francesco, nel tempo della provincia del p. Ignazio da Roma nella hanno 1669. A di 19 di maggio dell'anno medesimo fu esposto con ogni Solennità e con concorso innumerabile di tutti i Popoli convicini.
Et in fede                                                                                                            
                                                                                            
 Io fra Vincenzo da Bassiano   
Custode della Provincia Confermo


Nello stesso anno 1669, ma non abbiamo documenti atti a provarlo, fra Vincenzo scolpì anche il crocifisso di S. Agata di Ferentino(FR): rimane comunque la testimonianza di Casimiro da Roma, il quale afferma trattarsi di un'opera di fra Vincenzo. Qualche anno dopo nel 1673, fra Vincenzo donava il crocifisso ai bassianesi: i suoi compaesani lo avevano infatti pregato affinché egli ne scolpisse per loro uno simile a quello di Nemi. Nel ms. 63 dell'Archivio dell’Aracoeli, si conservano, al riguardo, documenti importanti. Tra gli altri, anche la supplica indirizzata all’allora vescovo di Terracina, Priverno e Sezze , mons. Monanni,  che fu vescovo dal 1667 al 1710, con la quale il clero ed il popolo di Bassiano chiedevano l'approvazione per l'istituzione di una Confraternita che avesse cura del crocifisso donato da fra Vincenzo, e il rescritto con il quale il vescovo concedeva quanto era stato richiesto. Pubblichiamo di seguito i due documenti.
Il Clero, comunità e popolo di bassiano, Devotissimi Oratori di Vostra Signoria Illustrissima, espongono come essendo già stata con aggiuto del Signore eretta la Cappella della Madonna della Palma di detta terra,per esporvi il Santissimo Crocifisso, fatto da fra Vincenzo Pietrosanti dello stesso luogo, al presente Guardiamo di Nemi, quale intende donarla agli oratori, avendo ottenuta la licenza del suo padre provinciale, e desiderando il medesimo fra Vincenzo ed essi Oratori che si tenga con il dovuto decoro e venerazione che vi sia una retta amministrazione, supplicano la benignità di Vostra Signoria Illustrissima che voglia concedermi di poter erigere una congregazione e Compagnia di fratelli, quali a voti possano e debbano eleggere gli officiali, e amministratori necessari,e che l’entrate ed altri proventi di detta Cappella la presenti e futuri non possono applicarsi ad altro che in augumento e ornamento di detta Cappella e Chiesa eccettuato quello che verrà stabilito per elemosine dimesse, ed in caso per divino aggiuto potesse forvisi un convento di religiosi, resti la detta Congregazione per l'amministrazione dei beni in servizio di detta Cappella e Chiesa, e circa il culto divino la Cappella si consegni in mano di essi religiosi con tutto il luogo, e il tutto riceveranno a somma grazia di Vostra Signoria Illustrissima.

Il rescritto episcopale dice: Attenti le cose narrate si conservi e augumenti la devozione verso l'immagine sopradetta del Santissimo Crocifisso, approviamo l’eretione della Confraternita e Compagnia dei fratelli devoti e ben costumati, quali possono eleggere gli Officiali e Amministratori necessari, in conformità dell'esposto, interponendovi la Nostra Autorità:con questo che se le costituzione di detta compagnia debbano da voi essere rivedute e approvate, acciò tutto segua secondo la disposizione dei Sacri Canoni e delle Bolle Pontificie.Dato in Sezze, dal Palazzo Vescovile questo di 21 settembre 1673.Ercole Maria, Vescovo di Terracina.
Il 22 maggio 1684 fra Vincenzo consegnava un altro crocifisso alla chiesa di S.Rocco di Farnese, accolto da tutta la popolazione ed esposto nella chiesa dopo una processione solenne. Un altro crocifisso fu da lui scolpito per il convento di Bellegra, dove fu posto al termine della Via Crucis, voluta espressamente dall'allora superiore p.Tommaso Placidi: il beato Tommaso da Cori.
Un legame diretto venne così a stabilirsi tra queste due grandi figure del francescanesimo seicentesco : sappiamo d’altronde che Tommaso da Cori meditava continuamente sulla passione del Signore e nutriva una grande devozione verso la pratica della Via Crucis.




Infine, il crocifisso in Santa Maria dell’Aracoeli, attribuito da Casimiro da Roma ad un frate laico, di cui tace però il nome: è certo un fatto strano,poiché il p. Casimiro,appena pochi anni dopo la morte di fra Vincenzo, si trovava egli stesso all’Aracoeli in qualità di studente di filosofia e teologia. Il crocifisso, comunque, sembra essere opera dell'artista bassianese, molto simile nella sua fattura a quello di Farnese.

Ciò che emerge con maggiore evidenza, dalle opere di fra Vincenzo, é il dramma della sofferenza del Cristo crocifisso, espresso attraverso immagini di sconcertante realismo.
Ha scritto Luigi Zaccheo a proposito del Crocifisso di Bassiano: “La bocca vuota da morto del Cristo con la lingua livida, appare talmente vera che dà un profondo senso di macabro.
Il capo fortemente contorto sembra già ridotto scheletro mentre la contrazione della carne della piaga del piede ed il corposo grumo di sangue e di siero, che esce dal costato, contribuiscono ulteriormente a rendere più drammatica la figura fino quasi all'esasperazione.
La peste che pochi anni prima dell’esecuzione dell'opera aveva decimato le popolazioni d'Italia e quasi del tutto quella di Bassiano (infatti sopravvissero solo 300 persone), ha impressionato moltissimo il nostro fra Vincenzo.
La sofferenza e la esasperata drammaticità del Cristo non rispondono solo ai canoni del gusto barocco proprio dell'epoca, ma sono la trasposizioni di immagini reali, che avevano impressionato profondamente chi aveva visto morire, contorcendosi nel dolore, centinaia di persone”.