1 - Nella tempesta: La tempesta sedata

  • Lettera del Vescovo Ambrogio Nella tempesta salvaci Signore

“Nella tempesta salvaci Signore”

  1. Nella tempesta


Vorrei condividere con voi alcune riflessioni, in questo periodo particolare, ricco di incertezza e di sfide per il futuro. Sarebbe sciocco riprendere la nostra vita ecclesiale dopo l’estate come se niente fosse successo, come se non ci accompagnasse il dolore di questo tempo, come se non fossimo coscienti che circa il 50% delle vittime sono anziani chiusi negli istituti.
Un’intera generazione andata via nella solitudine e a volte nel silenzio, dopo aver dato la vita a noi, che siamo sopravvissuti. Le nostre comunità hanno ricominciato a ritrovarsi insieme per le celebrazioni, sebbene con
le necessarie e dovute precauzioni, che dobbiamo continuare a rispettare. Stiamo vivendo un momento difficile non solo Italia, ma in Europa e nel mondo. Il coronavirus ha causato morte e sofferenza, e i suoi effetti,
purtroppo, non sono ancora terminati, al di là dei superficiali e dei negazionisti, che devono difendere i loro interessi. Di fronte alle tragedie e ai drammi della storia il negazionismo è prevedibile: consiste nella difesa di chi non vede e non comprende la realtà, ritenendosi superiore all’evidenza. Al contrario, sofferenza fisica, decessi aumentati, povertà, crisi economica, sono solo alcune delle conseguenze più visibili.
Come professare la nostra fede senza dimenticare? Come aiutarci a vivere da cristiani, da discepoli di Gesù, in maniera nuova e rinnovata? Non possiamo, infatti, ricominciare come se niente fosse successo. La pandemia che ci ha toccato segna quel cambiamento d’epoca di cui abbiamo parlato altre volte e che oggi è più chiaro per tutti.
È la Parola di Dio a guidarci, partendo da un brano del Vangelo di Marco a noi noto: la tempesta sedata, che leggiamo alla fine del quarto capitolo, dopo le parabole. Su questo testo papa Francesco ha centrato l’indimenticabile preghiera del 27 marzo a san Pietro:
Venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!».
Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

La tempesta sedata

È significativa la collocazione di questo brano: Gesù ha parlato ai discepoli della presenza di Dio nella vita del mondo attraverso la sua Parola, lampada per la nostra vita. Questa parola viene seminata ovunque, con grande generosità. Dio non sceglie prima il terreno buono. Getta quel seme dappertutto. È il modo abituale di agire del Signore, che dona la sua parola a tutti, senza calcoli, senza escludere nessuno, neppure quei terreni dove difficilmente potrà portare frutto, come tra i sassi o le spine. Dal punto di vista dell’agricoltura, sarebbe un cattivo contadino. Dio, infatti, “spreca” amore per noi tutti e per il mondo. La sua parola produce frutti diversi, ma c’è un’unica condizione da rispettare: ricevere nel cuore quanto Egli dice. Il terreno buono, cioè, non è speciale rispetto agli altri, non è una terra predestinata, ma è l’unico che accoglie la parola e la ascolta. Noi abbiamo ricevuto in grande abbondanza questo seme buono della Parola. Essa è diventata la ricchezza della nostra vita, ciò che ha reso possibile il cambiamento del nostro cuore e anche della storia, che ci ha avvicinato agli altri, soprattutto ai poveri, con la compassione del Buon Samaritano, non con la fretta del sacerdote e del levita. Non ce ne rendiamo conto abbastanza, perché cadiamo nell’abitudine, e non apprezziamo più la grandezza del dono gratuito e continuo che riceviamo nella preghiera, nelle riflessioni, nella vita comune, e facciamo fatica a capire che quel seme è la roccia su cui rifondare noi stessi.