Il Crocifisso ligneo venerato nella chiesa di S.Agata di Maria Teresa Valeri

  • Crocifisso

Il  Crocifisso ligneo (1669) venerato nella chiesa di S. Agata in Ferentino


(da: M.T. VALERI, L’iconografia di Gesù Crocifisso dalle origini all’epoca Barocca. Il Crocifisso ligneo (1669) venerato nella chiesa di S. Agata in Ferentino, in AA. VV., Studi in memoria di Carlo Valeri, Ferentino 1998, ed. Casamari, pp. 381-400).


Appartiene alla produzione scultoria francescana di epoca barocca il pregevole simulacro ligneo di Cristo crocifisso, conservato nella chiesa ferentinate di S. Agata, che fu officiata dai frati francescani dalla metà del XVII sec. fino agli inizi del secolo XX.

Il Crocifisso ferentinate fu scolpito nel 1669 circa dal francescano Vincenzo Maria Pietrosanti da Bassiano, nato nel 1624 ca. e morto il 25 marzo 1694 a Roma nel convento dell’Aracoeli (F. ACCROCCA, Bassiano e Fra Vincenzo, nel terzo centenario della morte, Sezze 1995, pp. 5-23. Per la bibliografia relativa a fra Vincenzo da Bassiano cfr. ibidem, p. 15).
 Dell’autore possediamo scarne notizie biografiche, provenienti dalle fonti conservate a Roma nell’archivio del convento francescano dell’Aracoeli. Un atto notarile in data 23 aprile 1662 attesta la consegna al convento di S. Maria della Consolazione in Caprarola di un crocifisso “intagliato” da “Fra Vincenzo da Bassiano, Custode della Salara (la dispensa del sale) in Roma, per divina ispirazione mosso...” (F. ACCROCCA, op. cit., p. 6). In un documento del lanificio del convento dell’Aracoeli, datato 27 ottobre 1662, fra Vincenzo da Bassiano, registrato per aver ricevuto un abito nuovo, viene qualificato come “falegname” (F. ACCROCCA, p. 6).
 Nel Necrologio della Provincia romana in data 25 marzo 1694 si attesta la morte in concetto di santità di fra’ Vincenzo da Bassiano, il quale in vita, come da tutti risaputo, era assiduo nella contemplazione del Mistero della Passione e Morte di Gesù, che devotamente rappresentò nei Crocifissi lignei, “conosciuti per la gloria dei miracoli e il concorso dei fedeli, scolpiti soltanto in giorno di Venerdì, stando in ginocchio, dopo che si era flagellato, e digiunando a pane e acqua” (F. ACCROCCA, p.5).

Frate laico e scultore Vincenzo da Bassiano eseguì in legno per i conventi francescani dell’area romana e del Lazio centrale arredi e suppellettile liturgica (F. ACCROCCA, pp. 11-14), ma lasciò il suo nome legato soprattutto alla realizzazione di suggestivi Crocifissi lignei, ancora oggi oggetto di particolare devozione nelle chiese e nei santuari per i quali furono eseguiti.
Dai documenti conservati si ha conferma che almeno sette furono i crocifissi lignei scolpiti da fra’ Vincenzo (F. ACCROCCA, pp. 8-10):

1. il Crocifisso del convento di S. Maria della Consolazione di Caprarola (VT), consegnato il 23 aprile 1662;
2. il Crocifisso del convento di S. Maria di Versacarro di Nemi (Roma), consegnato il 19 maggio 1669;
3. il Crocifisso del convento di S. Agata di Ferentino (FR), 1669 circa;
4. il Crocifisso che l’Autore donò nel 1673 alla sua città natale (Bassiano, Santuario del Crocifisso);
5. il Crocifisso per la chiesa di S. Rocco di Farnese (VT), consegnato il 22 maggio 1684;
6. il Crocifisso scolpito per il convento di Bellegra (Roma), collocato al termine della Via Crucis realizzata per volere del p. Superiore, il Beato Tommaso da Cori (Bellegra, Chiesa del Ritiro S. Francesco);
7. il Crocifisso della chiesa romana di S. Maria in Aracoeli, cappella del Crocifisso.

Il primo Crocifisso di fra’ Vincenzo menzionato dalle fonti finora conosciute, cioè il Crocifisso di Caprarola, evidenzia una già matura padronanza dei mezzi espressivi nella resa del modellato plastico, tale da suggerire, come propone Felice Accrocca (op. cit., p. 8) l’esistenza di una precedente produzione scultoria del nostro Autore, che il silenzio delle fonti a noi, purtroppo, nasconde.
 Alle laconiche notizie biografiche desunte dai documenti d’archivio si contrappone, tuttavia,  la testimonianza più diretta, completa ed eloquente della personalità artistica e religiosa di fra Vincenzo: la sua opera monumentale. I Crocifissi scolpiti da fra’ Vincenzo ci comunicano in maniera inequivocabile non solo la spiritualità religiosa dell’epoca in cui lo scultore visse ed operò, ma anche la sua personale intensa spiritualità  di cristiano e di francescano.
Le caratteristiche ricorrenti dell’iconografia barocca del Crocifisso, in particolare presenti nelle sculture francescane, sono i tratti distintivi dei Crocifissi scolpiti da fra Vincenzo da Bassiano: la rappresentazione realistica dello spasmo della morte evidente nel viso contratto di Cristo, la corona di spine brutalmente conficcata nel capo, la ferita del costato abbondantemente sanguinante, il corpo realisticamente descritto nei tratti anatomici, straziato da vistose piaghe sanguinolente e drammaticamente abbandonato all’inerzia della morte. La meditazione sulle sofferenze immani patite dal Cristo, infatti, aiutava il fedele ad accettare le sue personali miserie e sofferenze, lo convinceva della necessità purificatrice del dolore, lo rendeva consapevole che davvero nella “Follia della Croce” (I Cor 1, 23) si riscopre l’amore infinito del Salvatore crocifisso, garanzia di salvezza, di resurrezione e di vita per tutti gli uomini.
     Nel pregevole simulacro ligneo del Crocifisso conservato in Ferentino riscontriamo tutti i caratteri iconografici delle opere di fra’ Vincenzo da Bassiano, il quale, come sappiamo dalle fonti d’archivio, prima di scolpire i Crocifissi contemplava il Mistero della Croce, vivendo in prima persona l’esperienza del dolore con la preghiera, il digiuno e la flagellazione, consapevole del gravoso compito di dover raffigurare e comunicare alle masse ciò che non è umanamente definibile: l’effige dell’Uomo dei dolori, l’immagine più compiuta di Dio Creatore e del suo infinito Amore. Nella scultura ferentinate fra’ Vincenzo è riuscito ad esprimere in pienezza il palpito vitale dell’Amore divino, ma anche le angosce e le speranze dell’umanità sofferente. 
Il Crocifisso ferentinate, formalmente più vicino a quello conservato a Farnese, si distingue in modo particolare per i forti accenti patetici. Essi sono espressi dalla resa veristica del torace, di cui possono essere contate tutte le costole, dai muscoli del ventre contratti verso la cassa toracica a significare la ormai totale mancanza di respiro, dal corpo irrorato dal sangue delle numerose piaghe, dal notevole senso di caduta in basso che la figura del Cristo pendente dalla croce  trasmette grazie al ritmo spezzato del corpo. Le gambe, leggermente piegate con le ginocchia rivolte a sinistra, giustificano il peso del corpo ormai privo di vita; esse sono contrapposte al marcato andamento dinamico del capo, che è alquanto reclinato sulla spalla destra e, sovrapponendosi allo stesso braccio destro, determina con il rispettivo avambraccio quasi un angolo retto, che spinge con forza la percezione del volto di Cristo all’esterno del campo percettivo, delimitato dalla simmetria della croce. Tale ritmo spezzato risponde all’esigenza di esprimere efficacemente un pacato senso di instabilità, quasi per suggerire la volontà divina di scendere dalla croce, per comunicare a tutti l’offerta totale di sé nella condivisione sostanziale delle sofferenze dell’umanità intera.
Durante i lavori di ricostruzione della chiesa di S. Agata, distrutta dai bombardamenti aerei del 24 maggio 1944, su commissione dell’allora parroco don Luigi Romanò, guanelliano, le dita della mano sinistra del Crocifisso, danneggiate, vennero restaurate dallo scultore Giovanni Di Lucia (A. CEDRONE, La Parrocchia dono di Dio, Ferentino - S. Agata 1947-1972, Casamari 1972, p. 81).
 Terminata la ricostruzione della chiesa ferentinate di S. Agata, il Crocifisso vi venne ricondotto insieme alla statua dell’Immacolata. Il parroco don Luigi Romanò nella Cronistoria della Chiesa Parrocchiale di S. Agata V. M. [Il manoscritto è conservato nell’archivio parrocchiale della Chiesa di S. Agata (Ferentino)] in data domenica 7 dicembre 1947 registra il ritorno delle venerate immagini nella chiesa con le seguenti parole, che ben trasmettono le forti emozioni di un popolo, che, provato duramente dai disastri della guerra, riscopre unità e forza nella fede:
“... L’entusiasmo toccò l’acme nel pomeriggio nella solenne processione di trasporto delle Sacre Immagini del Crocifisso e dell’Immacolata dalla Cattedrale a S. Agata. Dire che tutta Ferentino si mosse, pianse e delirò, è dir poco. Mai, a memoria d’uomo, si vide un entusiasmo pari a quello con cui tutta la cittadinanza prelevò i suoi più grandi tesori sfollati durante i bombardamenti e li riaccompagnò alla loro dimora. Già le tenebre avvolgono le vie. Più che le faci e le luci dei fuochi che descrivono nei cieli fantastiche stelle e guizzi di gioia, è la fede robusta che illumina il cammino a questo popolo. La folla intanto si accalca sulla piazza e nelle vie adiacenti. Appaiono sulla vetusta Porta S. Agata la Madonna bella e il suo Figlio ancor più bello. Sostano Essi pure sulla facciata della Chiesa e dominano sul mare ondeggiante di teste e di cuori. In questa elettrizzata atmosfera di fede e di amore erompe la parola robusta dell’on. Cingolani, Ministro della Difesa e dell’Ecc.mo Vescovo (mons. Tommaso Leonetti). Quindi il Vescovo esce a benedire il popolo in piazza, elevando il SS. Sacramento. Poi gli Augusti e Santissimi Pellegrini, fra un interminabile scroscio di grida e di applausi fanno ingresso nella nuova, nella loro chiesa e prendono possesso delle rispettive cappelle. Anch’esse sono ancora nude e disadorne, ma la pietà dei figli saprà preparare una degna dimora e li circonderà ognora dei cuori e delle preghiere, che sono i più begli ornamenti.” 
In un ulteriore restauro, promosso nel 1967 dal parroco don Ernesto Tentori in occasione del Ventennale della Parrocchia, si provvide a sostituire il legno della croce, ormai irrimediabilmente deteriorato, con un nuovo legno dell’Arizona (A. CEDRONE, op. cit., p.81).
Il simulacro del Crocifisso scolpito da fra’ Vincenzo da Bassiano ancora oggi è oggetto di profonda venerazione da parte della popolazione ferentinate. Esso viene portato solennemente in processione in occasione degli anni giubilari o di particolari commemorazioni. Ogni anno nella festa dell’Esaltazione della Croce (14 settembre) i parrocchiani e i Ferentinati tutti, corrispondendo alle aspettative di fra’ Vincenzo scultore, accorrono nella chiesa di S. Agata, per celebrare l’olocausto di Cristo, che per amore dell’uomo ha umiliato sé stesso fino alla morte di croce.

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Meditando sul mistero della croce dinanzi al Crocifisso di fra’ Vincenzo Pietrosanti da Bassiano

 La storia della Croce di Cristo è la storia di un Amore infinito: talmente grande da abbracciare tutti i “confini” dell’universo. È l’amore di Dio per l’uomo. Solo l’amore divino riesce a trasformare in gloria ciò che è umiliazione per la logica terrena. Gesù, umiliato ed offeso, appeso a una croce, straziato nelle carni e nel cuore, trionfa vincitore della morte con l’atto del perdono e della giustificazione. Da quel cuore, come si vede nella scultura di fra’ Vincenzo Pietrosanti, sgorga abbondante il sangue di Cristo, nutrimento e medicina per l’umanità peregrinante, versato per tutto il genere umano, per tutti i tempi della storia. La morte sulla croce è infinito ed eterno atto d’amore e di gloria. Gloria non solo di Cristo, trionfatore sul male e sulla morte, ma anche gloria dell’uomo, amato infinitamente da Dio tanto da offrire il suo unico Figlio, l’eletto, come espiazione e vittima per la salvezza delle sue creature.
 Il Crocifisso della chiesa di S. Agata con l’intensa espressività che lo connota è epifania del divino: racchiude in sé l’immenso patrimonio cristiano di fede nel mistero della Pasqua. Ci mostra che la morte è il passaggio alla vita eterna nella bellezza e nella luce infinita della Trinità, dove ciascuno di noi, purificato dalle scorie terrene e risorto, sarà in Dio nella gioia senza fine.

      
Maria Teresa Valeri

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